AI, la politica come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi

Il nuovo e importante libro di Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill, pp. 158, euro 19), strettamente collegato al precedente Finanza e guerra (2023), ha l’indubbio merito di centrare un fenomeno che da alcuni decenni sta risultando sempre più decisivo, vale a dire quella trasformazione del potere contemporaneo che vede la guerra ibrida operare una metamorfosi complessiva, di taglio innanzitutto antropologico, che riguarda appunto la stessa politica.

Per capire cosa sia la guerra ibrida si può partire dal rovesciamento della celebre formula di Clausewitz arrivando così a sostenere come la politica sia oggi la continuazione proprio della guerra ibrida con altri mezzi. L’odierna configurazione della guerra manifesta infatti il presentarsi, ad esempio, delle reti globali (energia, finanza, logistica) come armi. In breve, l’insieme delle infrastrutture, soprattutto sotto veste digitale e appunto finanziaria, nel momento in cui viene a tradursi operativamente in senso bellico si concretizza in una capacità d’intervento, sostenuta dagli utilizzi più sofisticati dell’intelligenza artificiale e della robotica, che logora e destabilizza l’avversario senza passare necessariamente attraverso la classica dichiarazione di guerra.

SI PUÒ ANCHE DIRE COSÌ, per maggiore chiarezza: l’impiego delle infrastrutture digitali e delle reti globali come armi ha degli effetti essenziali che si possono individuare, tra l’altro, nel fatto che la cosiddetta sovranità «formale» (confini e leggi che sostanziano la sovranità nazionale) viene ad essere affiancata da una sovranità «funzionale» (capacità di fornire servizi imprescindibili) che rinvia in termini di condivisione o addirittura di cessione a soggetti (aziende private) diversi da quello propriamente statale.

Tutto questo ha delle conseguenze su diversi piani, attraversati con rigore da Cacciari, ad esempio in ciò che si presenta come nuova rivoluzione industriale, nel senso della fusione tra AI, robotica e appunto guerra ibrida che rende concretamente possibile non soltanto l’accelerazione di quest’ultima ma anche la sua trasformazione – che ha valore antropologico – in un vero e proprio ecosistema vivente di carattere radicalmente conflittuale. È su questo punto che pare opportuno insistere perché restituisce al meglio l’idea che la politica non sia soltanto la continuazione della guerra con altri strumenti ma lo sviluppo della logica dominante nel nostro tempo, quella algoritmica, che intrecciata con la manifestazione dello stato di emergenza come regola, permanente per dirla in termini benjaminiani, riduce l’umano a semplice mezzo della sua effettuazione.

ATTRAVERSO L’UTILIZZO originale dell’Actor-Network-Theory (Latour e altri studiosi) e delle più articolate teorie della complessità, Cacciari fornisce una accurata descrizione dei nuovi attori bellici all’interno di un conflitto ormai generalizzato di carattere appunto ibrido: soggetti come i produttore di AI, i cosiddetti mercenari 2.0, gli hacker riferibili alle realizzazione di pratiche violente, di ordine digitale ma con conseguenze fisiche estremamente serie, e poi i capitalisti della coercizione, vale a dire quei fondi speculativi e holding finanziarie che sono in grado di controllare o comunque condizionare fortemente le infrastrutture critiche (sistemi di comunicazione, banche strategiche, reti energetiche e così via) delle differenti realtà nazionali.

CIÒ SIGNIFICA che l’ordine politico mondiale, tradizionalmente riferibile alla figura dello Stato-nazione nella veste di attore razionale e consapevole/responsabile del potere finale, si traduce in una sorta di ecosistema di potere con tratti decisamente policentrici riferibili al primato del contingente e, se si vuole, di un caos mai pienamente risolvibile. Com’è allora possibile affrontare questo campo di forze, effettivamente «antropologico», all’interno del quale la politica è subordinata alla guerra in formato ibrido, in un modo cioè da rendere instabile qualsiasi proposizione di «legami», di carattere sociale, realmente forti? È ancora sufficiente il rinvio alla strutture formali dello Stato o si deve gettare lo sguardo anche su quelle reti informali, di consulenti e agenzie create appositamente, che hanno il compito “potente” di intervenire sulle diverse espressioni di una produzione incessante di crisi?

Questioni aperte e che hanno comunque il merito di richiamare l’attenzione anche su dinamiche fondamentali di gestione dell’immediato che comportano l’indebolimento della capacità di immaginare e realizzare futuri alternativi (capacità istituzionalmente/tradizionalmente riferita allo Stato, a parte perlomeno dei suoi esercizi).

ACCANTO a ciò, un prezzo politico decisamente elevato di questa metamorfosi, dell’affermazione di un ecosistema di potere, consiste nella trasformazione della cittadinanza da fonte di sovranità a rilevazione del delinearsi di un soggetto sempre più controllato, iper-monitorato, a conferma di ciò che da tempo sostiene David Lyon nel momento in cui rileva la mutazione della nostra società di sorveglianza in vera e propria «cultura della sorveglianza», cambiamento che registra una richiesta paradossale di più protagonismo dalla parte del soggetto stesso ma nell’ottica di un suo contribuire all’approfondimento delle dinamiche di dipendenza: il che vuol dire, riprendendo uno dei sensi del testo di Cacciari, presentare il soggetto contemporaneo – ed è questo il prezzo politico dell’accentuarsi odierno del controllo – come soggetto in armi, tecnologicamente rivestito da abiti di taglio bellico, insomma un «guerriero» sempre più compreso nel feticismo tecnologico dilagante.

Ubaldo Fadini

26/2/2026 il manifesto 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *