Alla tavola del padre
Gaye Boralioglu – Edizioni Le Assassine
Trad. dal turco di Nicola Verderame
Versione Interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-marzo-2026/
Archivio https://www.lavoroesalute.org/
L’essere umano è un animale ferito.
Io, Hilmi Aydin, sono disteso sotto un cielo in cui galleggiano nuvole bianche di cotone, ai piedi di questo enorme salice dai rami che pendono come per proteggermi. Ho un foro di proiettile in mezzo alla fronte. Sono ferito. E stavolta sul serio.
La luce del sole filtra con dolcezza tra le fronde e colpisce il bottone che ho giusto in mezzo alla pancia. Un bottone di metallo dorato, che tempo fa si era staccato e che mia moglie aveva ricucito.
Mi si chiudono gli occhi.
Li riapro. Da qui riesco a vedermi le gambe mezze sepolte dall’erba. Mi si è sfilata una scarpa. Dal buco nel calzino spunta l’alluce. Cerco di muovere le dita dei piedi. Non va. Provo a guardarmi intorno nella speranza di vedere la scarpa, ma non riesco a voltarmi.
Lascio perdere.
Se mi riposassi un po’, se dormissi un pochino, forse potrei trovare la forza di gridare e chiedere aiuto. So che è fondamentale non addormentarsi. Come faccio a saperlo, lo so. Saranno i film che ho visto.
Una formica cammina sull’indice della mia mano abbandonata lungo il fianco.
Ho gli occhi aperti, eppure mi compaiono davanti delle immagini. Immagini frammentarie, e slegate l’una dall’altra… ora un paesaggio, una casa, ora una fotografia della mia infanzia, poi improvvisamente spunta un motorino, un gatto, una stufa accesa, le onde che si infrangono sulla riva. Abbraccio mia madre, le avvolgo le gambe. La mia altezza non mi consente di più. Vedo una scuola, eccoci in giardino. Siamo pronti all’alzabandiera. Tutti gli scolari, tutti noi cantiamo l’inno nazionale con il petto gonfio d’orgoglio. Un cane cade in acqua…
È l’incipit del romanzo della scrittrice turca Gaye Baralioglu, sceneggiatrice e giornalista di nera che approda alla scrittura con “Alla tavola del padre”, la prima opera tradotta in Italia. Nei suoi romanzi si esplorano le vite interiori delle donne, le tensioni sociali e le strutture del potere.
Dalla Turchia ecco un romanzo psicologico e sociale che racconta il peso del patriarcato attraverso l’antieroe tragico e ironico nella figura del protagonista Hilmi Aydin.
Poco conosciuta nel nostro paese Gaye Boralioglu mette a fuoco subito uno spaccato della società turca dove il patriarcato si sente fortemente nel corso della vita e diventa una sfida che unisce carne e sapore, perché il cibo ha un ruolo fondamentale, diventa un linguaggio emotivo e memoria incarnata.
Hilmi Aydin ci conduce nel cuore di Istanbul, tra le ombre di balat e le pieghe della memoria, mentre giace riverso per terra con un buco in fronte.
Da quel momento parte la storia che si intreccia in una spirale di confessioni, menzogne e rivelazioni inaspettate, per mettere in luce l’esistenza e l’identità del protagonista.
Le relazioni di cui si parla sono quelle famigliari, soprattutto con il padre, cuoco raffinatissimo e patriarca, pieno di sé, carattere duro, poco disposto al dialogo e che nutre per il proprio figlio una scarsissima stima.
Con i soldi raggranellati poco a poco, lavorando nelle cucine di diversi ristoranti per diciotto anni, ho finalmente aperto il mio locale; allora mi sono chiesto come mai mi fossi legato a un mestiere così estenuante. La risposta più chiara che riesco a trovare oggi è questa: in fondo il lavoro in cucina è un’arte magica: un pizzico di polvere di tamburo, un grammo di ombra di minareto…
Alla fine, una tale arte, che oserei definire divina, porta felicità a chi è affranto, riappacifica i rancorosi, ripara i cuori spezzati, mantiene il buon umore.
Il cibo è un richiamo alla vita. Ogni piatto che esce dalla cucina del ristorante di Hilmi Aydin è un comandamento, ogni pasto è un insegnamento. Così l’Arapsa?i Kavurmasc, uno stufato di foglie di finocchio con cipolle e spezie, il Borek, una sfoglia di pasta ripiena di carne, formaggio e patate, Harco, una zuppa georgiana a base di carne, riso, pomodoro e pollo, per citarne alcuni.
Ma lasciami dire una cosa: so che penserai che in più passi sono stato ingiusto nei tuoi confronti. Già mi immagino che scatterai in piedi per la rabbia e ti metterai a sbraitare: “Non è andata affatto così, parla a vanvera.” “Che razza di presuntuoso” urlerai come hai sempre fatto.
Il suo menù non nutre, vuole dare una lezione di vita e non solo perché, ad esempio, il disprezzo del padre viene servito con la stessa precisione del riso pilaf, che è un riso cucinato con burro.
Alla tavola del padre è un romanzo di cibo e sapori, perché il cibo diventa linguaggio emotivo e memoria incarnata. Le pietanze turche che il libro presenta non sono semplici dettagli di fondo, sono riti familiari, gesti di cura, strumenti di seduzione.
Gaye Baralioglu scava nella profondità di semplici vite e delle personali ossessioni, dando linfa a una archeologia della memoria dove il filo conduttore è rappresentato dalle parole che seguono un ordine preciso, chirurgico.
Parole che celano, che svelano, ricercate, che danno improvvise illuminazioni. Così come le gioie, i dolori, tele che possono rappresentare intere generazioni, strati sociali e lotta.
Giorgo Bona
Scrittore. Collaboratore redazione di Lavoro e Salute
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