Le piazze degli altri in Europa…e in Italia?

Perché la sinistra italiana sogna la Francia e governa la pace sociale

Ogni volta che la Francia torna a riempire le proprie piazze, una parte della sinistra italiana volge lo sguardo oltralpe e si domanda perché qui nulla di simile accada. Le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni, i porti e le raffinerie fermi, l’intersindacale compatta di fronte all’Eliseo. Da noi la Fornero, il Jobs Act, l’austerità e ora la questione abitativa sono trascorsi senza una risposta di pari intensità.

La domanda è legittima, ma poggia su un equivoco. La piazza non è un evento, è l’esito ultimo di un processo. Il malcontento si fa organizzazione, l’organizzazione elabora una rivendicazione, la rivendicazione diventa sciopero e mobilitazione, e soltanto allora pressione politica. In Francia questa catena ha tenuto. In Italia si è spezzata. E chi oggi rimpiange le piazze francesi ha concorso prima a spezzarla, poi a impedire che venisse ricomposta.

La tenuta francese ha ragioni anzitutto strutturali. Lo Stato è accentrato e le decisioni hanno un titolare riconoscibile. I gilet gialli nacquero da un’accisa sul carburante e trovarono subito il proprio interlocutore nel governo che l’aveva voluta. I sindacati, esigui nel numero, conservano una vocazione conflittuale che, quando si fa unitaria, arresta il Paese.

La frattura italiana viene da lontano. Dopo la sconfitta alla FIAT del 1980 il sindacato ha progressivamente spostato il proprio baricentro dal conflitto alla concertazione, tutelando chi già godeva di garanzie mentre ai margini cresceva un lavoro frammentato che non vi si riconosceva. La sinistra di governo, con il pacchetto Treu del 1997, ha contribuito a generare proprio le figure più refrattarie all’organizzazione, e ha assunto il vincolo esterno come orizzonte, sottraendo le scelte economiche alla contestazione in nome della necessità. Ma il passaggio decisivo è stato la dissoluzione, dal PCI al PD, di quella trama di sezioni, Case del popolo, cooperative e associazioni che Gramsci avrebbe chiamato casematte, e che per decenni aveva trasformato il disagio in organizzazione.

Con il declino della fabbrica, il conflitto ha cambiato terreno. Disperso nella logistica e nella catena degli appalti, il lavoro ha smesso di essere il luogo in cui ci si riconosce e ci si organizza, e le contraddizioni si sono spostate là dove la vita materiale si concentra, cioè nelle città. La casa, gli affitti, il verde, gli spazi pubblici, il diritto stesso a restare in un quartiere sono diventati le nuove linee di frattura. Era qui che le casematte superstiti avrebbero potuto ricomporre ciò che la fabbrica non teneva più insieme. Ma tante città sono anche il luogo in cui il centrosinistra governa, e quella trama, anziché farsi strumento di organizzazione del conflitto, è diventata strumento di governo del consenso.

Il modello urbano adottato negli ultimi vent’anni lo ha reso quasi inevitabile. Turismo, grandi eventi, rigenerazione affidata ai capitali privati. Una città pensata anzitutto per attrarre investimenti tende ad avere bisogno di quiete, e la quiete si governa oggi non soltanto attraverso la repressione, ma sempre più attraverso l’inclusione. I patti di collaborazione stabiliscono chi può agire su uno spazio e a quali condizioni, concedendo legittimità a chi si assume gratuitamente l’onere della cura. Poli civici, laboratori di quartiere, consulte e tavoli accolgono le istanze, le registrano, le differiscono. Una partecipazione ampia nelle forme ed esile negli effetti. L’assetto regge perché una parte consistente dei movimenti e della società civile organizzata vi ha trovato collocazione. Spazi sociali regolarizzati, associazioni che vivono di bandi, cooperative con servizi esternalizzati, attivisti approdati nelle liste e negli staff delle giunte. Talvolta è integrazione compiuta, più spesso timore delle conseguenze. Un rapporto conflittuale può costare uno spazio, un finanziamento, una convenzione, un posto ai tavoli che contano, talvolta una denuncia. La prudenza reiterata si sedimenta in abitudine, nessuno rinuncia al conflitto, ma ogni volta esiste una ragione plausibile per rinviarlo.

A esporsi restano i comitati spontanei e i cittadini privi di appartenenze, trattati proprio per questo come una questione di ordine pubblico. A Bologna il presidio del Parco Don Bosco è stato sgomberato all’alba del 3 aprile 2024 per abbattere gli alberi destinati alle nuove scuole Besta, e al Pilastro quelli del parco Mitilini-Moneta sono caduti per il Museo Futura sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine. A Reggio Emilia il Bosco Ospizio, cresciuto spontaneamente in un quartiere popolare, cede il passo a un supermercato Conad in forza di una convenzione con il Comune, e i cittadini che hanno tentato di fermare i lavori sono stati denunciati. Un’amministrazione progressista e una grande cooperativa sorte nel medesimo alveo politico, e in mezzo un quartiere che non ha trovato ascolto. È quanto rimane delle casematte quando cessano di organizzare e cominciano ad amministrare.

A Roma le proporzioni crescono. L’inceneritore di Santa Palomba è stato deciso con i poteri commissariali del Giubileo, e il cantiere è partito nel maggio 2026 dopo che il TAR ha respinto i ricorsi dei comitati. Lo stadio di Pietralata segue la stessa logica. Agli ex Mercati Generali di Ostiense la convenzione con il fondo statunitense Hines, che prevede fra l’altro uno studentato privato da duemila posti, è stata firmata nel novembre 2025, i tavoli con residenti e comitati inaugurati a gennaio. Il confronto è giunto a decisione presa. E il Rialto Sant’Ambrogio, spazio sociale chiuso nel 2015 da una giunta di centrosinistra, è stato concesso in pieno genocidio a Gaza, gratuitamente e senza bando, per trent’anni rinnovabili per altri venti, a un liceo paritario privato i cui lavori saranno finanziati anche da capitali sui quali Roma Capitale non ha effettuato un’istruttoria. Lo spazio che ospitava il conflitto è stato prima svuotato, poi riassegnato in silenzio.

In ognuno di questi casi è mancata una rete organizzata disposta a stare con i comitati anche contro un’amministrazione affine. Quella rete esiste ancora, ma è troppo intrecciata con chi governa per concedersi una simile libertà.

Ne risente il lessico della mobilitazione. L’antifascismo, sottratto al terreno della casa, del salario, del diritto a restare nella propria città, rischia di ridursi a contrassegno di appartenenza. L’opposizione al liberismo smarrisce credibilità in bocca a chi governa con project financing, partenariati pubblico-privato, fondi immobiliari e valorizzazione del patrimonio pubblico. Le parole conservano la loro verità, ma non muovono chi ne ha visto praticare il contrario.

Il malcontento, intanto, ha cambiato corso. Una parte si è ritirata nell’astensione, un’altra ha trovato nel voto antisistema lo sbocco che un tempo avrebbe trovato nell’organizzazione. Un’altra ancora vive in conflitti reali ma dispersi, come le vertenze della logistica, costruite dal basso da lavoratori, anche in gran parte stranieri, fuori dai sindacati confederali e spesso contro di essi. Un anno fa gli scioperi e le manifestazioni per Gaza hanno mostrato che la disponibilità a mobilitarsi sussiste quando una causa giunge priva di mediazioni. Ma senza una rete radicata e autonoma, l’onda si ritira lasciando ben poco.

La domanda andrebbe dunque rovesciata. Non perché l’Italia non conosca le piazze francesi, ma perché le si desideri senza volerne ricostruire le premesse. Un’organizzazione radicata dove la vita materiale si è fatta più ardua, capace di parlare a chi lavora fuori dai perimetri tutelati, autonoma dalle istituzioni anche quando si dichiarano amiche, disposta a pagare il prezzo del conflitto. Finché partiti, sindacati, movimenti e società civile organizzata inseguiranno la mobilitazione di massa preservando la propria posizione nel sistema che la rende improbabile, la Francia resterà uno spettacolo da contemplare, non un esempio da seguire.

Giuseppe Libutti, Angelica Cavone

8/10/2026 https://www.lafionda.org/

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