Armi di distrazione: Israele usa il greenwashing per coprire i propri reati ambientali

Un incendio provocato dai coloni vicino al villaggio di Salim nel maggio 2025. Foto: (Jaafar Ashtiyeh/AFP

Asma Barak

22 settembre 2026 – Middle East Eye

L’occupazione illegale e la distruzione delle terre palestinesi da parte di Israele sono incompatibili con la giustizia ambientale. I consumatori devono finalmente rendersene conto

Per decenni Israele si è auto-rappresentato come un faro di sostenibilità. Gran parte di questa immagine di facciata è rappresentata dall’industria della tecnologia agroalimentare, in particolare i recenti progressi nei cibi prodotti in laboratorio da colture cellulari.

In aprile si è diffusa la notizia che la Celleste Bio, un’azienda israeliana di food tech, avrebbe prodotto le prime barrette di cioccolato create in laboratorio. La compagnia vanterebbe una tecnologia brevettata che permette di eliminare la “costosa dipendenza dalle fragili foreste pluviali” dell’industria del cioccolato. 

Celleste Bio è finanziata dalla Mondelez International, una multinazionale miliardaria, società madre di marchi come Cadbury e Oreo, avvicinando più che mai la possibilità di portare sui nostri scaffali il cioccolato nato in laboratorio.

Israele è stato frequentemente collocato ai primi posti al mondo tra le nazioni con più start-up globali nel settore della tecnologia agro-alimentare. I loro sostenitori asseriscono che questi cibi richiedono meno risorse di quelli prodotti con l’agricoltura tradizionale, offrendo un’alternativa alla macellazione di animali, in tutto mentre a Gaza continuano il genocidio e la fame.

Il foodwashing, l’uso di metodi sostenibili di raccolta di prodotti agricoli per distrarre l’attenzione dai crimini contro l’umanità, è un elemento chiave del più ampio programma dell’ambientalismo di facciata israeliano. Lo Stato promuove iniziative “rispettose dell’ambiente” per coprire le violazioni dei diritti umani dei palestinesi. 

Eppure l’occupazione illegale e la distruzione delle terre palestinesi portata avanti da Israele sono incompatibili con la giustizia climatica, poiché devastano sistematicamente l’ambiente. L’industria alimentare israeliana, come tutti gli altri aspetti dello Stato, si è basata sul furto delle risorse palestinesi, minando gli sforzi fatti dai palestinesi in direzione della sostenibilità.

L’acqua e l’energia che Israele si vanta di conservare sono dirottate dalle comunità palestinesi a cui poi è negato l’accesso alle proprie risorse naturali. 

Collasso ecologico

Le guerre di Israele hanno ulteriormente danneggiato l’ambiente. Nel settembre 2025 Palestinian Initiative for Climate Strategy ha scoperto che Israele e i suoi alleati devono al popolo palestinese 148 miliardi di dollari in “danni ambientali connessi all’esercito e al conflitto” a partire dalla Nakba nel 1948. Da allora Israele ha continuato a bombardare Gaza.

Durante la guerra genocida a Gaza Israele ha lanciato sull’enclave oltre 200.000 tonnellate di esplosivi, causando un collasso ecologico. A luglio un rapporto commissionato da Oxfam ha rivelato che nel corso degli ultimi tre anni di guerra gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza sono stati distrutti, alimentando una crisi ambientale e di sanità pubblica.

“Gli impianti di trattamento dei liquami sono stati distrutti causando giornalmente lo sversamento nell’ambiente e nel Mediterraneo di centinaia di migliaia di metri cubi di acque reflue non depurate, creando sia un’emergenza sanitaria che una catastrofe ecologica con conseguenze che vanno ben oltre i confini di Gaza,” come ha sottolineato il rapporto.

La volontà di Israele di distruggere l’ambiente in tutta la Palestina occupata precede di molto l’attuale genocidio ed include la pratica abituale di irrorare con erbicidi chimici i terreni agricoli di Gaza, distruggendo migliaia di dunum [1 dunum=1000 mq, ndt.] di coltivazioni.

Inoltre la politica israeliana di apartheid dell’acqua danneggia concretamente l’ambiente. L’organizzazione per i diritti umani Al-Haq spiega che la negazione dell’accesso all’acqua potabile praticata da Israele costringe i palestinesi alla desalinizzazione, un processo che “può causare un notevole danno agli ecosistemi marini e alla salute degli oceani”.

Allo stesso tempo l’occupazione israeliana sabota le pratiche di sostenibilità palestinese. Najla Abdellatif, la fondatrice di Zero Waste Palestine, un’organizzazione per la tutela ambientale, ha detto a Middle East Eye di aver incontrato contadini palestinesi le cui acque di falda erano state deviate da un’azienda idrica statale israeliana.

“I loro tubi dell’acqua sono in continuazione presi di mira e sottratti dai coloni delle vicinanze, rendendoli ancora più insicuri al riguardo data l’impossibilità di ricomprare le proprie fonti idriche ai prezzi elevati a cui sono offerti,” ha detto Abdellatif. “Ciò influisce su tutta la loro possibilità di tenere in vita le loro aziende agricole e il loro sostentamento.”

Deprivazione delle risorse

L’industria israeliana del cibo coltivato aiuta ulteriormente a normalizzare l’occupazione della Palestina, ha continuato Abdellatif. 

“È un modo di applicare l’ecologismo di facciata all’oppressione e al colonialismo, per distrarre il mondo con un’immagine ‘verde’ e ‘sostenibile’, senza parlare anche del fatto che stanno infliggendo gravi danni all’ambiente in Palestina e alla popolazione che ci vive,” ha aggiunto.

Un rappresentante di una fattoria del villaggio di Bilin, vicino a Ramallah, ha riferito a Middle East Eye che la sua proprietà, situata a pochi metri dal muro dell’apartheid, oltre ai raid israeliani ha subito anche le confische di terre a causa dell’espansione dei coloni.

“Siamo privati delle risorse minime perché siamo nell’Area C,” ha detto il rappresentante, parlando a condizione di anonimato per timore di ripercussioni.

“Noi non abbiamo potere decisionale su come sono usate le nostre risorse. Noi non siamo liberi di scegliere cosa fare con i nostri rifiuti o su come spostarli … [Israele continua] a sversare rifiuti altamente tossici sulle nostre terre. L’occupazione peggiora enormemente la nostra crisi climatica.”

L’ambientalismo di facciata è usato come arma contro i palestinesi per escluderli dalla scena mondiale, ha aggiunto il rappresentante, facendo notare che il rifiuto dell’Occidente di boicottare le delegazioni israeliane in occasione delle iniziative ambientali rende gli Stati complici: “L’Occidente continua ad adottare il linguaggio della sostenibilità e lo usa contro di noi per escluderci dai contesti in cui potremmo partecipare e incidere.”

In assenza di un’azione concertata da parte dei governi, i consumatori devono cominciare a confrontarsi con il problema in prima persona. Devono controllare da dove arriva il loro cibo e chiedersi: qualsiasi ente che abbia creato una catastrofica crisi alimentare a Gaza si merita un posto nella nostra catena di approvvigionamento alimentare?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Asma Barakat è un’autrice palestinese freelance che vive nella Cisgiordania occupata. Ha conseguito un master in sociologia e si focalizza su temi politici e sociali.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

25/9/2026 https://zeitun.info/

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