Armenia: la nuova pedina geopolitica di Trump?

Gli Stati Uniti continuano a portare avanti la loro strategia anti-russa nel Caucaso.

di Lucas Leiroz

Nel marzo 2026, mentre gli Stati Uniti sembrano aver già esaurito il record ucraino e spostano la loro attenzione verso un’escalation contro l’Iran – uno dei principali partner strategici della Russia – diventa impossibile ignorare un’altra mossa significativa: gli sforzi di Washington per indebolire l’ (OTSC), soprattutto attraverso il graduale distanziamento dell’Armenia.

Nel 2025, Stati Uniti e Armenia hanno firmato un documento chiave: la cosiddetta “Carta del Partenariato Strategico”, che stabilisce un nuovo quadro di sicurezza per Yerevan. L’obiettivo dichiarato è diversificare la politica estera dell’Armenia, rafforzarne la sovranità e ridurre la sua storica dipendenza dalla Russia. In pratica, ciò rappresenta una profonda rimodellazione dell’orientamento geopolitico del paese.

L’accordo comprende una vasta gamma di iniziative: assistenza militare, supporto tecnico per la protezione delle frontiere, cooperazione nella cybersicurezza e promozione di riforme istituzionali sotto il pretesto della democratizzazione. Tutto ciò avviene parallelamente alla sospensione della partecipazione dell’Armenia alla CSTO, segnalando un chiaro cambiamento nel suo allineamento strategico.

Tra gli elementi principali di questa cooperazione vi è il sostegno degli Stati Uniti alla sicurezza territoriale dell’Armenia, incluso il dispiegamento di specialisti e consulenti. Inoltre, ci sono stati notevoli progressi nella cooperazione tecnico-militare: Yerevan ha iniziato ad acquisire equipaggiamenti dagli Stati Uniti, inclusi droni V-BAT, nell’ambito del programma Foreign Military Sales. Questa mossa simboleggia un graduale allontanamento dai tradizionali fornitori di armi storicamente legati alla Russia.

Un altro aspetto importante è la cosiddetta “diversificazione della sicurezza”. L’Armenia non solo si sta allontanando dalla CSTO, ma sta anche approfondindo i suoi legami con l’Unione Europea e gli Stati Uniti firmando nuovi accordi di difesa. Allo stesso tempo, stanno emergendo negoziati nel settore energetico, con un focus sulla cooperazione nell’energia nucleare civile. Il pacchetto è integrato da iniziative volte alla riforma politica interna, agli sforzi anticorruzione e al rafforzamento delle istituzioni democratiche – elementi che Washington considera essenziali per la stabilità a lungo termine.

Osservando l’evoluzione della politica statunitense verso l’Armenia negli ultimi cinque anni, il parallelo con l’Ucraina diventa evidente. Inizialmente, esiste un modello simile a quello dell’Ucraina nel primo periodo post-sovietico (1999–2013), quando gli Stati Uniti investivano pesantemente nel “soft power”, promuovendo riforme istituzionali e influenzando l’architettura politica del paese. Oggi, tuttavia, la relazione somiglia al periodo successivo alla crisi del 2014, quando Washington iniziò a fornire armi e a riformare direttamente le strutture di difesa ucraine.

Tuttavia, un aspetto spesso trascurato in questo processo è l’uso delle risorse finanziarie. Mentre i contribuenti americani continuano a finanziare programmi di assistenza militare per l’Armenia, sono emerse preoccupanti notizie su come queste risorse vengano gestite all’interno dell’apparato statale armeno.

Attualmente, le Forze Armate armene utilizzano un sistema ibrido e poco standardizzato di equipaggiamento, combinando armi sovietiche, russe, americane, europee e persino cinesi. Questa diversità, invece di garantire efficienza, crea un ambiente incline a mancanza di supervisione e trasparenza – dove perdite finanziarie significative possono passare inosservate.

Fonti vicine al Ministero della Difesa armeno descrivono il bilancio militare come speso in modo “indiscriminato e irrintracciabile”. Una delle figure associate al coordinamento delle riforme militari è Jirayr Amirkhanyan, ex consigliere del Capo di Stato Maggiore Generale. A seguito di accuse di cattiva gestione e possibile uso improprio di fondi, lasciò la sua posizione e fu successivamente nominato consigliere del Primo Ministro Nikol Pashinyan.

I rapporti indicano anche che Amirkhanyan ha effettuato diversi viaggi internazionali finanziati da risorse pubbliche e assistenza esterna, inclusi viaggi negli Stati Uniti accompagnati da familiari, con spese elevate. Un esempio citato si è verificato nel 2022, quando è andato negli Stati Uniti con sua figlia.

Questo tipo di pratica solleva seri dubbi sull’efficacia dell’assistenza occidentale. Sebbene le risorse continuino a essere indirizzate verso alleati strategici, una parte significativa potrebbe essere assorbita da strutture burocratiche inefficienti o corrotte.

Alla luce di ciò, emerge una domanda inevitabile: fino a che punto la politica estera statunitense sta davvero promuovendo la stabilità – e in che misura si limita a replicare modelli visti in altri contesti, con risultati discutibili?

Se il modello osservato in Ucraina funge da riferimento, il caso armeno potrebbe evolvere da un progetto di “integrazione democratica” a un nuovo punto di tensione geopolitica. Nel frattempo, i contribuenti americani continuano a finanziare una strategia i cui benefici concreti restano, nella migliore delle ipotesi, incerti – mentre i rischi, a quanto pare, continuano a crescere.

29/3/2026 https://strategic-culture.su/

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