Da Sazan si governa l’Adriatico, non è solo questione di fenicotteri
di Paolo Deganutti
KUSHNER VUOLE LA CHIAVE DEL MEDITERRANEO SETTENTRIONALE
Le proteste di massa in Albania hanno portato alla luce una questione geopolitica che l’Unione Europea preferisce non vedere: l’isola fortificata di Sazan, chiave strategica del Canale di Otranto, passa sotto controllo di attori israelo-americani con capitali delle petromonarchie del Golfo. Non si tratta solo di proteggere i fenicotteri ma di presenziare il Canale di Otranto, passaggio obbligato per Trieste
Faccia americana, cassa del Golfo, rete israeliana
La struttura dell’operazione è un manuale su come acquisire influenza strategica aggirando ogni controllo. Affinity Partners, il fondo di Kushner, gestisce quasi 6 miliardi di dollari alimentati dai fondi sovrani del Golfo: non investitori privati in cerca di rendimento, ma strumenti di politica economica estera delle petromonarchie. Il legame israeliano è strutturale: Affinity possiede quasi il 10% di Phoenix Holdings, il principale gruppo assicurativo israeliano coinvolto nel finanziamento degli insediamenti in Cisgiordania e sul Golan. L’operazione è costruita in modo opaco: strutture societarie annidate in Olanda, soci albanesi con quote inferiori alla soglia di trasparenza obbligatoria, beneficiari effettivi che nessun registro pubblico può restituire con certezza.
Questo è lo stesso tessuto connettivo del progetto IMEC (Via del Cotone): normalizzare i rapporti tra petromonarchie del Golfo e Israele, ridisegnare le geometrie di potere nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. Un progetto messo in difficoltà dalla guerra israeloamericana all’Iran, ma non abbandonato. In questo quadro, acquisire Sazan è un tassello di quella architettura, non un capriccio immobiliare di Ivanka Trump, figlia di Donald.
Il doppio standard e il mondo multipolare
Dal 2017 al 2023 Washington ha esercitato pressioni sistematiche per impedire la presenza commerciale cinese nel Porto Franco di Trieste. La dottrina è il rischio di dual use: qualsiasi infrastruttura civile in posizione strategica può essere usata per fini militari o d’intelligence. Il Porto Franco di Trieste conosce bene questa logica: l’intesa firmata nel 2019 con la cinese CCCC fu abbandonata soprattutto per pressione americana.
Ora poniamo la domanda che la diplomazia euroatlantica evita.
Se il dual use di un terminal commerciale cinese era inaccettabile, come si qualifica il controllo, da parte di personaggi e aziende contigui all’Amministrazione americana, di un’isola con 3.600 bunker intatti, eliporti naturali utilizzabili da droni, acque profonde adatte a navi e sommergibili, e una posizione che sorveglia l’unico passaggio tra l’Adriatico e il Mediterraneo? La differenza non è strutturale: è politica.
I cinesi erano stati dichiarati avversari strategici. Kushner è il genero del presidente USA. Le regole che si applicano selettivamente in base all’identità dell’operatore non sono regole: sono strumenti di potere. Ed è esattamente così che il resto del mondo multipolare le legge – da Pechino a Mosca, da Ankara a Teheran.
La crisi del Mar Rosso ha confermato come siano bastate le modeste risorse militari degli Houthi per interdire un chokepoint strategico come Bab el Mandeb e far schizzare i costi assicurativi, malgrado l’ostentata potenza navale americana e occidentale. Situazione confermata a Hormuz.
Sazan, con le strutture sotterranee già esistenti, può trasformarsi in poche ore da resort turistico a base per droni e missili – o essere entrambe le cose contemporaneamente.
Gran parte degli analisti concorda sul fatto che, in un quadro geopolitico in rapida evoluzione, la possibilità di uno scontro diretto tra Israele e la Turchia sia sempre più alta. Esponenti di primo piano della politica israeliana, tra cui gli ex premier Naftali Bennett e ministri come Miki Zohar e Amichai Chikli, hanno indicato la Turchia come il principale avversario strategico di Israele dopo l’Iran. Già si delineano tensioni intorno a Cipro fra l’asse greco-israeliano e Ankara.
Però a Bruxelles, Berlino e Roma non sembrano preoccuparsi del rischio che corre l’Autostrada del Mare Trieste-Turchia in una situazione in aggravamento con Sazan sotto controllo di gruppi israelo-americani legatissimi ai loro governi.
E che ne sarebbe del traffico di petroliere che alimenta l’Europa centrale attraverso Trieste in caso di forti contrasti, tutt’altro che improbabili, con gli Stati Uniti riguardo forniture petrolifere o di gas?
Basterebbe, con banali allusioni e minacce, far aumentare i costi assicurativi per queste rotte per bloccarle. Come tuttora sta avvenendo nel Mar Rosso, pur in assenza, da diversi mesi, di attacchi Houthi.
21/7/2026 https://www.marx21.it/










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