La repressione non ferma la rivolta: cariche e violenze poliziesche nelle città italiane

Da Milano a Napoli, da Bologna a Torino, da Firenze a Roma, migliaia di giovani tornano in piazza contro carovita e repressione. Cariche, manganelli e idranti anche durante i soccorsi. Il governo Meloni continua a trattare il conflitto sociale come una questione di ordine pubblico.

Il nuovo decreto sicurezza non ha fermato la mobilitazione. Sabato 24 ottobre, a una settimana dalle prime giornate di protesta, migliaia di giovani sono tornati nelle strade di numerose città italiane, nonostante le perquisizioni, i fermi, le denunce e il dispiegamento di forze di polizia che hanno preceduto i cortei. A Bologna, Torino e Firenze si sono registrate cariche e manganellamenti, mentre a Milano e Roma le manifestazioni si sono svolte sotto un imponente dispositivo di controllo. Particolarmente grave quanto accaduto a Bologna, dove gli idranti sono stati azionati anche nell’area in cui un’ambulanza stava soccorrendo un manifestante.

La giornata ha confermato l’indirizzo politico del governo Meloni: affrontare una questione sociale attraverso il rafforzamento degli strumenti repressivi. Alla precarietà, al lavoro povero, al carovita, alla difficoltà di accedere alla casa e allo studio vengono contrapposti nuovi reati, controlli preventivi e militarizzazione delle città. Le condizioni materiali che alimentano la protesta restano fuori dall’agenda dell’esecutivo, mentre la sicurezza viene identificata con la capacità di controllare le piazze e impedire che il conflitto attraversi gli spazi urbani.

Bologna, gli idranti anche durante i soccorsi

Gli episodi più gravi si sono verificati a Bologna, dove la polizia è intervenuta ripetutamente contro il corteo con cariche, manganelli, lacrimogeni e idranti. Gli scontri hanno interessato diverse strade del centro, in particolare piazza dei Martiri, via Marconi e via Riva Reno. La manifestazione è stata progressivamente contenuta attraverso sbarramenti e interventi dei reparti mobili, con conseguenze pesanti per i partecipanti.

Durante uno degli interventi, un giovane manifestante è stato immobilizzato a terra da alcuni agenti e ha successivamente accusato un malore, rendendo necessario l’intervento dei sanitari. Le immagini e le testimonianze relative all’episodio sollevano interrogativi sulle modalità del fermo e sull’impiego della forza nei confronti di una persona che manifestava evidenti difficoltà.

Ancora più grave quanto avvenuto durante i soccorsi. Gli idranti della polizia sono stati azionati anche nell’area in cui si trovava l’ambulanza intervenuta per assistere il ragazzo. L’utilizzo di strumenti coercitivi in prossimità di un mezzo sanitario impegnato in un’emergenza espone a ulteriori rischi le persone ferite e il personale che presta assistenza. Non può essere considerato un dettaglio secondario né giustificato genericamente con la concitazione degli scontri.

Quanto accaduto richiede l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e dei funzionari che hanno diretto le operazioni. Occorre chiarire le modalità dell’immobilizzazione, le disposizioni impartite ai reparti e le ragioni per cui l’idrante sia stato utilizzato mentre erano ancora in corso i soccorsi. La tutela dell’integrità fisica delle persone fermate e la possibilità di ricevere assistenza sanitaria costituiscono obblighi che nessuna esigenza di ordine pubblico può sospendere.

La gestione della piazza bolognese mostra inoltre come il ricorso sistematico a sbarramenti, cariche e dispersioni forzate possa contribuire ad aggravare le tensioni. È una questione che riguarda non soltanto le condotte dei singoli agenti, ma anche le decisioni operative e gli indirizzi politici che orientano la gestione delle manifestazioni.

Torino e Firenze, le cariche contro i cortei

A Torino la mobilitazione ha attraversato il centro cittadino, incontrando ripetuti sbarramenti delle forze dell’ordine. Gli scontri sono proseguiti nel quartiere Aurora, dove si sono registrate nuove cariche. I manifestanti hanno continuato a muoversi per le strade contestando il carovita, le politiche di riarmo e le misure repressive del governo.

La presenza dei reparti antisommossa e gli interventi per impedire l’accesso ad alcune aree hanno caratterizzato l’intera giornata. È una gestione dell’ordine pubblico nella quale la libertà di manifestare viene progressivamente subordinata alla possibilità di controllare ogni spostamento dei cortei. Le strade e le piazze, invece, sono spazi nei quali si esercita un diritto costituzionale, non luoghi concessi temporaneamente alla protesta dalle autorità.

A Firenze centinaia di giovani hanno attraversato la città. Quando il corteo ha cercato di dirigersi da piazza Santo Spirito verso il centro, la polizia è intervenuta con i manganelli nell’area di ponte Santa Trinita, impedendo ai manifestanti di raggiungere via Tornabuoni.

L’episodio pone una questione che riguarda molte città italiane: la progressiva sottrazione dei centri urbani alla protesta sociale. Le aree commerciali e turistiche vengono frequentemente trattate come spazi da proteggere dalla presenza di manifestazioni che potrebbero interrompere il normale funzionamento delle attività economiche. In questa concezione, il diritto di manifestare viene tollerato finché non interferisce con gli interessi commerciali e con l’immagine della città.

Le manganellate di Firenze e le cariche di Torino mostrano le conseguenze di un modello che privilegia il contenimento coercitivo dei cortei. Il mancato rispetto di un percorso indicato dalla polizia non può costituire, di per sé, una giustificazione generale per l’impiego della forza. Ogni intervento deve rispettare i criteri di necessità e proporzionalità, senza trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una limitazione sistematica della libertà di manifestazione.

Milano e Roma, la repressione preventiva

A Milano e Roma le mobilitazioni sono state precedute da un’intensa attività di controllo. Perquisizioni, identificazioni e accompagnamenti negli uffici di polizia hanno coinvolto numerosi giovani, compresi minorenni. Le operazioni si inseriscono in una strategia che tende ad anticipare l’intervento coercitivo dello Stato, considerando potenzialmente pericolosi soggetti e contesti sociali prima ancora dell’accertamento di specifiche responsabilità.

A Milano, dopo gli scontri del fine settimana precedente, il governo ha disposto l’invio di altri 500 militari. La decisione rafforza la presenza degli apparati di sicurezza in una città attraversata da profonde disuguaglianze, nella quale il costo dell’abitare, il lavoro povero e la segregazione urbana incidono direttamente sulle condizioni di vita delle famiglie popolari. La militarizzazione non affronta nessuna di queste questioni, ma contribuisce a rappresentare interi quartieri e gruppi sociali come popolazioni da sorvegliare.

A Roma i manifestanti hanno attraversato diverse zone del centro, raggiungendo anche l’area del Colosseo, sotto il controllo dei reparti antisommossa. Anche nella Capitale le identificazioni e gli accompagnamenti preventivi hanno assunto un ruolo rilevante nella gestione della giornata.

Gli scontri più duri ci sono stati però in serata quando il corteo voleva proseguire, all’altezza di largo di Santa Susanna, verso i palazzi istituzionali. Un manifestante che ha cercato di fermare un carro-idrante sedendosi per terra è stato pestato dai poliziotti.

Secondo il bilancio diffuso dalle autorità, a livello nazionale sono state identificate 4.292 persone, mentre 371 sono state accompagnate negli uffici di polizia, tra cui 110 minorenni. Sono state inoltre comunicate 87 denunce e nove arresti. Questi numeri non rappresentano responsabilità penali accertate, ma descrivono la dimensione del dispositivo di controllo impiegato contro le mobilitazioni.

Il coinvolgimento di tanti adolescenti rende particolarmente delicato il ricorso a strumenti preventivi che incidono sulla libertà personale. Identificazioni, perquisizioni e accompagnamenti non possono diventare pratiche indiscriminate, né essere utilizzati per scoraggiare la partecipazione alle manifestazioni. Il rischio è che l’appartenenza a determinati quartieri, l’origine familiare o la frequentazione di gruppi giovanili diventino elementi sufficienti per alimentare una presunzione generalizzata di pericolosità.

La responsabilità politica del governo Meloni

Le violenze poliziesche del 24 ottobre non possono essere separate dall’indirizzo che il governo Meloni ha impresso alla gestione del conflitto sociale. In questi anni l’esecutivo ha moltiplicato le disposizioni penali, ampliato gli strumenti preventivi e rafforzato i poteri di intervento delle forze dell’ordine, presentando ogni nuova restrizione come una risposta necessaria all’insicurezza.

Il decreto approvato dopo gli scontri di Milano rappresenta un ulteriore passaggio di questa strategia. L’intervento sulla giustizia minorile, l’estensione dell’arresto in flagranza differita e le nuove disposizioni sulle aggregazioni spostano progressivamente l’azione coercitiva dello Stato verso la prevenzione di comportamenti considerati potenzialmente pericolosi. Una trasformazione che incide sulla libertà personale e sul diritto di manifestare, ampliando gli spazi di discrezionalità degli apparati di sicurezza.

La responsabilità del governo non consiste nell’aver impartito personalmente ogni ordine durante le cariche, ma nell’aver costruito e rafforzato un quadro politico e normativo che privilegia la repressione rispetto alle risposte sociali. Le responsabilità individuali e operative per gli interventi illegittimi devono essere accertate, ma non possono essere isolate dalle scelte complessive che orientano l’azione delle forze dell’ordine.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il governo devono rispondere politicamente della gestione nazionale delle mobilitazioni. Quanto accaduto a Bologna, Torino e Firenze impone inoltre di verificare le disposizioni impartite ai reparti, le modalità di utilizzo degli strumenti coercitivi e le eventuali responsabilità per le violenze denunciate.

Rimane centrale la richiesta di introdurre codici identificativi per gli agenti impegnati nei servizi di ordine pubblico, garantire una documentazione effettiva degli interventi e istituire un’autorità indipendente incaricata di esaminare le denunce di violenza poliziesca. Senza strumenti di controllo adeguati, l’accertamento delle responsabilità continua a incontrare ostacoli che alimentano il rischio di impunità.

La questione sociale dietro la rivolta

Le mobilitazioni di ottobre non nascono da un’improvvisa predisposizione alla violenza di una generazione. Le testimonianze raccolte tra i giovani delle periferie milanesi raccontano condizioni materiali precise: genitori che lavorano senza riuscire a sostenere le spese familiari, adolescenti che vedono restringersi le possibilità di proseguire gli studi, ragazzi che vivono discriminazioni legate all’origine familiare e al quartiere nel quale abitano.

Sono le conseguenze di un’organizzazione sociale nella quale il lavoro non garantisce necessariamente l’uscita dalla povertà e le disuguaglianze vengono riprodotte attraverso l’accesso differenziato alla casa, all’istruzione e alle opportunità economiche. Una parte delle nuove generazioni sperimenta questa situazione come una prospettiva di peggioramento rispetto alle condizioni di vita dei propri genitori.

Il governo non affronta queste contraddizioni, ma le traduce in problemi di ordine pubblico. La povertà diventa marginalità da sorvegliare, il disagio viene associato alla devianza e la protesta rappresentata come una minaccia alla sicurezza. Le condizioni che alimentano la mobilitazione scompaiono dal dibattito, sostituite dalla discussione sulle pene e sui poteri necessari per contenere i manifestanti.

Non è una trasformazione iniziata con Meloni. Governi di diverso orientamento e amministrazioni locali hanno contribuito negli anni a sostituire le politiche sociali con interventi di controllo del territorio. L’attuale esecutivo ha però accelerato questo processo, facendo dell’inasprimento penale uno dei principali strumenti della propria iniziativa politica.

La contraddizione emerge anche nelle scelte di spesa. Mentre vengono individuate risorse per rafforzare la presenza militare e gli apparati di sicurezza, gli investimenti nell’edilizia residenziale pubblica, nella scuola, nei servizi territoriali e nel sostegno ai redditi continuano a essere subordinati ai vincoli di bilancio. La rapidità con cui vengono approvate nuove misure repressive contrasta con l’assenza di risposte strutturali ai bisogni sociali.

Il diritto penale finisce così per sostituire la politica. Non modifica le condizioni che producono esclusione, ma interviene sulle loro manifestazioni più visibili. Non riduce le disuguaglianze, ma rafforza gli strumenti attraverso cui controllare chi ne subisce le conseguenze. È la logica dello Stato penale, nella quale la questione sociale viene progressivamente trasformata in una questione di disciplina.

La violenza dello Stato non può essere normalizzata

Le giornate del 17, 18 e 24 ottobre hanno riportato al centro il rapporto tra conflitto sociale e uso della forza. Il governo ha costruito la propria risposta intorno alla necessità di isolare i manifestanti considerati violenti, rafforzare i controlli e introdurre ulteriori strumenti penali. Molto meno spazio è stato riservato alle violenze esercitate dalle forze dell’ordine e alle responsabilità di chi ne dirige gli interventi.

Questa asimmetria produce conseguenze concrete. La violenza attribuita ai manifestanti viene immediatamente utilizzata per giustificare nuove restrizioni, mentre quella esercitata dagli apparati statali viene frequentemente presentata come una conseguenza inevitabile del ripristino dell’ordine. In questo modo il controllo sull’uso della forza pubblica è subordinato alla solidarietà politica verso chi la esercita.

Quanto accaduto a Bologna, con l’impiego degli idranti nell’area in cui si trovava un’ambulanza, e le cariche documentate a Torino e Firenze impongono l’accertamento delle responsabilità, senza coperture corporative o giustificazioni preventive. La denuncia della brutalità poliziesca non può essere liquidata come un attacco alle istituzioni: è la richiesta che chi esercita la forza in nome dello Stato risponda delle proprie azioni.

La giornata del 24 ottobre ha dimostrato che la repressione non ha cancellato le ragioni della protesta. I giovani sono tornati nelle piazze nonostante i controlli, le perquisizioni e il nuovo decreto sicurezza. Le loro rivendicazioni continuano a riguardare le condizioni materiali dell’esistenza, il diritto a costruire un futuro e il rifiuto di politiche che destinano risorse crescenti al riarmo e agli apparati repressivi.

Il governo Meloni porta la responsabilità politica di aver scelto ancora una volta la repressione come risposta al conflitto sociale. Le violenze poliziesche devono essere denunciate e le responsabilità accertate, a partire dagli episodi di Bologna. Ma nessuna operazione di polizia potrà eliminare le condizioni che hanno portato migliaia di giovani a mobilitarsi. Il lavoro povero, la precarietà, il razzismo e le disuguaglianze non scompaiono con un decreto sicurezza. E finché quelle condizioni rimarranno immutate, il conflitto continuerà a riprodursi.

25/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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