“Ci stiamo preparando alla follia”. I due scenari dei signori della guerra UE con la Russia

di Fabrizio Poggi

19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L’impellente imperativo è quello di sostituire l’infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l’impegno a fare da muro alla “postura” – un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l’innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l’urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l’assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l’assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l’Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.

Ora dunque, se quel malfido di Trump, dice che Zelenskij non ne vuol sapere di pace, spetta all’Europa «farsi avanti. Dai Patriot ai fondi: come sostituire l’aiuto americano», scriveva il signor Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 18 ottobre. «Due anni fa avrebbe potuto concludere un accordo più vantaggioso che non ora» ha detto Trump; «a Zelenskij non importa e, sinceramente, nonostante tutti i soldi che gli passa generosamente l’Europa e quelli che in passato gli aveva dato Biden, egli non vuole metter fine a questa guerra e, verosimilmente, non ha mai voluto». Più chiaro di così.

Non ha mai voluto, perché questo è quello che si pretende da lui, da quel fedele servitore della corona britannica, come lo qualifica Elena Murzina su Ukraina.ru: fedele servitore della City londinese e dei gruppi che vi dominano, a partire dai Rothschild o da BlackRock. Del resto, si spiega così anche perché il nazigolpista-capo sia tanto sostenuto da Emmanuel Macron, ex “banchiere dei Rothschild”, o da Friedrich Merz, ex manager di BlackRock; o ancora dall’ex cittadino britannico Radoslaw Sikorski, oggi ministro degli esteri polacco. Insomma, scrive Murzina, i leader dei più grandi paesi europei sono agenti della Corona britannica e della City di Londra e lo stesso accade oggi con l’Ucraina, come ha dimostrato l’accoglienza riservatagli il 15 ottobre da Carlo III e dal premier Burnham. Stando alla Reuters, Zelenskij è arrivato in Gran Bretagna appena poche ore dopo che Kiev aveva accusato la società di Elon Musk di aver limitato Starlink. Quindi, alla domanda del giornalista Piers Morgan, se si considerasse tradito dagli USA, ha risposto di considerarsi tale, aggiungendo che Trump è «dalla parte sbagliata della storia… un partner forte che si comporta da debole». E, forte del sostegno britannico “finché sarà necessario!”, ha dichiarato al Financial Times che Kiev aveva «revocato tutte le restrizioni sugli attacchi alle raffinerie russe». Ma, la domanda chiave è: l’Ucraina può continuare la guerra senza gli USA? Zelenskij, scrive Murzina, può apparire alla TV britannica quanto vuole, il re può riceverlo ogni settimana e il gabinetto di sua maestà può annunciare nuovi pacchetti di aiuti. Ma gli inglesi non dispongono di sostituti per Starlink, i sistemi Patriot e una serie di altre capacità critiche. Londra può offrire a Zelenskij asilo politico dalle pressioni USA, ma non può offrire l’indipendenza militare dagli Stati Uniti. Piers Morgan ha infatti chiesto a Zelenskij se creda che l’Ucraina possa vincere la guerra senza gli americani dalla sua parte e lui, schivando una risposta diretta: «Non perderemo mai la nostra indipendenza».

Londra ha infatti ordinato di continuare a combattere fino all’ultimo ucraino. Quanto alle armi per farlo, ancora il signor Sarcina, con fervore paterno, si chiede «cosa possano fare gli europei per colmare il vuoto americano» e ricorda che el jefe de la junta è tornato a chiedere a Bruxelles ancora 70 miliardi di euro e 300 missili Patriot. Su questi ultimi, par di capire che, nella prospettiva del Corriere, UE e NATO dovrebbero premere sulla Grecia, che dispone di 200 batterie, anche se molte prossime a scadenza operativa, perché le passi a Kiev. Un passo obbligato, dal momento che, afferma alla BBC il ministro della guerra italiano Guido Crosetto, citato ancora dal Corriere del 18 ottobre, «Credo che Putin non voglia fermarsi all’Ucraina. Per questo l’Europa è preoccupata e noi, e come Europa e come Nato, ci stiamo preparando. Ci stiamo preparando alla follia, sperando di non doverla mai affrontare, ma preparandoci alla possibilità di una follia da parte della Russia». Ancora una volta, l’assioma della “postura” di Moskva che ha investito molto in armi e soldati e, «se la guerra finisse presto, non saprebbe cosa farne», sostiene il principale mercante d’armi d’Italia. Dunque, si sottintende, l’imperativo è quello di armarsi, perché, dice ancora Crosetto «Riducendo l’assistenza militare all’Ucraina Donald Trump non sta offrendo a Vladimir Putin una possibilità di vincere la guerra, ma inevitabilmente gli dà un vantaggio. Una posizione completamente sbagliata. La pace arriverà quando Putin sarà convinto di essere in una situazione di stallo».

Una posizione, quella italica, che accomuna le cancellerie belliciste europee: da Varsavia, il ministro degli esteri, il già citato Radek Sikorski, proclama che si debba spendere in armamenti talmente tanto che la Russia non sia in grado di farvi fronte. I paesi europei, dice il degno consorte della famigerata “storica” americana Anne Applebaum – quella a suo tempo premiata dall’ex presidente golpista Petro Porošenko per i suoi “studi” sul cosiddetto holodomor – dovrebbero investire il 5-7% del PIL nel riarmo per garantire che la potenza militare NATO superi quella della Russia. L’economia della UE, dice Sikorski, è «dieci volte più grande di quella russa; quindi, se spendiamo il 5-7% per la difesa, la Russia non avrà di che rispondere».

D’altronde, nelle cancellerie UE non si fa ormai più mistero dei piani di guerra da qui a cinque-sei anni. E l’attacco con un migliaio di droni, portato da Kiev due giorni fa contro Piter e la regione di Leningrado, mostra come si stiano studiando le varianti belliche, anche sfruttando le linee confinarie di paesi NATO, come i baltici, su cui le contraeree russe non possono intervenire. Il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, ad esempio, ritiene che i servizi segreti britannici assistano Kiev negli attacchi e che la NATO abbia trasformato i Paesi baltici in una futura linea di confronto.

Sull’agenzia Al’ternativa, l’osservatore Rostislav Išchenko si concentra sul tema delle esercitazioni militari che i “volenterosi” intendono svolgere in Polonia, puntando al dispiegamento di truppe europee in Ucraina alla fine del conflitto. Quasi tutte le esercitazioni militari condotte dai paesi UE negli ultimi dieci anni, scrive Išchenko, sono state in un modo o nell’altro collegate a piani di invasione dello spazio post-sovietico: ciò significa che gli europei non si limitano a dichiarare di prepararsi alla guerra con la Russia, ma vi si stanno attivamente preparando, non solo in ambito finanziario, economico, diplomatico e mediatico, ma anche militare.

Dunque, un esercito sarà molto meglio preparato per la guerra sul terreno su cui si è addestrato, che non per battaglie in altri luoghi: si acquisisce esperienza interagendo in specifiche condizioni naturali, l’equipaggiamento viene adattato a esse e vengono sviluppate le relative strategie e tattiche. Le truppe cercano sempre di adattarsi in anticipo alle specificità dei futuri teatri operativi; se quindi il futuro esercito europeo – o gli eserciti dei “volenterosi” – si sta preparando alla guerra in Polonia, nei Paesi baltici, in Bielorussia e in Ucraina, conducendo esercitazioni solo in questi teatri, certamente non intende condurre operazioni di combattimento su larga scala nel Sahara. Le mosse dei “volenterosi” potrebbero interpretarsi come un semplice ricatto nei confronti della Russia, come a dire: “ci stiamo preparando, quindi cedete prima che sia troppo tardi e iniziamo a combattere”. Ma i militari europei sono estremamente scettici sulle possibilità di successo in una guerra contro la Russia, che è la principale potenza nucleare al mondo ed è in grado di distruggere l’Europa, con il 100% di probabilità di sopravvivere, seppur con perdite significative. In altre parole, dice Išchenko, il ricatto non può funzionare perché è inverosimile. Sebbene possano, in teoria, assemblare, armare e addestrare un esercito in grado di affrontare la Russia in cinque-dieci anni, e sebbene possano accumulare sufficienti rifornimenti e avviare la produzione delle munizioni e delle attrezzature essenziali per condurre una guerra più o meno prolungata in quel lasso di tempo, in dieci anni non saranno in grado di colmare il divario in termini di quantità, qualità e portata delle armi nucleari.

Nel valutare la situazione generale, gli europei possono contare su due opzioni. La prima: una situazione in cui la Russia non possa vincere senza usare armi nucleari, nella consapevolezza che un attacco di rappresaglia, sebbene non la distrugga, le causi danni significativi, estromettendola dal rango di grande potenza militare, così che le restanti potenze nucleari potrebbero cercare di risolvere i propri problemi a spese della Russia. Questa opzione ha però un lato debole: l’Europa dovrebbe sacrificarsi e non saprebbe mai se la Russia abbia incontrato, dopo, delle difficoltà. La seconda: presupporre che gli USA non abbandonino completamente la presenza in Europa, che la politica europea di Trump sia un bluff, che altri presidenti saranno inclini a impedire la caduta dell’alleato europeo e, se la situazione dovesse arrivare sull’orlo di una guerra con la Russia, interverranno per sostenere l’Europa e garantire condizioni di pace migliori di quelle che la Russia accetterebbe senza la partecipazione USA. In entrambi i casi si tratta di ricatto; non semplicemente di una guerra tra Europa e Russia, bensì delle imprevedibili conseguenze di un simile scontro per entrambe le parti. Il coinvolgimento dell’Europa nel conflitto ucraino, così come le continue provocazioni, già da tempo avrebbero permesso alla Russia di rispondere con la forza militare. La moderazione di Mosca non significa che stia abbandonando tale risposta, ma che desidera evitare lo scenario peggiore e, qualora ciò non fosse possibile, scegliere autonomamente i tempi, il luogo e le modalità di un’azione militare.

In altre parole, conclude Išchenko, gli europei sono già sull’orlo della guerra e ne sono consapevoli: «Non darei per scontato che non sacrificherebbero i loro paesi e i loro popoli, trascinandoli in una guerra nucleare. Non è un caso che appoggino Zelenskij. La pensano come lui. Non sono interessati agli stati, alle persone o alla produzione industriale, ma ai flussi finanziari, che credono continueranno a prescindere dalla sopravvivenza dell’Europa… L’intera loro strategia di escalation è mirata proprio a creare una situazione in cui il mondo, terrorizzato dalla prospettiva di una guerra nucleare, si unisca contro la Russia e la costringa a cedere all’Europa. Il problema è che gli irresponsabili politici europei non vogliono minimamente considerare che le strategie di escalation raramente hanno successo; di norma, sfuggono di mano e sfociano in una guerra».

Una guerra declamata a gran voce dai tagliagole dei media a libro-paga dell’industria militare e della finanza mondiale.

19/10/2026 https://www.lantidiplomatico.it/

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