Antisemitismo come cortina fumogena: il paradosso di chi denuncia un genocidio
Che i discendenti – se non proprio gli eredi – di chi rastrellava casa per casa gli ebrei per consegnarli ai nazisti, oggi si permettano di definire “antisemita” chi denuncia il genocidio in corso a Gaza, è un paradosso storico e morale. Un insulto alla memoria collettiva, non solo italiana, ma universale. Nel settembre 2025, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, presieduta da Navi Pillay, ha pubblicato un rapporto che non lascia spazio a interpretazioni: a Gaza si stanno verificando atti che rientrano nella definizione di genocidio. Il documento parla di “uccisioni sistematiche di civili, distruzione deliberata di infrastrutture vitali, e impedimento all’accesso a beni essenziali come acqua, cibo e cure mediche”.
La reazione del governo israeliano è stata durissima, e ha incluso l’accusa di antisemitismo contro chiunque abbia osato condividere o commentare il documento. Tra i casi più eclatanti, quello di Padre Franco Moscone, vescovo di Manfredonia, che ha parlato di “genocidio mondiale” e si è ritrovato sotto attacco da parte dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede.
La memoria storica distorta
Nel dopoguerra, l’Italia ha cercato di fare i conti con il proprio passato fascista. Le gite scolastiche ad Auschwitz, promosse anche da istituzioni come il Senato, avevano lo scopo di educare alla memoria e alla responsabilità. Ma oggi, come ha denunciato Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, “un sindaco, ex Casa Pound, non può accusare di antisemitismo chi è solidale con Gaza”.
L’uso strumentale dell’antisemitismo come etichetta per silenziare il dissenso è una forma di revisionismo. Come ha scritto Gianluca Ferrara, già senatore M5S: “La mia colpa? Aver detto che il silenzio della Comunità ebraica italiana su Gaza è complicità”.
Tra l’altro, la confusione tra antisionismo e antisemitismo è alimentata ad arte. Come ha sottolineato Luigi Totaro, attivista e scrittore: “Denunciare i crimini che Israele sta compiendo a Gaza non è antisemitismo”. Il diritto internazionale distingue chiaramente tra la critica a uno Stato e l’odio verso un popolo. Eppure, nel dibattito pubblico italiano – come in molti altri paesi europei – l’accusa di antisemitismo è diventata un’arma a orologeria.
Intanto, il DDL 1004 in discussione al Senato rischia di trasformare la critica politica in reato. Una “legge bavaglio” che, sotto il pretesto di combattere l’odio, potrebbe vietare manifestazioni e opinioni scomode. Il rischio è che la denuncia dei crimini di guerra diventi perseguibile, mentre chi li commette venga protetto da una cortina fumogena ideologica.
Inoltre, a chi si arroga il diritto di definire “antisemita” chi denuncia crimini contro l’umanità, consiglio la lettura del libro “Aborto: facciamolo tra noi”. Non per il contenuto, ma per ricordare che l’incoerenza ha radici profonde. E che certi titoli, come quello di “Anticoerente del secolo”, non si conquistano per caso.
In definitiva, non c’è da essere tranquilli quando la verità diventa reato, la memoria storica viene stravolta e la coscienza collettiva anestetizzata.
Se la verità diventa reato di Stato, chi sarà il prossimo ad essere processato per averla detta?
Fonti consultate:
Globalist – Gaza e le accuse di antisemitismo
Elbareport – Luigi Totaro
Il Fatto Quotidiano – Gianluca Ferrara
Il Centro – Acerbo contro Biondi
Renato Fioretti
15 Ottobre 2025










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