A che punto è la nostra pigrizia?

Incontro con braccianti agricoli e operai edili che lavorano nelle campagne del casertano per promuovere la manifestazione del 24 maggio “Siamo umani”. Foto di Centro Sociale Ex Canapificio

Sta succedendo che qua e là le piazze tornano a riempirsi di persone comuni. Accade per Gaza, contro il Decreto sicurezza, per proteggere la terra dalle tante aggressioni ambientali… Quella partecipazione non solo tiene aperte questioni che si vorrebbero chiuse e dimenticate, ma mette anche in discussione l’isolamento dell’indignazione digitale e l’ossessione dell’immediatezza dei risultati che riguarda anche i chi desidera mondi diversi

Non so se la mia impressione sia fondata oppure no, ma a me pare che faticosamente riemerga la voglia di presenza in piazza. Avviene soprattutto sulle questioni internazionali, con le proteste contro i massacri inauditi che stanno avvenendo a Gaza, e contro le guerre che insanguinano il mondo a partire dall’Ucraina. Ma mobilitazioni significative s’intravedono anche su alcune questioni italiane: per esempio contro il cosiddetto Decreto-sicurezza, come pure sui nodi ambientali. Per dirne una, sabato 10 maggio nella nostra zona, ad Acerra, un corteo di diverse migliaia di persone ha protestato contro la logica micidiale dell’incenerimento dei rifiuti e ha rivendicato l’urgente necessità della bonifica dei territori conosciuti con la brutale espressione di “Terra dei fuochi”.

Sta succedendo, insomma, che qua e là le piazze si riempiano di persone comuni. E di persone di tutte le età. E io voglio sperarlo che qualcosa stia cambiando, che davvero si cominci ad andare oltre la pigrizia degli ultimi anni.

Pigrizia che riguarda non solo le grandi masse silenziose e disattente, e forse addirittura indifferenti ai drammi del nostro tempo, ma anche – bisogna dirlo – molte persone che non sono per nulla indifferenti. Riguarda, anzi, persino quelli che quotidianamente, o quasi, si impegnano per buone e giuste cause, per esempio, nell’attività di solidarietà coi nostri fratelli e sorelle migranti, o per far rivivere la memoria sulle date iconiche della nostra storia, che sono il 25 Aprile e il Primo Maggio, o, più in generale, per far crescere la coscienza critica nei confronti dell’attuale stato di cose. Purtroppo non sono affatto pochi gli attivisti – proprio quelli visibilmente impegnati nell’azione solidale e nella costruzione della cultura critica – che si mostrano oggi convinti della sostanziale inutilità dell’iniziativa di piazza. E poiché la presenza organizzata dei corpi che attraversano le strade quasi mai porta a risultati immediati, le pratiche concrete di mobilitazione (cortei, presìdi, eccetera) sembra davvero che non abbiano, o non possano più avere, l’importanza di una volta.

Succede anche nei luoghi di lavoro: la difficoltà di far partire gli scioperi e la scarsa disponibilità a perdere salario per rafforzare le lotte sono sotto gli occhi di tutti. E non basta sottolineare come sia proprio la debolezza delle lotte a indebolire la forza contrattuale dei lavoratori e la forza complessiva di chi rivendica diritti…

Il punto è che viviamo oggi nel tempo del “presentismo” assoluto. E anche sul versante di chi critica le ingiustizie e desidera un mondo più giusto agisce la logica dell’immediatezza: se non arrivano risultati nel giro di ventiquattro ore o di una settimana, se ne deduce che è stato del tutto inutile scioperare o sfilare in corteo o costruire mobilitazioni collettive.

È questo modo di vedere che ha rivestito di ragioni “ragionevoli” la pigrizia che ha caratterizzato gli ultimi tempi. E si tratta di una pigrizia che danneggia esattamente le ragioni di chi nel suo cuore comunque coltiva l’ideale di un mondo diverso, più giusto, fatto di solidarietà, diritti e dinamiche di pace sia con la nostra madre Terra, che continua ad essere così brutalmente fregiata, e sia nei confronti degli altri essere umani, che noi sappiamo esistere attorno a noi (oppure lontano, è lo stesso), col loro carico di difficoltà e dolore.

Non lo so se la mia impressione possa essere corretta. Se davvero si ricomincia a pensare che sia importante il ritrovarsi in piazza tutti assieme su grandi questioni, su grandi valori e su significative rivendicazioni.

Intanto, importante lo è di sicuro per chi partecipa: perché, indipendentemente dai risultati che si ottengono (o che non si ottengono), quella partecipazione mette in moto qualcosa che va comunque contro la modalità di esistenza conformista nella quale siamo immersi.

Passiamo gran parte del nostro tempo sui social, mettiamo i like; e più o meno spesso rendiamo noto quel che pensiamo alla minuscola bolla che gli algoritmi dei social hanno costruito per noi. Leggiamo, e ci indigniamo se il caso; e gioiamo se arriva qualche buona notizia. E passiamo oltre. Passiamo cioè ad altri post, ad altri siti, ad altre notizie, ad altre indignazioni e ad altre gioie. Il sistema impersonale della comunicazione informatica ci vuole esattamente così: ciascuno di noi nel suo isolamento, col suo piccolo schermo tra le mani, che ci dà l’illusione di essere in contatto col mondo e di parlare al di fuori delle muraglie ristrette nelle quali siamo in realtà confinati.

Quando dunque succede che ci si ritrova fisicamente, con la fisicità del nostro corpo, per le strade e per le piazze insieme ad altri, a condividere le stesse parole e le stesse idealità, ebbene succede anche che, senza neppure avvedercene, noi rompiamo in quel momento, almeno per un momento, la gabbia in cui la modernità livida del sistema capitalistico ci vuole rinchiusi.

Certo, ci sono e ci saranno sempre buonissime ragioni per restarsene in quiete nei luoghi in cui stiamo, senza la fatica di doverci spostare, di dover andare, di dover essere a una determinata ora in un determinato posto. Ci sono e ci saranno sempre buonissime ragioni: abbiamo da fare, abbiamo già fatto, siamo molto stanchi… E poi, tanto uno in più o uno in meno non cambia nulla. E per la verità non cambia nulla neppure un corteo in più o un corteo in meno… Ci mettiamo dunque l’anima in pace e non ci diamo neppure la pena di riflettere sul fatto che non tutti gli appuntamenti sono uguali. Ci sono appuntamenti di lotta che hanno particolare valore proprio per le cose in cui crediamo. E a quelle mobilitazioni, proprio perché crediamo in determinate cose, dovremmo davvero fare di tutto per andarci.

Anche perché – ed è questa la seconda ragione che mi fa dire che i cortei e gli scioperi (beninteso i cortei e gli scioperi che hanno un senso evidente) servono come il pane – non è affatto vero che i risultati non si ottengono.

Prendiamo il caso dei massacri in Palestina e del vero e proprio genocidio che si sta consumando a Gaza: è evidente che i cortei non hanno fermato le stragi, e non hanno fermato neppure i governi, come il nostro, che continuano a sostenere il governo israeliano. E tuttavia, se quei cortei non ci fossero neppure stati, se la solidarietà coi palestinesi non fosse stata continua e diffusa in tante piazze e tanti angoli del mondo, la questione sarebbe già stata chiusa. Tremendamente chiusa.

In altre parole, il risultato di un corteo o di uno sciopero, prima ancora dell’obiettivo specifico che li motiva, è esattamente di mantenere aperte le questioni. E non è un risultato da poco, perché in una società oppressiva e ingiusta come quella di oggi, quando le questioni si chiudono significa che si mettono delle pietre tombali sulle speranze, sui desideri e sui valori non solo di tante persone sparse nel mondo, ma anche magari sulle nostre stesse speranze, proprio sui nostri stessi desideri: quelli che, nell’intimo del nostro cuore, non ci fanno essere riconciliati con gli attuali rapporti sociali oppressivi e con le logiche dello sfruttamento, e ci spingono a sognare un altro mondo possibile.

E però dobbiamo saperlo: se coltiviamo queste speranze e questi desideri di giustizia e armonia, non possiamo pensare che basti indignarsi davanti al piccolo schermo che abbiamo in mano e mettere i “Mi piace” ai post che denunciano o criticano lo stato di cose presenti. Questo non basta. Anzi, per molti versi, è addirittura controproducente: perché ci dà l’impressione di fare qualcosa, mentre invece non facciamo nulla.

Ma forse questo atteggiamento di pigrizia, forse (voglio illudermi) cominciamo a mettercelo alle spalle. S’avvia di nuovo, forse (almeno lo spero), la voglia della partecipazione concreta: indipendentemente dal fatto che abbiamo da fare, indipendentemente dal fatto che abbiamo già fatto, indipendentemente dal fatto che siamo stanchi perché abbiamo fatto. E indipendentemente dal fatto che comunque coltiviamo una opinione giusta e corretta col nostro piccolo schermo in mano…

Rino Malinconico

13/5/2025 https://comune-info.net


Questo articolo prende spunto dalla manifestazione promossa dal centro sociale Ex Canapificio di Caserta per il 24 maggio:

Caserta 24 maggio Download

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