Auto, la retromarcia dell’Ue sul 2035: mentre la COP 30 lancia l’allarme, Bruxelles sceglie il rinvio sull’abisso climatico
Mentre a Belém, alla COP 30, scienziati, attivisti e delegazioni dei Paesi più esposti hanno appena ribadito che il tempo utile per evitare il collasso climatico si sta rapidamente esaurendo, da Bruxelles arriva l’ennesimo segnale in direzione opposta. La Commissione europea ha deciso di arretrare, ridimensionando uno dei pilastri simbolici del Green Deal: il divieto di vendita di nuove auto a benzina e diesel dal 2035. Non più zero emissioni, ma una riduzione “solo” del 90 per cento, con il restante 10 per cento affidato a compensazioni e soluzioni tecnologiche ancora largamente controverse. Una scelta che suona come una dilazione mascherata, proprio mentre l’Europa dovrebbe accelerare.
Il messaggio politico è chiaro: di fronte alle pressioni dell’industria automobilistica e di diversi Stati membri, tra cui l’Italia e la Germania, la Commissione ha scelto la flessibilità al posto della coerenza climatica. Le auto con motore a combustione interna non spariranno, ma continueranno a circolare sotto nuove etichette – ibridi plug-in, mild hybrid, range extender – e grazie alla promessa di carburanti “sostenibili” ed e-fuel che, allo stato attuale, restano marginali, costosi e tutt’altro che scalabili su larga scala.
Il paradosso è evidente. A Belém si denuncia un pianeta sull’orlo dell’abisso climatico, con soglie di non ritorno sempre più vicine, mentre in Europa si discute di come concedere altro tempo a un settore che ha già beneficiato di decenni di rinvii, deroghe e sussidi. Ridurre del 90 per cento le emissioni non equivale a eliminarle, soprattutto se il restante 10 per cento viene affidato a meccanismi di compensazione che rischiano di trasformarsi in un nuovo mercato delle indulgenze verdi. L’idea che acciaio a basso contenuto di carbonio o carburanti alternativi possano “neutralizzare” le emissioni residue è più una scommessa politica che una certezza scientifica.
La Commissione parla di neutralità tecnologica e di libertà di scelta per i consumatori, ma omette un punto cruciale: il clima non negozia e non si adatta ai tempi dell’industria. Ogni anno di ritardo consolida infrastrutture fossili, rinvia investimenti strutturali e aumenta i costi futuri, sociali ed economici, della transizione. Le esitazioni di oggi sono le emergenze di domani, come dimostrano eventi estremi sempre più frequenti anche nel cuore dell’Europa.
C’è poi una contraddizione politica difficile da ignorare. Si giustifica la retromarcia con la difesa dell’occupazione e della competitività europea di fronte a Cina e Stati Uniti, ma si ignora che l’incertezza normativa è uno dei principali nemici degli investimenti. Come hanno avvertito i rappresentanti della filiera elettrica, segnali ambigui e obiettivi che cambiano in corsa rischiano di spingere capitali, ricerca e produzione altrove, proprio mentre l’Europa avrebbe bisogno di una strategia industriale chiara e lungimirante.
Il contesto politico pesa. Dopo le elezioni europee del 2024, l’indebolimento dei Verdi e l’ascesa di destre e centro-destra hanno spostato l’asse del dibattito, trasformando il Green Deal da progetto di trasformazione in terreno di compromessi al ribasso. Ma la crisi climatica non segue i cicli elettorali. Ogni rinvio, ogni “flessibilità”, ogni obiettivo annacquato allontana l’Unione dagli impegni internazionali e mina la sua credibilità proprio mentre chiede sacrifici ad altri.
La decisione di smussare il divieto del 2035 non è un dettaglio tecnico: è un segnale politico forte, che dice all’industria che resistere paga e ai cittadini che l’emergenza può aspettare. A Belém si parla di giustizia climatica, di responsabilità storiche e di futuro delle prossime generazioni. A Bruxelles, invece, si continua a comprare tempo, come se il tempo fosse infinito.
Ma non lo è. E l’illusione di poter gestire la crisi climatica con aggiustamenti marginali e rinvii strategici rischia di trasformare la transizione ecologica in una promessa vuota. Quando si è sull’orlo dell’abisso, rallentare non è prudenza: è cecità.
Irina Smirnova
16/12/2025 https://www.farodiroma.it/










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