Antiterrorismo preventivo, repressione reale

Dietro arresti e mandati non ci sono attentati sventati, ma un’operazione politica che criminalizza la solidarietà con la Palestina. La parola “terrorismo” diventa un dispositivo repressivo per colpire il dissenso e restringere lo spazio di agibilità politica e sociale.

Viviamo un tempo difficile, un tempo di guerra. Un tempo in cui tutto tende a scivolare verso lo stato di polizia, e in cui categorie eccezionali – sicurezza, emergenza, terrorismo – diventano strumenti ordinari di governo. L’operazione “antiterrorismo” condotta in Italia nelle ultime settimane si inserisce pienamente in questo quadro.

In questo clima, tra arresti e dichiarazioni ufficiali, una parola torna ossessiva: terrorismo. È una parola che pesa, che chiude, che elimina il dubbio. Viene usata come spiegazione universale, capace di giustificare ogni misura e di cancellare ogni distinzione. Prima ancora di un processo, il linguaggio pubblico emette già un verdetto: “veli squarciati”, “cellule terroristiche”, “paraventi umanitari”. La presunzione di innocenza convive con una narrazione della colpevolezza costruita a tavolino. Quando parole come terrorismo, repressione, sicurezza diventano strumenti di controllo sociale, lo spazio del pensiero critico viene drasticamente ridotto.

In Italia, un’inchiesta giudiziaria ha portato all’arresto di alcune persone accusate di aver finanziato Hamas tramite associazioni di beneficenza operanti a Gaza. È legittimo accertare eventuali responsabilità penali. Ma ciò che inquieta non è l’indagine in sé: è il contesto politico e repressivo in cui prende forma. Se è vero, come emerge dagli atti, che le principali “prove” a carico degli arrestati provengono dagli apparati di sicurezza israeliani – Mossad e Shin Bet – allora siamo di fronte a un passaggio gravissimo.

Nel mandato di cattura, gli stessi pubblici ministeri italiani arrivano a scrivere che Israele “ha commesso gravi crimini contro il popolo palestinese”. È un passaggio rarissimo in un atto giudiziario. Eppure, proprio le informazioni fornite da quello stesso Stato – parte in causa nel conflitto e formalmente sottoposto al giudizio della Corte Penale Internazionale – vengono assunte come base per accusare cittadini italiani di terrorismo. Un cortocircuito giuridico e politico che segnala una subordinazione preoccupante della giustizia alle logiche geopolitiche.

Un primo dato è evidente: l’oggetto dell’inchiesta non riguarda attività terroristiche in Italia o in Europa. Non emergono pianificazioni di attentati, né possesso di armi, né strutture operative. I fondi sequestrati sono di entità modesta, del tutto incompatibile con qualsiasi attività militare. L’accusa riguarda presunte attività terroristiche definite tali da uno Stato estero che, nello stesso atto giudiziario, è indicato come responsabile di crimini contro l’umanità e per i cui vertici – incluso Benjamin Netanyahu – pendono richieste di mandato internazionale che nessuna polizia occidentale sembra intenzionata a eseguire.

La tesi repressiva è semplice e pericolosa: le associazioni umanitarie che operano a Gaza sarebbero “articolazioni di Hamas” e quindi, a prescindere, terroristiche. Chi le finanzia diventa automaticamente un fiancheggiatore. Ma allora una domanda diventa inevitabile. Migliaia di persone, gruppi, associazioni in Italia e in Europa hanno negli anni inviato fondi ad associazioni umanitarie israeliane. Se qualcuno sostenesse che tali associazioni sono articolazioni di uno Stato che commette crimini contro l’umanità, chi le finanzia sarebbe perseguito penalmente? Se dalle intercettazioni emergesse approvazione per i bombardamenti su Gaza, per l’uccisione indiscriminata di civili, per l’auspicio che “i palestinesi muoiano tutti”, scatterebbero arresti preventivi?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: no. In Italia si tengono convegni, iniziative pubbliche, campagne politiche apertamente a sostegno delle operazioni militari israeliane. Ministri israeliani invocano apertamente il genocidio. Eppure la polizia di prevenzione non interviene. Il diritto penale non appare neutro: appare uno strumento selettivo di repressione politica.

L’uso estensivo delle norme antiterrorismo non colpisce solo gli indagati. Produce un clima. Un clima in cui la solidarietà verso la popolazione palestinese viene criminalizzata, in cui ONG, campagne umanitarie, manifestazioni pacifiche vengono sospinte nell’“area grigia” del sospetto. Non si colpisce la violenza: si colpiscono parole, simboli, relazioni, pratiche di solidarietà. Quando la sicurezza diventa un’arma contro il dissenso, la democrazia viene svuotata dall’interno.

Molte delle associazioni palestinesi finite nel mirino giudiziario sono state dichiarate illegali dallo Stato di Israele. Ma Israele è parte in causa nel conflitto. Assumere senza mediazioni critiche le categorie giuridiche prodotte da uno Stato in guerra significa importare, anche sul piano interno, la sua strategia repressiva. Chi decide dove finisce l’assistenza umanitaria e dove comincia il terrorismo? E con quali garanzie per chi agisce in buona fede?

Dopo la vicenda della flottilla e le grandi manifestazioni contro il genocidio, il governo italiano ha scelto di disarticolare quel movimento. Lo ha fatto attraverso la sorveglianza, l’inchiesta giudiziaria, l’uso estensivo delle norme emergenziali. E lo ha fatto costruendo un immaginario repressivo funzionale a isolare, intimidire, criminalizzare. Lo scenario ideale è la saldatura artificiale tra fondamentalismo islamico e movimento di opposizione allo sterminio del popolo palestinese.

Il bersaglio non sono i “soliti noti”. Il bersaglio è l’eccedenza politica e sociale: le centinaia di migliaia di persone che, per un momento, hanno rotto la normalità. Blocchi pacifici di strade, porti, ferrovie. Forme di sciopero sociale non previste, non compatibili con l’ordine esistente. Una convergenza reale che ha messo in difficoltà il potere costituito. Ridurla a “minaccia alla sicurezza nazionale”, a “area grigia del terrorismo”, è il modo più efficace per spezzarla.

Il nodo centrale è la cancellazione sistematica delle distinzioni. Terrorismo e solidarietà, violenza e parola, assistenza civile e militanza politica vengono compressi in un’unica categoria opaca. Una semplificazione repressiva che rassicura il potere e impoverisce la società.

Intanto una realtà resta quasi assente dal dibattito pubblico: decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, l’escalation di violenze in Cisgiordania, la punizione collettiva che continua anche oltre la guerra dichiarata. Aiuti bloccati, assedio, sopravvivenza quotidiana.

La parola terrorismo non può diventare una scorciatoia per smettere di pensare. Difendere le distinzioni oggi non è un esercizio teorico: è una pratica di resistenza politica. Senza distinzione non c’è giustizia. Senza giustizia non c’è libertà.

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2/1/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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