La malattia mentale rimane ancora”fra parentesi”?
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Riflessioni sui recenti disegni di legge di revisione della legge 180/1978, sull’attuale psichiatrizzazione della società e su possibili rimedi
- Associazione Italiana per la Salute Mentale AISMe Firenze
- Associazione Auto Aiuto Psichiatrico Massa
- Filo d’Arianna Valle del Serchio
- Incontriamoci sull’Arno Firenze
- Rune Firenze
- Solidarietà e Rinnovamento Pistoia
Nei disegni di legge 2024 in materia di salute mentale, presentati da varie forze politiche, si pone chiaramente l’accento sugli aspetti clinici collegati con le nuove diagnosi e, a volte, anche su nuove misure restrittive. Fra le funzioni dei servizi non figurano però altrettanto chiaramente progetti compartecipati di natura psicosociale gestiti alla pari insieme a tutti i soggetti direttamente coinvolti a partire dalle associazioni degli utenti e dei familiari, dagli enti locali e dai servizi. Progetti questi ultimi non orientati primariamente verso la malattia, ma verso le relazioni interpersonali e lo sviluppo di comunità e che dovrebbero essere considerati importanti quanto quelli clinici.
La storica affermazione basagliana secondo cui il concetto di malattia mentale andrebbe messo “tra parentesi” a causa dell’incerta natura della malattia mentale stessa, è valida e forse a maggior ragione anche a tutt’oggi. Infatti, nonostante i grandi progressi tecnologici in vari settori della scienza, non abbiamo riscontri sufficientemente oggettivi sulla validità e affidabilità scientifica delle diagnosi psichiatriche (vecchie e nuove) che rimangono sempre descrittive e non causali come invece viene fatto credere anche da importanti organizzazioni del settore+a.
La legge 180, soprattutto attraverso la chiusura dell’ospedale psichiatrico in quanto ritenuto massimo emblema di emarginazione/medicalizzazione/coercizione, enfatizzava la necessità di un ritorno alle comunità territoriali di appartenenza delle persone sottolineando la natura sociale e non solo quella sanitaria dei problemi. In quegli stessi anni però si andava rafforzando un movimento del tutto opposto anche grazie alla diffusione della terza edizione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM). Si affermava che i problemi non stavano nella collettività ma soprattutto nella singola persona. Le persone quindi andavano trattate soprattutto individualmente in modo specifico grazie alle nuove diagnosi e ai nuovi strumenti terapeutici validati scientificamente. Quindi un forte messaggio di segno contrario a quello basagliano.
Il suddetto Manuale Diagnostico Statistico (DSM), pubblicato su scala mondiale fin dal 1980 da parte dell’Associazione Psichiatrica Americana, annovera oltre 300 quadri diagnostici nella versione più aggiornata. Se si considera che nella prima edizione del DSM risalente al secondo dopoguerra si contavano solo un centinaio di quadri diagnostici, ne risulta un incremento numerico impressionante nel giro degli ultimi decenni. Analogo sviluppo ha avuto l’International Classification of Diseases (ICD) dell’OMS che non si discosta dal DSM. Purtroppo le evidenze scientifiche a tutt’oggi riescono a spiegare solo una piccola parte dell’universo, sia livello macro che microscopico; senza contare che oltre all’evidenza scientifica dobbiamo tener conto di altri tipi di evidenza legata ad altri molteplici aspetti della vita.
Ai giorni nostri, verosimilmente a causa della tendenza all’eccessivo ricorso alle diagnosi e al relativo grande mercato di rimedi terapeutici, si da priorità agli aspetti clinici sottolineandone spesso l’andamento cronicizzante e ricorrendo a cure sanitarie a oltranza. Gli aspetti psicosociali vengono di solito considerati una mera estensione del momento clinico da gestire con personale di varia provenienza (operatori, familiari, carers, ex pazienti, etc.) addestrato in senso psicoeducativo al fine di seguire passo passo l’andamento della malattia nel suo lungo decorso. Quindi la malattia, ritenuta alla base dell’abnorme funzionamento del singolo, è uscita dalle “parentesi” basagliane ed è tornata al centro dell’attenzione con tutto il suo peso e perfino maggiorato. I fattori relazionali, psico sociali, culturali, educativi non avrebbero più rilevanza significativa nel determinare la sofferenza mentale. Alla società si richiede soltanto di accogliere le persone affette da tali malattie e di sostenerle nel corso dei trattamenti spesso di tipo cronico.
L’approccio clinico procede dal concetto di malattia individuale (medica o psicologica), si attua in luoghi specifici, fa uso di un linguaggio globale standardizzato basato su evidenze scientifiche (sapere globale)+b e sono ben definiti settings e responsabilià’ a cui gli operatori e gli utenti sono legati. Il modello psicosociale compartecipato invece si attua nelle comunità fuori dalla sede dei servizi; non guarda primariamente alla malattia ma alla persona all’interno del proprio contesto; si favoriscono relazioni alla pari, superando discriminazioni di ogni tipo e valorizzando le diversità e i linguaggi autoctoni (sapere locale)+b. Gli operatori con formazione clinica partecipano come persone alla pari degli altri alla costruzione di progetti comuni dando il loro contributo come persone evitando modalità legate al contesto clinico.
Si tratta quindi di due approcci di natura molto diversa, che non devono essere confusi e che dovrebbero invece svilupparsi in maniera parallela senza prevaricazioni reciproche. Il momento clinico rimane sicuramente importante e fa capo agli operatori del settore che sono legati alla responsabilità dei diversi interventi standardizzati. Il momento psicosociale dei progetti compartecipati vede invece i vari attori del territorio, inclusi gli operatori dei servizi con competenze cliniche, coinvolti alla pari e con pari responsabilità nella costruzione e gestione dei suddetti progetti.
Fra i progetti psicosociali compartecipati di varia natura, sia auto che etro centrati e in relazione alle caratteristiche delle diverse comunità, particolare importanza rivestono i gruppi di incontro dove si espongono le proprie esperienze personali di sofferenza condividendole con gli altri partecipanti. Il libero scambio in un contesto, in cui tutti si pongono come pari, si dimostra di per sé molto utile per acquisire fiducia in sé stessi e individuare soluzioni adeguate. in tali gruppi anche l’operatore dei servizi partecipa come un pari senza ricorrere a giudizi diagnostici e a prescrizioni. Dovrà invece ascoltare e magari aiutare a facilitare la circolarità delle interazioni, dovrà astenersi dal dare risposte, ma lascierà che sia il gruppo stesso a dare risposte. La sede al di fuori dell’ambiente dei servizi e la partecipazione di persone della comunità, in qualche modo interessate alla salute mentale, richiede l’uso di linguaggi comprensibili e significativi che si adattino a ciascun contesto comunitario. Chi ha esposto il proprio problema, ascoltando i punti di vista degli altri, avrà la possibilità di riflettere in tutta libertà sulle possibili interpretazioni e soluzioni da adottare espresse dagli altri partecipanti. Attraverso siffatte interazioni ci si rende conto di quanto le cose possono essere narrate in modo diverso e ognuno è libero di scegliere la narrazione che più gli si adatta. Da tali attività possono scaturire più o meno direttamente ulteriori momenti e progetti gestiti dagli utenti ed ex-utenti stessi insieme ad altri soggetti della comunità e sarà sempre meno utile il supporto degli operatori del servizio sanitario. Va inoltre sottolineato il fatto che incontrarsi in un luogo pubblico al di fuori della sede dei servizi induce i partecipanti a sentirsi cittadini di quella comunità, tutti alla pari con uguali diritti e doveri e corresponsabili dello sviluppo della comunità stessa di cui fanno parte a pieno titolo.
Progetti psicosociali come quelli citati affondano le loro radici fin dal secondo dopoguerra nelle esperienze di trasformazione in comunità di alcuni reparti psichiatrici di vari paesi, ma soprattutto del Regno Unito. Tali esperienze ispirarono anche vari psichiatri italiani come Basaglia. Il successivo sviluppo dell’auto aiuto psichiatrico e delle associazioni di salute mentale nel nord Europa e Nord America, diffusosi in Italia fra gli anni 80 e 90, ha dato ulteriore impulso alla transizione dal modello clinico al modello comunitario, ora non più inteso solo come trasformazione di un reparto ospedaliero in comunità, ma come lavoro nelle comunità territoriali vere e proprie. Rispetto alla diade terapeuta paziente si proponevano allora altre modalità di rapporto che vedevano gli utenti stessi farsi promotori della costruzione di nuovi percorsi attraverso modelli di co-creazione con molti altri soggetti della società+c.
I suddetti progetti, insieme ad altre esperienze simili, possono essere considerati come strumenti curativi e preventivi allo stesso tempo anche per quelle molteplici situazioni al limite fra ciò che è ritenuto normale e ciò che invece è ritenuto patologico. Dovrebbe essere individuata un’area neutra della comunità, intermedia fra la comunità stessa e i servizi, al fine di garantire che a ogni partecipante sia garantita sufficiente autonomia e libertà da vincoli di dipendenza dagli altri componenti del progetto. Si dovrebbe puntare sull’attivazione delle risorse personali e sullo scambio di esperienze alla pari tipico dell’auto aiuto, degli uditori di voci e della co-creazione. Siffatto lavoro potrà essere utile per bilanciare adeguatamente il sapere locale con quello globale contribuendo allo sviluppo di comunità protagoniste e alla realizzazione di servizi sempre più adeguati ai bisogni.
Per quanto sopra detto riteniamo che la malattia dovrebbe restare ancora fra parentesi e che solo una franca dialettica fra momento clinico e momento psicosociale compartecipato potrebbbe consentire di bilanciare opportunamente gli interventi individuali con quelli collettivi. Con ciò si potrà evitare il rischio di ulteriore abnorme espansione degli interventi clinici più o meno forzosi sul singolo in nome di malattie spesso di scarsa consistenza perfino dal punto di vista scientifico. Cosa questa che purtroppo sta avvenendo in molti paesi occidentali e che può essere considerata come una forma di nuova istituzionalizzazione in diretta continuità con la filosofia manicomiale che purtroppo è sempre presente in gran parte della società+d.
Riteniamo che la legge 180 offra già di per sé spazi abbondanti per i suddetti progetti psicosociali compartecipati fra associazioni, enti locali e servizi, ma tali progetti dovrebbero essere ulteriormente promossi e attuati a livello locale affinché risultino realmente efficaci e capaci di tener testa alla pervasiva clinicizzazione della società che è da considerarsi come nuova istituzionalizzazione psichiatrizzazione diffusa.
LINK
+b https://www.cambridge.org/core/journals/the-british-journal-of-psychiatry/article/postpsychiatry-mental-health-in-a-postmodern-world-by-patrick-bracken-philip-thomas-oxford-oxford-university-press-2005-304-pp-2995-pb-isbn-0198526091/005C86B2E63DFA023BB1B62F73BD563F
https://philpapers.org/rec/BRAPMH
+c https://www.mentalhealtheurope.org/library/co-creation/
https://www.ecologiadellamente.it/archivio/2136/articoli/23144/
+d https://mhe-sme.org/wp-content/uploads/2018/01/Mapping-and-Understanding-Exclusion-in-Europe.pdf
. Testo di Pino Pini, Pischiatra, pubblicato in Inghilterra da Critical Psychiatry Network
https://www.criticalpsychiatry.co.uk/uncategorised/is-mental-illneaismess-still-in-brackets/
17 Ottobre 2024
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