Violenza del capitale

di Francesco Paolo Panei

Un confronto tra la violenza puntuale ed esplosiva di una manifestazione e quella logorante della continuativa e sistematica distruzione delle prospettive di futuro

Sabato 17 ottobre ho partecipato a una delle più grandi mobilitazioni della recente storia francese: le persone scese in piazza sono state 800 mila secondo gli organizzatori, circa 550 mila secondo le forze dell’ordine. Sono numeri impressionanti, considerando gli oltre 1.000 luoghi di ritrovo nazionali e il fatto che la manifestazione non sia stata promossa né sostenuta unitariamente dalle organizzazioni intersindacali e interprofessionali, ma sia nata dall’iniziativa dei movimenti studenteschi, che da circa un mese denunciano le condizioni fatiscenti dell’istruzione pubblica francese. In ogni caso, stando in piazza a Parigi, che raccoglieva da sola oltre 110 mila persone, l’impressione che si aveva era di essere sommersi da una folla immensa e, soprattutto, giovane come non mai.

Violenza del capitale

Questa è sicuramente la caratteristica principale degli ultimi tempi: se a livello di organizzazione autonoma tale mobilitazione viene paragonata (e appoggiata) al movimento dei gilets jaunes, quello che più stupisce è la pervicacia con cui essa viene portata avanti da un movimento studentesco nato nei quartieri poveri della periferia parigina e ormai esteso a tutta la Francia. E questa povertà è da tenere a mente nelle analisi che si stanno facendo senza interruzione sullo svolgimento e, soprattutto, sugli esiti della mobilitazione. Con il calare della sera, infatti, un’ondata di violenza stupefacente ha preso possesso di moltissime città, arrivando a oltrepassare il paragone con i famigerati sabati del 2018: a Limoges è stato appiccato il fuoco al municipio della città, a Bordeaux gruppi di rivoltosi hanno preso d’assalto la residenza della prefetta, a Lione hanno incendiato un ufficio del turismo, a Parigi l’intero centro della città era sottoposto a saccheggi e le forze dell’ordine totalmente sopraffatte.

Violenza del capitale

Per contrastare il dilagare delle prediche sulla violenza che già imperversano sui quotidiani e sui canali di comunicazione istituzionale, e quindi a prescindere dal giudizio morale sull’accaduto, ritengo fondamentale condividere le riflessioni che ho potuto fare tramite l’osservazione diretta di tutto quello che è successo.

L’origine del caos: responsabilità o premeditazione?

La prima cosa importante da dire è che la manifestazione di Parigi è stata repressa dalle forze dell’ordine prima ancora che cominciasse. Moltissimi luoghi di ritrovo dei movimenti sono stati interdetti dalla prefettura all’ultimo minuto, in particolare quello di Place de la Bastille, lanciato dai gilets jaunes, e decine di migliaia di manifestanti si sono riversati caoticamente nelle strade adiacenti. In Place de la République, dove dalle 14 era prevista la partenza del corteo verso Place de la Nation, nel settore est della città, già dalle 12 la polizia aveva cominciato a consentire l’ingresso, ma non l’uscita, dalla maggior parte degli accessi, adottando l’ormai celebre tecnica del kettling.

Una volta imprigionati i manifestanti nella piazza, non sono tardati ad arrivare i gas lacrimogeni. Emblematico dell’inizio della giornata di ieri rimane il lancio di lacrimogeni sull’Orchestra del Nuovo Mondo, che aveva previsto di suonare alle 13 e che si è ritrovata costretta a interrompere l’esibizione dopo neanche 15 minuti, sotto una pioggia di gas lacrimogeni. Per chi, come me, è rimasto bloccato in piazza, si sono susseguite circa due ore in cui si alternavano momenti di calma e momenti di tensione, con una costante inalazione di gas, a cui si aggiungevano quelli prodotti dagli incendi di un’edicola e di un’automobile, appiccati in risposta. Questo finché non è stato possibile lasciare la piazza seguendo il corteo principale, al quale è stato imposto di cambiare itinerario e dirigersi a ovest, verso Place de Clichy, tra l’altro molto più vicina all’Eliseo. A completare il quadro, un manifestante ha accusato un malore sul boulevard Magenta, lungo il percorso del corteo, ed è purtroppo deceduto a seguito di un arresto cardiorespiratorio. Le circostanze precise del decesso restano ancora da chiarire.

Violenza del capitale

A questo punto, ed erano le prime ore del pomeriggio, la confusione e la frustrazione generale erano già altissime. Diffondendosi tramite i social network la notizia dell’impossibilità di manifestare nelle piazze, moltissime persone avevano cominciato a ritrovarsi in altri luoghi limitrofi e a intraprendere quindi cortei non autorizzati, senza nessuna organizzazione. Il risultato è che l’intero quadrante centrale della città era stracolmo di manifestanti, ben oltre il tracciato «ufficiale» del corteo. A fianco della manifestazione pacifica, che bene o male era riuscita a partire, infatti, si era cominciato a incendiare cassonetti, biciclette, motorini e automobili e a formare barricate con quello che ne restava. L’ampiezza dell’area colpita era al di sopra delle possibilità di controllo della polizia, tra l’altro evidentemente più preoccupata di proteggere i palazzi dell’Eliseo e i ministeri.

Quando si considera quello che è successo in serata, è quindi necessario tenere presente che una grandissima parte della caoticità generale del pomeriggio è stata causata dalle forze dell’ordine stesse che, nonostante la manifestazione fosse annunciata già dall’inizio di settembre, hanno gestito il tutto completamente nel panico, come ci raccontano le testimonianze di alcuni poliziotti. Al netto di quello che si vedeva nelle strade, l’assenza della polizia era eclatante rispetto alle molte altre situazioni che hanno richiesto enormi dispiegamenti di forze. Al punto che è legittimo domandarsi se, a partire dagli errori commessi nel pomeriggio, non ci sia stato un laissez-faire ai vertici, volto a creare le condizioni per giustificare le misure repressive che si stanno susseguendo dopo il weekend di mobilitazione. Si tratta di un interrogativo che, alla luce di quanto osservato, non può essere liquidato senza un approfondimento.

Lo scandalo silenzioso e logorante della violenza sociale

La situazione, con il calare della sera, è degenerata. La polizia, concentrata per quanto possibile in alcune zone della città, era completamente assente altrove e interi quartieri sono stati letteralmente conquistati da folle di persone che, con il sopraggiungere della notte, hanno devastato e derubato migliaia di esercizi commerciali. Questo vero e proprio saccheggio è proseguito indiscriminatamente e ha colpito grandi marchi (come Salomon, Tezenis, McDonald’s), catene di supermercati, così come piccole attività commerciali (tabaccherie, negozi di videogiochi, alimentari).

Violenza del capitale

Assistere in diretta a questa violenza inaudita è stata un’esperienza molto intensa. Come prevedibile, questa stessa violenza viene additata da tutte le istituzioni come inaccettabile e scandalosa. Soprattutto, quello che è successo forse sancirà per la France Insoumise, prontamente additata come fomentatrice della devastazione, l’impossibilità di ottenere un risultato significativo a livello politico alle elezioni di aprile. Ed è proprio per questa infamante conclusione alla quale stanno giungendo tutte le fazioni politiche che è necessario, secondo me, andare oltre la reazione di indignazione di fronte alla violenza e guardarla in faccia, capirne le ragioni.

Senza dubbio, il sentimento di indignazione è in parte legittimo. Già dall’incendio del chiosco di République pensavo al piccolo commerciante che il giorno dopo avrebbe dovuto riflettere su come continuare la sua attività, su che tipo di assicurazione avesse, e pensavo che, in ogni caso, questo atteggiamento fosse ingiusto. Lo stesso pensiero mi è venuto vedendo le altre piccole attività commerciali saccheggiate nel corso della notte: perché persone che non c’entrano nulla devono subire tutto questo, non essendo loro responsabili della situazione? Se può essere giusto dare fuoco a una banca, come può esserlo saccheggiare un bangla? È così che si risolvono le cose?

Sicuramente non è così.

Ma il punto di quello che è successo sabato notte non è la risoluzione dei problemi. È una manifestazione estrema del problema. Le persone che saccheggiavano i negozi non sono politici né rappresentanti delle istituzioni, non è il loro ruolo quello di proporre soluzioni. E, in larga parte, non erano nemmeno i manifestanti del pomeriggio. Sono rappresentanti della società e quello che hanno fatto rivela un disagio sociale acutissimo, che è stato sistematicamente ignorato e alimentato da una classe politica che per almeno vent’anni di soluzioni non ne ha proposte. Anzi, chi portava avanti il saccheggio erano i figli di una classe sociale dilaniata: la quasi totalità delle persone aveva infatti meno di vent’anni, quasi nessuno aveva la pelle bianca e tutti provenivano da zone della regione sicuramente ben diverse dal centro della Ville Lumière. Questo è il dato principale: la gente è venuta dalle banlieues a saccheggiare il centro città, simbolo di una ricchezza inaccessibile. Ed è in questo che va contestualizzata l’enorme e spaventosa rabbia che si è manifestata e, in particolare, la totale mancanza di etica: la legge morale è il risultato della condizione economica della società in un certo tempo. Se c’è una morale che condanna indignata il saccheggio, dov’è la morale che condanna la povertà?

La Seine-Saint-Denis, dipartimento della periferia nord-orientale di Parigi, per citare qualche esempio, presenta uno dei tassi di povertà più elevati della Francia continentale: secondo i dati del 2021, il 28,4% degli abitanti, e quindi più di 400 mila esseri umani, vive sotto la soglia di povertà. Allo stesso tempo, se includiamo Parigi e le altre zone ricche della regione, l’Île-de-France si configura anche come una delle regioni più ferocemente diseguali della Francia: sempre secondo i dati del 2021, il 10% più ricco dispone di un livello di vita di almeno 4.223 euro al mese, mentre il 10% più povero non supera i 957 euro mensili, con un divario netto di oltre 3.000 euro. Questa regione è quindi rappresentativa di un dato sconfortante che, così come le mobilitazioni di ieri, riguarda tutta la Francia: a partire dagli anni Duemila, le disuguaglianze economiche sono aumentate, raggiungendo negli ultimi anni livelli particolarmente elevati.

Violenza del capitale

Ecco, quindi, la domanda e la riflessione fondamentale da fare: il vero scandalo è mettere a ferro e fuoco una città, riversando puntualmente rabbia sociale sugli oggetti, o, piuttosto, va cercato nel sistema che produce feroci diseguaglianze sociali, riversando sistematica ingiustizia sugli esseri umani? Lo scandalo è che le persone abbiano approfittato di una situazione caotica per impadronirsi di qualcosa a cui non hanno accesso, oppure è che queste siano nella costante impossibilità di avervi accesso, vivendo a qualche chilometro dall’abbondanza generalizzata, dove magari svolgono un lavoro sottopagato?

Quanto ci si può aspettare che tale disequilibrio si perpetui senza che succeda nulla che intacchi l’abituale ordine borghese delle cose?

A questo punto è anche necessario fare un collegamento con le rivendicazioni politiche del movimento studentesco e sociale, da cui non bisogna dimenticare che tutto è partito. Lo scandalo è qualche milione di euro di danni o avere licei fatiscenti che non hanno abbastanza risorse per ristrutturare gli edifici e assumere un numero di professori adeguato a evitare di raggruppare 35 studenti in una stessa classe? Lo scandalo sono le vetrine rotte e i negozi saccheggiati o il fatto che da più di vent’anni le istituzioni pubbliche subiscono continui tagli, che di fatto saccheggiano il futuro delle nuove generazioni?

I frutti e i figli del capitale: la storia si ripete e ci serve una cultura politica per riscriverla

Alla luce del giorno dopo, ho capito meglio a cosa ho assistito e la sua portata storica. Sabato notte ho visto dei minorenni, figli di famiglie povere, saccheggiare il centro di una delle città più ricche d’Europa. Quello che più mi ha colpito sono stati gli occhi e le esclamazioni delle persone coinvolte nel saccheggio: l’eccitazione generale era palpabile e, per quanto il valore complessivo dei danni e del bottino ammonti a una cifra enorme, si trattava comunque di beni di consumo ordinari. Non sono stati rubati gioielli dal valore di milioni di dollari, sono state rubate scarpe da ginnastica, videogiochi, bigiotteria. Sono stati rubati gli oggetti della propaganda commerciale, al fine di un utilizzo personale o, paradossalmente, per fare un regalo a una persona cara. Questo è quello che la società occidentale produce: a forza di vedere questi beni di consumo dovunque, pubblicizzati e proposti come modello di vita, ecco che tutte le persone escluse per estrazione sociale dalle dinamiche commerciali del nostro sistema si ribellano e se li vengono a prendere, mettendo a ferro e fuoco un’intera città. Incredibilmente calzante è un testo di Guy Debord del 1966 (!) che descrive le rivolte di Watts, un quartiere afroamericano di Los Angeles teatro, nell’agosto 1965, di sei giorni di rivolte e saccheggi:

«La rivolta di Los Angeles è una rivolta contro la merce, contro il mondo della merce e del lavoratore-consumatore gerarchicamente sottomesso alle sue misure. I neri di Los Angeles (come le bande di giovani delinquenti di tutti i paesi avanzati, ma in modo più radicale perché appartengono a una classe complessivamente senza futuro, a una parte del proletariato che non può credere a prospettive concrete di promozione o integrazione) prendono alla lettera la propaganda del capitalismo moderno, la sua pubblicità dell’abbondanza. Vogliono subito tutti gli oggetti mostrati e astrattamente disponibili, perché vogliono usarli. Per questo ne rifiutano il valore di scambio, quella realtà mercantile che ne è lo stampo, la motivazione e il fine ultimo, e che ha selezionato tutto. Attraverso il furto e il dono ritrovano un uso che, subito, smentisce la razionalità opprimente della merce, facendo apparire arbitrarie e non necessarie le sue relazioni e perfino la sua produzione.»

Ecco, prima di indignarci nel leggere e guardare i saccheggi e le devastazioni della Francia, come quelli di Milano, prima di riempirci la bocca di come si dovrebbe o non si dovrebbe manifestare il proprio dissenso, o meglio il proprio disagio, ricordiamoci di queste parole. Il furto, l’elemento condannato da qualsiasi società sedicente civile, è la sola chiave per aprire una porta che taglia fuori chi in condizioni civili non ci vive.

Violenza del capitale

Non si può ridurre quanto accaduto sabato all’azione premeditata di fantomatici gruppi di estremisti di sinistra, come immancabilmente Macron o la Meloni non hanno potuto esimersi dall’affermare. C’è anche, e soprattutto, tantissima rabbia. Rabbia di chi è escluso da un sistema che rappresenta paradossalmente il problema stesso, ossia l’ordine neoliberista della nostra società, che conferisce valore sociale in funzione del possesso. Rabbia di chi non ha strumenti per realizzare questo possesso, reso necessario dalla cultura dominante, se non quello di letteralmente spaccare tutto, indignando tutta la popolazione benpensante del ceto medio e alto che guarda la devastazione dal salotto di casa. Eppure, soprattutto in Francia, questa rabbia non è cosa nuova: la tanto celebrata data simbolica della Rivoluzione francese è quella del 14 luglio 1789, ossia una giornata in cui una folla di parigini, esasperata dalla crisi economica, dalle disuguaglianze sociali e dall’arbitrio del potere monarchico, insorse e prese d’assalto la Bastiglia, simbolo dell’assolutismo. Fu una giornata di barricate, scontri e morti, che segnò uno dei momenti decisivi di un processo rivoluzionario destinato, negli anni successivi, ad abbattere la monarchia e a condurre, nel gennaio 1793, all’esecuzione di Luigi XVI. Parigi e la Francia hanno una lunga e viva tradizione di rivolte popolari e, pur nelle profonde differenze storiche, anche quanto sta accadendo oggi ripropone una questione fondamentale: il divario tra ricchi e poveri deve diminuire, la ricchezza deve essere redistribuita.

A tal fine, oggi più che mai è fondamentale una cultura politica che sia in grado di veicolare questa rabbia sociale in un movimento capace di attuare scelte volte a un cambiamento reale. Una cultura politica che sia anche in grado di mettere in discussione il principio consumista di funzionamento della nostra società, andando oltre le politiche di redistribuzione sociale e proponendo una nuova educazione a un modello di vita che possa essere sostenibile per tutti gli esseri umani e, allo stesso tempo, per il pianeta stesso, forse il più dimenticato in queste giornate di lotta. In Francia, oggi più che mai è importante supportare Jean-Luc Mélenchon e la France Insoumise per evitare che questa rivolta popolare venga strumentalizzata dal nuovo ordine fascista e, allo stesso tempo, che porti a una rivoluzione caotica, priva degli strumenti concettuali e pratici per gettare solide basi per la ricostruzione (come d’altronde fu nel 1789…). In Italia, dove l’abisso politico-istituzionale è sconcertante, non resta che sperare che dal letame nascano i fiori del cambiamento, che l’attuale movimento studentesco inneschi una dinamica positiva di rinnovamento della peggior classe politica della storia della Repubblica italiana. In ogni caso, il momento storico è grave e solenne: a livello mondiale, si assiste al raggiungimento dell’ennesimo punto di rottura della follia capitalista e, comunque vada, è importante sapere che non sarà una rottura ordinata, pulita e fatta di manifestazioni pacifiche.

19/10/2026 https://www.lafionda.org/

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