Bastano solo gli Ispettori del lavoro per fermare gli infortuni e gli omicidi sul lavoro?

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Con spregiudicatezza politica hanno ridotto al lumicino i controlli nelle imprese riducendo negli ultimi anni il già da decenni scarso numero di Ispettori del lavoro per lasciare tranquilli gli imprenditori. Ma non ancora soddisfatti di tanta spregiudicatezza criminale hanno liberalizzato (eufemismo per dire mancanza di controlli) appalti e subappalti favorendo la crescita del caporalato che schiavizza menti e corpi in particolare di uomini e donne migranti. E con l’età pensionabile che si sposta sempre più im avanti aumentano anche i rischi per gli ultra sessantenni.

E in questo quadro che vanno elaborate strategie altre, efficaci nella tempistica, come primo passo. E siamo già in ritardo di decenni, perche, per fare un esempio, oggi in Italia lavorano circa 2.100 unità, quindi un ispettore ogni 1.500 imprese attive sul territorio nazionale e ognuna di queste ha la probabilità di essere controllata una volta ogni undici anni, abbiamo il quadro della continuità degli infortuni e dei morti sui luoghi di lavoro, nonchè delle malattie professionali i cui numeri parlano, per poca monitoraggio degli Enti istituzionali.

Ma gli Ispettori del lavoro rappresentano la panacea di tutti i mali che affliggono i rapporti di lavoro? Certamente no, anche se fossero diecimila, perchè se non c’è un retroterra di saperi, volontà politica, ritorno al controllo sindacale dell’organizzazione del lavoro, ripristino delle funzioni originarie dei Rappresentanti dei Lavoratori (RLS) che abbiano certezza nel riferimento agli organi controllo, allora anche i più laboriosi Ispettori possono fare ben poco, anche per superare le eventuali indecisioni, o paure verso le pressioni di imprese e politici locali, dei loro dirigenti.

Queste considerazioni sono confermate, nella sostanza, da una ricerca condotta in Piemonte su 768 casi di infortunio mortale avvenuti tra il 2002 e il 2022, pubblicata sulla rivista Prevenzione in Corso nel giugno dello scorso anno, ponendosi una domanda molto concreta: se un sopralluogo ispettivo fosse avvenuto il giorno prima dell’infortunio, avrebbe potuto evitarlo? Alla domanda si è data una risposta originale per il tema della “prevenibilità” degli infortuni mortali.

Questo è uno stralcio della presentazione pubblicata sul sito www.dors.it a cura di Silvano Santoro.
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I risultati? Sorprendenti, ma realistici.

In media, solo il 45% degli infortuni mortali è stato ritenuto “probabilmente prevenibile” con un’ispezione il giorno precedente. Il 50% era invece difficilmente evitabile, e un piccolo 5% non aveva abbastanza informazioni per essere classificato. Alcuni settori, come l’agricoltura, presentano una percentuale ancora più bassa di prevenibilità (solo il 32%). Qui, la brevità delle lavorazioni e la resistenza culturale al cambiamento rendono le ispezioni molto meno efficaci.

Anche nel settore manifatturiero – dove ci si aspetterebbe maggiore prevedibilità e stabilità – gli incidenti ritenuti non prevenibili sono la metà del totale. Questo sfida la convinzione comune secondo cui ambienti più organizzati siano anche più facilmente “ispezionabili”.

“Ispezioni sì, ma non da sole. Il messaggio principale dello studio è chiaro: le ispezioni restano uno strumento importante, ma da sole non bastano. La vera prevenzione passa anche dalla formazione dei lavoratori, dalla qualità dell’organizzazione interna delle aziende, dalla cultura della sicurezza e dal coinvolgimento attivo di tutte le figure previste dalla legge, come i Responsabili del Servizio Prevenzione e Protezione e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza.

La cultura della sicurezza

Prendiamo spunto da questi risultati per una riflessione più profonda: quanto siamo disposti, come società e come aziende, a investire in una cultura che metta davvero la sicurezza delle persone al primo posto?
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Un cambiamento duraturo richiede sì controllo, ma anche ascolto, consapevolezza e responsabilità condivisa. Perché – come ricorda un ispettore intervistato nello studio – “la sicurezza sul lavoro non è una scienza: è un’arte”.

RISULTATI: due terzi dei 786 infortunati con infortunio mortale lavoravano in edilizia e agricoltura, mentre il restante terzo svolgeva la propria attività nel manifatturiero e in altri comparti. L’analisi sulla prevenibilità degli infortuni mortali indica che in almeno la metà e fino a due terzi dei casi, un sopralluogo ispettivo effettuato il giorno precedente probabilmente non avrebbe potuto prevenire l’evento. Le interviste agli operatori di vigilanza SPreSAL hanno confermato la validità dei criteri adottati per classificare la prevenibilità degli infortuni.

CONCLUSIONE: i risultati suggeriscono che, sebbene le ispezioni possano giocare un ruolo significativo nella prevenzione degli infortuni, una considerevole porzione di essi probabilmente non si sarebbe potuto evitare con un ipotetico intervento ispettivo effettuato il giorno antecedente l’evento. Per corroborare questo risultato è necessario estendere l’analisi agli infortuni mortali accaduti in altre Regioni. In ogni caso occorre rafforzare il contributo dei diversi attori previsti dai D. Lgs. 81/2008 e D.Lgs 626/1994 (RSPP, RLS ecc.) per migliorare in maniera significativa la sicurezza negli ambienti di lavoro.

Ricerca interessante da assumere nella elaborazione di percorsi propedeutici alla costruzione di adeguata cultura della sicurezza ma come afferma Monica Coin, Ispettrice del lavoro nel Veneto, in un articolo pubblicato su lavoro e Salute

(….) la inconfutabilità dei numeri non permette però di capirne le cause.
Perché gli incidenti sul lavoro siano molto simili agli stessi di 50 fa nonostante il progresso tecnologico e le conoscenze, perché non siano diminuiti alla introduzione di norme sempre più specialistiche e di settore, di qualità, in relazione alla analoga normativa europea.
Ma un’altra necessaria chiave di lettura è lo stato della vigilanza, cioè degli enti pubblici preposti al controllo e alla verifica della concreta applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza all’interno delle aziende, in quanto una norma rimane pur sempre un pezzo di carta se non vi sono deterrenti sanzionatori sufficienti a farla rispettare, così come a scoperchiare il mondo del lavoro nero e del sommerso.

La stessa legislazione di smantellamento progressivo delle tutele, ha contribuito a indebolire i modelli di vigilanza sul lavoro che lo Stato aveva maturato nel tempo in Italia.

Il personale Inail condivide la cronica carenza di personale al limite del collasso.
Se gli ispettori delle funzioni centrali dello Stato piangono, i tecnici della prevenzione non gioiscono, o meglio non sono tutelati i lavoratori del paese, in quanto si distribuiscono a macchia di leopardo le criticità sopra evidenziate a seconda che il servizio sia allocato in una piuttosto che in un’altra delle 20 regioni italiane, e con applicazione di linee guida (se esistenti) differenti da zona a zona. In alcune zone d’ Italia il servizio sembra non sia nemmeno predisposto.

In tutto questo si aggiunga una programmazione e una valutazione dell’attività ispettiva che si commisura ai numeri degli accessi ispettivi senza la valutazione della qualità degli accertamenti come ad esempio in settori a rischio caporalato, negli ambienti degli appalti della logistica e delle cooperative fantasma, insomma quei fenomeni che richiedono una istruttoria più curata dei fenomeni di evasione contributiva e delle norme contro lo sfruttamento lavorativo e quindi lunga.
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Manca il coinvolgimento di lavoratrici e lavoratori nella valutazione dei rischi esistenti, affinché siano loro a dare al rappresentante per la sicurezza le indicazioni sui rischi reali esistenti.
Mentre da anni sono ridotti a constatare ogni anno la valutazione dei rischi al fine – non di monitorare quanto successo in termini di infortunistica e di predisporre la prevenzione da possibili futuri infortuni – ma fatta solo per non fare prendere multe all’azienda in caso di rara ispezione da parte degli Ispettorati del lavoro.

Quindi, per noi non c’è prevenzione senza un ruolo chiaro delle e dei Rappresentante/i dei Lavoratori per la Sicurezza, dovrebbe essere, una figura fondamentale e strategica se vogliamo salvaguardare la salute di molte lavoratrici e molti lavoratori; se vogliamo evitare la morte di tante e tanti; se vogliamo intervenire sulle cause che predestinano la morte con le malattie professionali; se vogliamo limitare la disabilità di tante e tanti causa infortuni

Franco Cilenti

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