Albanians do it better. Piccoli spunti di rivoluzione
Un reportage delle piazze di Tirana si interroga su ciò che resta quando la rabbia collettiva, dovuta a profonde fratture di una società attraversata da sfiducia nelle istituzioni e prospettive incerte, incontra la possibilità di un futuro diverso
di Luca Manoni
“Come faccio a chiedervi dei soldi?” Ce lo dice guardandoci dallo specchietto retrovisore. Fuori dal finestrino, le strade di Tirana portano ancora i segni di una settimana che ha lasciato il segno sulla città. Gli avevamo appena chiesto quanto gli dovessimo per la corsa che ci stava riportando fuori dal cuore della manifestazione. La risposta del tassista ha rappresentato per me un vero e proprio segno di appartenenza.
Poche ore prima, un altro autista ci aveva raccontato una storia completamente diversa. Mentre aggirava le strade bloccate, scuoteva la testa, criticando chi stava incendiando le piazze. Per lui la rivolta era incomprensibile. Attribuiva al governo di Edi Rama il merito di aver rilanciato il turismo e trasformato l’economia della capitale. La violenza, a suo giudizio, non è l’espressione della disperazione dei cittadini, ma il risultato di una manovra politica orchestrata dall’opposizione, tra infiltrati e agitatori pagati per destabilizzare lo Stato. Poi, riferendosi ai giovani in prima linea, aveva liquidato la questione chiedendosi: “I ragazzini che stanno lì, che ne sanno di politica?”.
Due visioni dell’Albania
Due corse in taxi, due visioni opposte dello stesso Paese. L’Albania che abbiamo incontrato a Tirana non è un popolo unanimemente schierato contro il proprio governo, ma una società attraversata da una frattura profonda. Una parte continua a riconoscere a Rama i risultati ottenuti, soprattutto sul piano economico e turistico; un’altra ritiene che quei risultati nascondano corruzione e un futuro sempre più difficile da immaginare. È dentro questa contraddizione che si muove la protesta.
Le ragioni della piazza
Raggiungendo il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il viale principale di Tirana, ci accorgiamo subito che la mobilitazione nasce dall’incontro di rivendicazioni diverse, maturate nel tempo e confluite nella stessa piazza. Da una parte c’è il movimento dei fenicotteri, impegnato da mesi contro la speculazione immobiliare e la corruzione. Dall’altra ci sono gli studenti, scesi in strada per difendere il diritto allo studio e contestare un sistema che restringe progressivamente le prospettive delle nuove generazioni. Attorno a loro si raccolgono famiglie, anziani e cittadini che portano con sé i simboli della tradizione albanese, come la qeleshe, il caratteristico berretto bianco in feltro di lana.
Le ragioni della protesta sono diverse, ma molte delle persone che incontriamo finiscono per manifestare la stessa difficoltà, quella di arrivare alla fine del mese. Molti spiegano che il salario non basta a sostenere le spese essenziali della famiglia. I più fortunati riescono ad andare avanti grazie ai parenti emigrati in Italia, che inviano parte del proprio stipendio per aiutare chi è rimasto. È una dipendenza economica che attraversa le famiglie e racconta, meglio di molte statistiche, il peso dell’emigrazione sulla società albanese.
Ai salari bassi si aggiungono soprattutto l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, ma anche il costo degli affitti. Il boom immobiliare di Tirana, alimentato anche da capitali di provenienza opaca secondo le accuse rivolte al settore, ha contribuito a trasformare il volto della capitale, ma ha reso sempre più difficile per molti residenti sostenere il costo della vita.


La speculazione edilizia si inserisce in un quadro più ampio, segnato dall’economia sommersa e dalle difficoltà dell’agricoltura locale. A tutto questo si aggiunge la percezione di un’amministrazione pubblica inefficiente, incapace di garantire servizi all’altezza dei bisogni della popolazione e, allo stesso tempo, profondamente intrecciata con gli equilibri politici del Paese.
Le conseguenze sono visibili nella fuga dei giovani verso l’estero e nell’impoverimento di una parte della classe media. Chi scende in piazza denuncia il peso degli oligarchi, la concentrazione del potere economico e un costo della vita simile a quello europeo, senza che salari e tutele sociali abbiano seguito la stessa traiettoria.
Durante il fine settimana trascorso a Tirana, dal 16 al 18 ottobre, io e l’autore di origini albanesi delle fotografie che accompagnano questo articolo, abbiamo osservato da vicino una parte di questa società, che si sente esclusa dai benefici della crescita e non riconosce più nel sistema politico una possibilità concreta di riscatto.
Una protesta sempre più tesa
La prima cosa che colpisce è l’organizzazione della piazza. La mobilitazione dei fenicotteri è arrivata nella giornata di venerdì 16 ottobre al suo 139º giorno, ma l’ingresso massiccio degli studenti ha contribuito a trasformare le proteste e ad accrescere la tensione nelle strade.
Nell’ultima settimana, l’impiego ripetuto di lacrimogeni da parte della polizia ha reso l’aria difficile da respirare. I volontari distribuiscono acqua, cibo e flaconi di soluzione sterile per sciacquare gli occhi irritati. Anche alcuni negozi e ristoranti contribuiscono, offrendo gratuitamente ciò che serve a chi rimane in piazza. Un ragazzo ci chiede di fotografare i materiali utilizzati dagli agenti, sparsi lungo le strade. A terra troviamo candelotti lacrimogeni apparentemente privi di etichette identificative. Sui social circolano fotografie di alcuni reperti che, secondo quanto riferito online, riporterebbero date di scadenza risalenti al 2018.
Tra i manifestanti cresce il timore che l’impiego di munizioni scadute possa comportare rischi ulteriori rispetto a quelli normalmente associati ai lacrimogeni. Una ragazza ci riferisce anche voci su un possibile intervento di ispettori dell’OPAC, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. Non riusciamo a verificare autonomamente queste informazioni. La loro diffusione, tuttavia, spiega ancora una totale sfiducia dei manifestanti nelle autorità.

Nei giorni successivi, ai lacrimogeni si aggiungono altri strumenti antisommossa, tra cui proiettili di gomma e munizioni che i manifestanti identificano come pallini metallici. Progettati per contenere le proteste con mezzi dichiarati non letali, questi strumenti possono provocare lesioni gravissime, soprattutto quando vengono impiegati ad altezza d’uomo.
Dall’altra parte della barricata, alcuni manifestanti divellono i sampietrini e le lastre dei marciapiedi per lanciarli contro i blindati. Sull’asfalto si mescolano pietre, candelotti e residui delle munizioni utilizzate dalla polizia. In alcuni momenti la protesta assume i tratti di una guerriglia urbana. Nel cuore della notte, il governo dispone la rimozione di parte del selciato con le ruspe, nel tentativo di sottrarre alla piazza altri oggetti da utilizzare come armi.
Dalla folla partono anche molotov, lanciate contro i mezzi delle forze dell’ordine.
La violenza, a questo punto diventa una presenza costante, capace di trasformare ogni strada in un possibile fronte di scontro.
Una tregua inattesa
Eppure, nella notte di venerdì 16 ottobre, dopo un’intera giornata di scontri, assistiamo a una scena che rompe temporaneamente questa spirale. Gli scontri si interrompono per un momento. Tra i manifestanti e i reparti antisommossa si apre un confronto ravvicinato, mentre dalla folla comincia a levarsi un coro sempre più ritmato: “Hiqni kaskat, hiqni uniformat!”, togliete i caschi, togliete le divise.
Poi accade qualcosa di inatteso. Dalle retrovie del corteo iniziano a passare bottiglie d’acqua e cibo, che i manifestanti offrono agli agenti fino a poco prima schierati di fronte a loro. I poliziotti abbassano gli scudi e, durante una tregua temporanea, accompagnano pacificamente il corteo fino al palazzo del Primo Ministro.
Davanti all’edificio, blindato e inaccessibile, la scena più significativa non è quella di una molotov, ma quella di un padre che tiene stretta a sé la propria bambina, protetta nel marsupio sul petto. È lì, in mezzo alla tensione, che la richiesta di un futuro diverso assume un volto concreto. Quell’immagine non cancella la violenza delle ore precedenti e non garantisce che la tregua possa durare. Ma ricorda che, dentro una piazza sempre più radicalizzata, esiste ancora uno spazio per gesti che interrompono la logica dello scontro. La parentesi pacifica si chiude rapidamente.
Le ombre del passato
All’alba di sabato 17 ottobre, la piazza cambia volto. Arrivano nuove persone dalle province, insieme a sindaci, volti noti dello spettacolo e sostenitori del Partito Democratico all’opposizione, riconoscibili anche dai cappelli blu. La protesta assume una dimensione ancora più ampia e la componente politica diventa più visibile.
Tra gli slogan compare “Fuori i comunisti”. In Albania, questa parola non richiama soltanto una contrapposizione ideologica ma riapre una ferita storica. Per oltre quarant’anni, sotto la dittatura di Enver Hoxha, il Paese ha vissuto sotto un regime isolazionista e repressivo, segnato dalla sorveglianza della Sigurimi, la polizia segreta, dalle persecuzioni e dalla soppressione delle libertà individuali.
Un anziano con occhiali protettivi e mascherine ci fissa attraverso le lenti. Ci racconta di aver conosciuto la dittatura sulla propria pelle. Per lui, e per molti altri in quella piazza, la risposta dello Stato richiama gli orrori del passato.
Non è possibile stabilire quanto questo timore sia condiviso da tutti i manifestanti. È però evidente che, per una parte di loro, la protesta non riguarda più soltanto il costo della vita o la corruzione, ma riguarda il rischio di vedere nuovamente concentrato il potere nelle mani di istituzioni percepite come ostili.


Sui cartelli compare anche l’accusa di “Narco-Stato”, alimentata dai sospetti delle opposizioni su presunti legami tra esponenti dell’esecutivo e criminalità organizzata. Accuse gravi, che richiedono riscontri indipendenti. Ma il fatto che siano diventate parte del linguaggio della protesta rivela quanto profonda sia la crisi di fiducia verso il governo.
Con l’aumentare dei manifestanti, aumentano anche i fermi e gli arresti. Un giornalista di una rete all-news albanese ci segnala in diretta la presenza di agenti senza distintivo e privi del numero identificativo. Nelle strade vediamo anche uomini in borghese, la cui funzione non sempre è immediatamente riconoscibile.
Tra i ragazzi circolano diverse accuse. Alcuni, avvisandoci della pericolosità della situazione, sostengono che tra gli infiltrati vi siano anche civili incaricati di aggredire i manifestanti. Lo stesso giornalista richiama la nostra attenzione sulle calzature di alcuni agenti, molti dei quali indossano normali scarpe da ginnastica o addirittura da cerimonia. La scena restituisce l’immagine di reparti che, almeno in alcuni casi, appaiono equipaggiati in modo disomogeneo.
Nel frattempo, il Primo Ministro, attraverso un incontro faccia a faccia con le forze dell’ordine, ha promesso un provvedimento da 2.500 euro per circa tremila agenti, descritto dal governo come un premio per l’impegno nel garantire l’ordine pubblico.
La città come fronte di scontro
Dal pomeriggio di sabato, la via principale di Tirana si trasforma in un fronte di scontro. Secondo quanto osserviamo, i lacrimogeni vengono lanciati anche dai tetti degli edifici, mentre la folla si disperde nelle strade laterali. La protesta si frammenta in gruppi più piccoli, che si muovono per la capitale. Alcuni edifici e attività commerciali vengono incendiati, tra cui banche e sedi di grandi compagnie telefoniche, oltre al ministero dell’istruzione e la corte suprema, dati alle fiamme già giorni prima del nostro arrivo.
I piccoli negozi locali sono stati risparmiati. Sulle saracinesche abbassate compaiono cartelli con la scritta “Noi siamo con voi”. Anche Piazza Scanderbeg diventa teatro di scontri. Le camionette della polizia inseguono alcuni manifestanti isolati, mentre nelle strade più buie i gruppi si disperdono e si ricompongono. Quando cala la notte, le famiglie e molti anziani lasciano la piazza. Restano soprattutto i ragazzi con il volto coperto, alcuni armati di pietre e molotov.


La situazione diventa pericolosa anche per chi cerca di documentarla. Sui social circolano video di giornalisti e fotografi fermati o colpiti durante gli scontri. Rimanere in strada significa esporsi a rischi crescenti, mentre la possibilità di distinguere tra manifestanti e operatori dell’informazione si riduce. Domenica mattina torniamo davanti al Ministero dell’Istruzione, sede di partenza del corteo. L’appuntamento, dato dalle pagine social della protesta, è previsto per le undici.
Tre vie sono presidiate dalle forze dell’ordine e dagli autoidranti. Nella prima ora qualcuno suona, qualcuno balla, altri cercano di bloccare il traffico. Poi la folla aumenta. I tamburi si fermano, sostituiti dai cori e dalle esplosioni. Il ciclo ricomincia, senza che si intraveda una via d’uscita, con la sensazione che ogni giorno porti con sé un rischio sempre maggiore.
Quello che resta, al ritorno
Durante il volo di ritorno in Italia, con i vestiti ancora impregnati di gas lacrimogeno, ripenso a ciò che abbiamo visto. L’Albania che incontriamo in piazza non coincide con l’intero Paese. Le due corse in taxi con cui si apre questo racconto lo dimostrano. C’è chi difende il governo, riconoscendogli i risultati ottenuti, e chi considera la crescita degli ultimi anni insufficiente a compensare disuguaglianze, corruzione e mancanza di prospettive.
Eppure, tra le persone che hanno scelto di manifestare, avverto un forte senso di appartenenza a una causa comune. Le rivendicazioni sono diverse, le tensioni non mancano e la violenza attraversa le giornate che abbiamo documentato. Ma una parte consistente della piazza si riconosce nella richiesta di un sistema politico ed economico capace di offrire un futuro ai propri cittadini.

È una mia impressione, maturata in pochi giorni e limitata alle strade che abbiamo percorso. Ma è inevitabile guardare anche a casa nostra. Nelle stesse giornate, le notizie dall’Albania si intrecciano con quelle delle proteste italiane, in particolare a Milano, e i disagi al Sud Italia, poco presenti nei media di Stato. Anche qui la rabbia nasce spesso dalla precarietà, dal costo della vita e dalla sensazione che le istituzioni non riescano a rispondere ai bisogni di chi resta indietro.
La differenza, almeno per ciò che ho potuto osservare a Tirana, non sta nell’assenza di divisioni, ma nella possibilità, che ho visto concretizzarsi, di riconoscersi in una richiesta comune anche quando il conflitto raggiungeva il suo punto più alto.
Ripensando alle proteste italiane, mi sono chiesto quanto spesso il dibattito pubblico finisca per concentrarsi sui disagi provocati dalle manifestazioni, lasciando sullo sfondo le ragioni che hanno portato le persone in strada.
Non è una differenza che posso generalizzare a partire da pochi giorni trascorsi in Albania, ma è una domanda che quest’esperienza mi ha costretto a pormi. Non so se la piazza di Tirana riuscirà a trasformare la propria rabbia in un cambiamento duraturo. Gli scontri, le divisioni e le contraddizioni che ho visto impediscono di dare per scontato un simile esito. Ma ho incontrato persone che, pur partendo da ragioni diverse, sembravano riconoscersi nella richiesta di un futuro meno precario e di istituzioni più responsabili.
È qui che Albanians Do It Better, il titolo provocatorio di questo articolo, smette di essere uno slogan. Ciò che ho visto a Tirana mi ha ricordato quanto sia difficile, e quanto sia necessario, trasformare una somma di rabbie individuali in una domanda collettiva.
La domanda che mi porto a casa non è se gli albanesi facciano davvero meglio di noi. È se siamo ancora capaci di riconoscere, anche quando una protesta ci disturba o ci divide, le ragioni che hanno portato le persone in strada.
3/11/2026 https://www.dinamopress.it/
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