Dalla legittima difesa alla licenza di uccidere

Come la paura è diventata il principale strumento di governo: dal caso Roggero al decreto sicurezza, fino alla morte di Abderrahim Fakir

di  Osservatorio Repressione

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui singoli episodi, apparentemente distinti, smettono di essere fatti di cronaca e rivelano invece una trasformazione più profonda. Non sono eventi isolati ma frammenti dello stesso disegno, tessere di un mosaico che, osservato nel suo insieme, restituisce l’immagine di una società che sta cambiando natura.

L’uccisione di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, il caso di Mario Roggero trasformato da una parte della politica nel simbolo di una presunta giustizia negata, l’approvazione del nuovo decreto sicurezza che amplia gli strumenti repressivi dello Stato e introduce nuove tutele processuali per gli operatori coinvolti nell’uso della forza non appartengono a tre storie diverse. Sono le tappe di un unico percorso politico e culturale che, negli ultimi decenni, ha progressivamente modificato il rapporto tra istituzioni, cittadini e conflitto sociale.

L’errore più grande sarebbe affrontarli separatamente. Sarebbe discutere della morte di Fakir come se riguardasse esclusivamente la correttezza delle tecniche di contenimento adottate dagli agenti, del decreto sicurezza come di una semplice riforma del codice penale o della vicenda Roggero come di una controversia giudiziaria sulla legittima difesa. In realtà, ciò che li unisce è un mutamento ben più radicale: la trasformazione della sicurezza da diritto collettivo a ideologia politica, da obiettivo della convivenza democratica a criterio attraverso cui ridefinire il rapporto tra Stato e società.

Negli ultimi trent’anni l’Italia, come gran parte dell’Occidente, ha attraversato un processo di profonda ristrutturazione economica e sociale. La progressiva riduzione del welfare, la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi pubblici e l’aumento delle disuguaglianze hanno prodotto nuove forme di vulnerabilità. Sarebbe stato logico attendersi un rafforzamento delle politiche sociali, degli strumenti di inclusione, della sanità territoriale, della scuola, delle politiche abitative. È accaduto, invece, qualcosa di profondamente diverso.

Mentre lo Stato arretrava nella tutela dei diritti sociali, avanzava nella produzione di norme penali. Alla diminuzione delle garanzie ha corrisposto un aumento delle sanzioni. Alla crisi dello Stato sociale ha fatto da contrappeso la crescita dello Stato penale. Problemi che un tempo venivano affrontati come questioni economiche, culturali o sociali sono stati progressivamente reinterpretati come problemi di ordine pubblico. La povertà, l’emarginazione, la dipendenza, la migrazione, il disagio psichico, il conflitto sul lavoro e perfino il dissenso politico sono entrati, uno dopo l’altro, nel vocabolario della sicurezza.

Non è un caso che, parallelamente, il linguaggio politico abbia subito una trasformazione altrettanto significativa. Termini come integrazione, prevenzione, solidarietà, redistribuzione hanno lasciato spazio a parole come degrado, decoro, emergenza, controllo, tolleranza zero. Il cittadino è stato progressivamente sostituito dal sospetto; il diritto sociale dalla responsabilità individuale; il conflitto dalla minaccia.

È dentro questa cornice che bisogna leggere il caso Mario Roggero.

Quando, nell’aprile del 2021, il gioielliere di Grinzane Cavour uccise due rapinatori ormai in fuga e ne ferì gravemente un terzo, il dibattito pubblico avrebbe potuto interrogarsi sui limiti della legittima difesa, sul monopolio statale della forza, sul significato stesso della giustizia in uno Stato di diritto. Invece accadde altro. Una parte consistente della politica, del sistema mediatico e dell’opinione pubblica decise di trasformare Roggero in un simbolo. Non venne presentato come un cittadino coinvolto in una vicenda drammatica e complessa, ma come l’eroe che aveva fatto ciò che lo Stato non era più in grado di fare.

Fu un passaggio culturale decisivo. Perché il punto non era più stabilire se quei colpi esplosi alle spalle di uomini in fuga fossero compatibili con l’ordinamento giuridico. Il punto diventò un altro: sostenere che, anche se non lo fossero stati, avrebbero comunque dovuto esserlo.

In quel momento si produsse uno slittamento profondo. La legittima difesa cessò di essere una causa eccezionale di giustificazione, rigorosamente delimitata dal diritto, e iniziò a essere rappresentata come un diritto naturale alla punizione. Il confine tra difendersi e vendicarsi venne progressivamente sfumato fino quasi a scomparire.

Non si trattava più di discutere se un cittadino avesse reagito proporzionalmente a un’aggressione. Si cominciò invece a sostenere che, di fronte a determinate categorie di persone — il ladro, il rapinatore, il migrante percepito come minaccia, il marginale — la risposta violenta fosse non soltanto comprensibile, ma moralmente legittima.

Questo cambiamento non riguarda soltanto il diritto penale. Riguarda la concezione stessa della democrazia.

Uno Stato costituzionale si fonda infatti su un principio semplice: nessuno può esercitare la forza al di fuori dei limiti fissati dalla legge. La forza è monopolio pubblico proprio perché deve essere sottoposta a regole, controlli e responsabilità. Quando invece si inizia a sostenere che alcune persone meritano di essere eliminate, che alcune vite valgono meno di altre o che la reazione violenta rappresenta una forma superiore di giustizia, si apre inevitabilmente una frattura nella cultura democratica.

Il caso Roggero non ha creato questa trasformazione. L’ha resa visibile.

Da anni la politica costruisce consenso alimentando la convinzione che il principale problema del Paese sia l’insicurezza. Eppure i dati raccontano una realtà diversa. Molte tipologie di reato sono diminuite nel corso degli ultimi quindici anni, mentre la percezione dell’insicurezza è cresciuta costantemente. Non siamo di fronte a un aumento della criminalità proporzionale alla crescita della repressione. Siamo di fronte alla costruzione politica della paura come principale leva del consenso.

È questo il cuore della cosiddetta bulimia securitaria. Ogni fatto di cronaca diventa la dimostrazione che servono nuovi reati, pene più severe, maggiori poteri di polizia, meno garanzie processuali. Non importa che le norme esistenti siano già ampie. Non importa che gli strumenti repressivi siano già numerosi. L’obiettivo non è risolvere i problemi, ma alimentare l’idea che la sicurezza dipenda sempre da un ulteriore incremento della forza pubblica.

Così la politica finisce per produrre un paradosso permanente: più cresce l’apparato repressivo, più cresce la narrazione dell’emergenza; più aumentano i poteri attribuiti alle forze dell’ordine, più si sostiene che essi siano ancora insufficienti; più si restringono gli spazi di libertà, più si afferma che ciò avvenga in nome della libertà stessa.

Ed è proprio dentro questa logica che il nuovo decreto sicurezza rappresenta non una parentesi, ma il punto di approdo di un percorso iniziato molti anni fa.

Sarebbe un errore leggerlo come una semplice riforma del diritto penale o come un provvedimento nato per fronteggiare un’improvvisa emergenza criminale. Le emergenze, in realtà, hanno sempre rappresentato il principale motore della legislazione securitaria italiana. Cambiano i governi, mutano le parole d’ordine, si alternano maggioranze di colore diverso, ma il meccanismo rimane sorprendentemente identico: un episodio di cronaca, una campagna mediatica costruita sull’allarme, l’individuazione di un nuovo nemico pubblico e, infine, una nuova legge che amplia i poteri repressivi dello Stato.

È un processo che dura da almeno trent’anni e che ha conosciuto una straordinaria accelerazione dopo la fine della cosiddetta Prima Repubblica. L’insicurezza è diventata il principale capitale politico sul quale costruire consenso. Non importa che le statistiche raccontino una riduzione di molti reati. La paura non ha bisogno di corrispondere alla realtà: deve semplicemente essere percepita come tale. Per questo motivo la sicurezza è diventata un dispositivo comunicativo prima ancora che giuridico. Più la società viene descritta come pericolosa, più appare naturale accettare limitazioni delle libertà individuali che, in condizioni ordinarie, sarebbero considerate incompatibili con uno Stato costituzionale.

Il nuovo decreto sicurezza costituisce l’espressione più compiuta di questa filosofia politica. Non perché introduca soltanto nuovi reati o nuove aggravanti, ma perché ridefinisce il rapporto stesso tra cittadino e potere pubblico. La repressione non interviene più come extrema ratio, quando tutte le altre risposte si sono dimostrate inefficaci. Diventa il primo strumento attraverso cui affrontare il conflitto sociale.

La trasformazione appare evidente osservando i soggetti cui il decreto si rivolge. Non grandi organizzazioni criminali né sofisticati sistemi di corruzione economica, ma studenti che occupano una scuola, lavoratori che bloccano una strada durante uno sciopero, attivisti climatici, movimenti per il diritto all’abitare, persone detenute che protestano contro condizioni disumane, migranti rinchiusi nei CPR, giovani delle periferie, tifoserie organizzate. È come se il legislatore avesse progressivamente spostato il baricentro del diritto penale dai poteri forti ai soggetti socialmente più deboli o politicamente conflittuali.

Il messaggio è chiaro: il conflitto non è più considerato una componente fisiologica della democrazia, ma una minaccia all’ordine pubblico.

In questa prospettiva, il decreto sicurezza non è soltanto un insieme di norme. È una dichiarazione politica sulla natura dello Stato. Lo Stato non è più immaginato come garante dell’uguaglianza sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione, chiamato a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. È sempre più concepito come amministratore dell’ordine, custode della sicurezza, regolatore dei comportamenti attraverso la deterrenza e la sanzione.

È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale.

Non è un’espressione retorica. È una categoria interpretativa che descrive una trasformazione concreta. Quando diminuiscono gli investimenti nella scuola, nella sanità territoriale, nei servizi per la salute mentale, nelle politiche per la casa e nell’inclusione lavorativa, qualcuno deve gestire le conseguenze dell’abbandono sociale. E quel qualcuno, sempre più spesso, diventa la polizia.

Così l’agente interviene dove manca l’assistente sociale. La pattuglia arriva dove è stato chiuso un presidio sanitario. Il reparto mobile affronta conflitti che nascono dalla precarietà del lavoro, dall’esclusione abitativa, dalla marginalità urbana. La questione sociale viene progressivamente tradotta in questione di ordine pubblico.

È un meccanismo tanto efficace quanto perverso. Lo Stato riduce gli strumenti di protezione, produce nuove forme di vulnerabilità e poi interviene repressivamente per governare gli effetti di quelle stesse politiche.

L’immigrazione rappresenta forse il terreno sul quale questa logica appare con maggiore evidenza. Da oltre trent’anni la politica italiana affronta il fenomeno migratorio quasi esclusivamente attraverso il diritto penale e amministrativo, moltiplicando espulsioni, trattenimenti, centri di permanenza, restrizioni ai permessi di soggiorno e procedure sempre più complesse per ottenere una regolarizzazione. Parallelamente vengono ridotti gli strumenti di integrazione, i corsi di lingua, le politiche abitative, il sostegno all’inserimento lavorativo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Persone che vivevano regolarmente nel nostro Paese vengono improvvisamente spinte verso l’irregolarità da modifiche legislative che cancellano permessi di soggiorno o restringono le forme di protezione. Chi perde i documenti perde spesso anche il lavoro, la casa, l’accesso ai servizi e finisce inevitabilmente ai margini della società. Successivamente quella marginalità, prodotta dalle stesse istituzioni, viene utilizzata come prova del fallimento dell’immigrazione e come giustificazione per nuove misure repressive.

È un circuito perfetto. Prima si costruisce la fragilità, poi la si criminalizza.

Lo stesso schema si ritrova nelle periferie urbane. Quartieri come il Pilastro a Bologna, Rogoredo a Milano, Tor Bella Monaca a Roma o lo Zen di Palermo vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso il linguaggio del degrado, della droga, della microcriminalità. Scompaiono le storie delle persone che lavorano, delle famiglie, delle associazioni, delle reti di solidarietà. Rimane soltanto una rappresentazione semplificata del territorio come spazio pericoloso, da presidiare militarmente.

Quando un quartiere viene identificato esclusivamente con il crimine, anche chi lo abita finisce per essere percepito come un sospetto permanente.

È in questi contesti che il controllo di polizia smette di essere un’attività eccezionale e diventa un elemento ordinario della vita quotidiana. Per molti giovani, soprattutto se figli dell’immigrazione o appartenenti alle fasce sociali più vulnerabili, essere fermati, identificati, perquisiti o controllati ripetutamente rappresenta un’esperienza normale. Una normalità che produce sfiducia, risentimento e una crescente distanza tra istituzioni e cittadini.

A questo si aggiunge un elemento che raramente entra nel dibattito pubblico italiano: il racial profiling, cioè la selezione delle persone da controllare sulla base dell’origine etnica, del colore della pelle o di caratteristiche percepite come riconducibili a una determinata appartenenza. Organismi internazionali, dal Consiglio d’Europa alla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), hanno più volte richiamato gli Stati membri a contrastare questa pratica, ricordando che essa non solo viola il principio di uguaglianza, ma finisce anche per compromettere il rapporto di fiducia tra forze dell’ordine e comunità interessate.

Eppure, mentre queste raccomandazioni rimangono spesso inascoltate, il dibattito politico continua a muoversi nella direzione opposta. Si invocano più controlli, più identificazioni, più strumenti coercitivi, come se il problema fosse sempre e soltanto l’insufficienza della forza.

È proprio dentro questa cornice che assume un significato politico la morte di Abderrahim Fakir. Non perché sia possibile anticipare le conclusioni della magistratura, che dovrà accertare con rigore responsabilità e dinamica dei fatti, ma perché quanto accaduto a Bologna non nasce nel vuoto. È il prodotto di un clima culturale e istituzionale nel quale la gestione della marginalità, della fragilità e della differenza è stata progressivamente affidata quasi esclusivamente agli strumenti del controllo e della coercizione.

Ed è da qui che occorre ripartire per comprendere perché la vicenda di Bologna non riguardi soltanto un tragico intervento di polizia, ma interroghi il modello stesso di società che stiamo costruendo.

È proprio dentro questa cornice che la morte di Abderrahim Fakir assume un significato che va ben oltre la ricostruzione giudiziaria dei fatti. Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità individuali, a verificare il contenuto delle immagini registrate dalle bodycam degli agenti e a chiarire se le modalità dell’intervento siano state conformi ai protocolli previsti. Ed è giusto che questo accertamento avvenga con il massimo rigore e senza anticipare conclusioni che spettano esclusivamente ai giudici.

Ma esiste un altro livello di analisi che la giustizia penale, da sola, non può affrontare. È il livello della responsabilità politica e culturale.

Abderrahim Fakir non era un boss mafioso né un terrorista. Era un uomo di quarantadue anni, operaio della logistica, residente in Italia da oltre trentacinque anni, segnato – secondo il racconto della sua avvocata Barbara Spinelli – da una condizione di profonda fragilità psicologica e dal timore di poter perdere il proprio permesso di soggiorno a causa del continuo irrigidimento delle politiche migratorie. Una paura che, in questi anni, è diventata la condizione esistenziale di migliaia di persone. La precarietà amministrativa, il rischio costante dell’espulsione, l’incertezza sul rinnovo dei documenti trasformano la vita quotidiana in una lunga sospensione, nella quale ogni controllo di polizia può apparire come l’inizio di una catastrofe personale.

Non si tratta di un dettaglio marginale. È il segno di una società che ha progressivamente trasformato il migrante in un soggetto permanentemente esposto al controllo pubblico. Il documento di soggiorno non rappresenta più soltanto uno strumento amministrativo; diventa il confine che separa la piena appartenenza sociale dalla possibilità di precipitare nell’invisibilità, nell’irregolarità, nella perdita del lavoro e della casa.

Per questo le parole pronunciate durante il presidio organizzato al Pilastro dal Coordinamento Migranti di Bologna assumono un significato che va oltre l’emozione del momento. Quando gli abitanti raccontano di controlli continui, di permessi di soggiorno che richiedono un anno o più per essere rinnovati, della sensazione di essere fermati non per ciò che fanno ma per il colore della pelle o per il quartiere in cui vivono, non stanno semplicemente denunciando singoli comportamenti. Stanno descrivendo una forma di cittadinanza differenziata, nella quale l’accesso ai diritti dipende sempre più dalla posizione sociale, dall’origine e dallo status amministrativo.

È qui che il concetto di racial profiling smette di essere una categoria accademica e diventa esperienza quotidiana. Non occorre immaginare una discriminazione formalmente codificata perché essa produca effetti concreti. È sufficiente che alcuni corpi vengano percepiti come più sospetti di altri, che alcuni quartieri siano considerati naturalmente pericolosi, che determinate categorie sociali diventino il bersaglio privilegiato delle politiche di controllo. In quel momento il principio costituzionale dell’eguaglianza davanti alla legge inizia lentamente a incrinarsi.

Non è un fenomeno esclusivamente italiano. Negli Stati Uniti il movimento Black Lives Matter è nato proprio dalla consapevolezza che il problema non fosse rappresentato da pochi agenti violenti, ma da un sistema nel quale il rapporto tra polizia e comunità afroamericana risultava strutturalmente segnato dalla disuguaglianza. L’uccisione di George Floyd non ha cambiato quella realtà; l’ha resa visibile agli occhi del mondo.

Lo stesso vale per le operazioni dell’ICE contro i migranti, che negli ultimi anni hanno prodotto morti, abusi e deportazioni, trasformando il controllo dell’immigrazione in una gigantesca operazione di militarizzazione della vita civile. Anche lì la questione non riguarda soltanto il comportamento dei singoli agenti. Riguarda una politica che costruisce il migrante come nemico interno e che, proprio per questo, finisce inevitabilmente per abbassare la soglia di accettabilità della violenza esercitata nei suoi confronti.

Naturalmente sarebbe scorretto sovrapporre realtà storiche e ordinamenti giuridici profondamente diversi. L’Italia non sono gli Stati Uniti e nessun automatismo può essere tracciato tra contesti differenti. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare le analogie culturali. Ogni volta che una società individua categorie di persone considerate meno meritevoli di tutela – perché povere, migranti, marginali, detenute o politicamente conflittuali – aumenta inevitabilmente il rischio che la forza diventi la risposta ordinaria alle loro condizioni di vita.

Per questa ragione il caso Fakir non può essere separato dal decreto sicurezza.

Non tanto perché esista un rapporto diretto tra la nuova normativa e la morte avvenuta a Bologna, quanto perché entrambi appartengono allo stesso orizzonte politico. Da un lato si amplia il ricorso agli strumenti repressivi, si rafforzano i poteri coercitivi, si introducono meccanismi di maggiore protezione processuale per gli operatori coinvolti nell’uso della forza; dall’altro diminuiscono gli investimenti nelle politiche sociali, nella prevenzione, nella salute mentale, nella mediazione culturale e nell’inclusione. Il risultato è che situazioni di disagio, fragilità o marginalità vengono affrontate sempre più spesso attraverso dispositivi costruiti per il controllo e non per la cura.

È qui che emerge il nodo più inquietante dell’intera vicenda.

La destra non sta semplicemente proponendo leggi più severe. Sta tentando di modificare il senso comune. Sta cercando di convincere il Paese che la libertà possa essere garantita restringendo i diritti, che la sicurezza coincida con l’espansione del potere coercitivo dello Stato, che l’uguaglianza possa essere sacrificata in nome dell’ordine pubblico.

Il caso Roggero rappresenta, sotto questo profilo, un precedente emblematico. La campagna politica sviluppatasi attorno a quella vicenda non chiedeva soltanto una diversa interpretazione della legittima difesa. Chiedeva qualcosa di più profondo: che l’uso letale della forza venisse considerato moralmente giusto anche quando non fosse strettamente necessario. Non era una battaglia giuridica. Era una battaglia culturale. Il diritto veniva invitato ad adattarsi alla paura e non viceversa.

È esattamente lo stesso processo che ritroviamo nella continua invocazione di nuovi reati, di pene più elevate, di maggiori immunità per chi esercita il monopolio della forza. La paura viene trasformata in consenso e il consenso diventa il grimaldello con cui ridefinire l’equilibrio tra autorità e libertà.

Per comprendere fino in fondo questa trasformazione bisogna tornare indietro di venticinque anni.

Genova 2001 non fu soltanto la più grave sospensione dei diritti democratici nell’Italia repubblicana. Fu anche il momento in cui apparve con drammatica evidenza una concezione della sicurezza fondata sulla supremazia assoluta dell’ordine pubblico rispetto alle libertà costituzionali. Alla Diaz, a Bolzaneto, nelle piazze di quei giorni, lo Stato mostrò il volto di un potere convinto che il fine potesse giustificare i mezzi. Le condanne pronunciate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e il ritardo di quasi trent’anni con cui il Parlamento italiano introdusse il reato di tortura dimostrano quanto sia stato difficile, per le istituzioni, fare realmente i conti con quella stagione.

Eppure la lezione di Genova sembra essere stata dimenticata. Invece di rafforzare i meccanismi di controllo democratico sull’esercizio della forza pubblica, una parte della politica continua a presentare ogni richiesta di trasparenza come un attacco alle forze dell’ordine. Chi chiede codici identificativi, bodycam realmente accessibili, formazione contro il racial profiling o rigorosi accertamenti indipendenti viene troppo spesso accusato di delegittimare la polizia. È un rovesciamento pericoloso. In una democrazia matura, pretendere responsabilità nell’uso della forza significa rafforzare, non indebolire, la credibilità delle istituzioni.

Il punto, allora, non è essere contro la polizia. Il punto è decidere quale modello di sicurezza vogliamo costruire.

Una società che investe nelle scuole, nei servizi sociali, nella salute mentale, nella mediazione culturale, nel diritto all’abitare e nel lavoro dignitoso avrà certamente bisogno di forze dell’ordine, ma le utilizzerà come extrema ratio. Una società che, invece, smantella progressivamente ogni forma di protezione sociale finirà inevitabilmente per chiedere alla polizia di governare ciò che la politica ha scelto di non affrontare.

Ed è esattamente questo il paradosso del nostro tempo. Più arretra il welfare, più avanzano il codice penale e gli apparati di sicurezza. Più aumentano le disuguaglianze, più cresce la richiesta di controllo. Più la politica rinuncia a rimuovere le cause dei conflitti sociali, più affida alle istituzioni repressive il compito di amministrarne le conseguenze.

La vera emergenza, allora, non è soltanto il numero dei reati o la cronaca di una singola morte. La vera emergenza è una cultura politica che ha progressivamente smesso di interrogarsi sulle cause dell’insicurezza per concentrarsi esclusivamente sulla gestione repressiva dei suoi effetti.

Per questo Roggero, il decreto sicurezza e la morte di Abderrahim Fakir non raccontano tre vicende differenti. Raccontano la stessa trasformazione: il passaggio da uno Stato che dovrebbe garantire diritti a uno Stato che costruisce consenso attraverso la paura; da una Repubblica che la Costituzione immagina impegnata a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza a un potere che considera quei medesimi ostacoli soprattutto come problemi di ordine pubblico.

Una democrazia non smette di essere tale da un giorno all’altro. Cambia lentamente. Cambia quando la paura sostituisce la solidarietà, quando la repressione prende il posto della giustizia sociale, quando la forza viene considerata più efficace dei diritti. E cambia soprattutto quando tutto questo smette di scandalizzare.

È in questo lento processo di normalizzazione che risiede il pericolo più grande. Perché la licenza di uccidere non nasce il giorno in cui qualcuno preme un grilletto o stringe troppo a lungo una presa di contenimento. Nasce molto prima: quando una società comincia ad accettare l’idea che esistano vite che valgono meno di altre, corpi che possono essere controllati più degli altri, quartieri da presidiare anziché da ascoltare, persone da neutralizzare invece che da comprendere.

23/7/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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