Bologna: denunce ai dirigenti sindacali per il blocco stradale alla tangenziale

Il decreto sicurezza colpisce i metalmeccanici di Bologna: il dissenso e il diritto al lavoro sotto accusa

Il clima repressivo che attraversa il Paese non è il frutto di episodi isolati, ma il risultato di una strategia politica precisa. I decreti sicurezza varati dal governo Meloni, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prima linea, stanno progressivamente comprimendo la libertà di movimento, il diritto di manifestare e la possibilità stessa di rivendicare diritti e lavoro. Una traiettoria che guarda apertamente ai modelli dell’Ungheria di Orbán e agli Stati Uniti di Trump, dove l’ordine pubblico viene sistematicamente utilizzato come strumento di disciplinamento sociale.

In questo contesto si inserisce il caso che ha scosso il mondo sindacale: per la prima volta in Italia un giudice potrebbe esprimersi nei confronti di rappresentanti sindacali per il reato di blocco stradale. La vicenda riguarda la manifestazione dei metalmeccanici dello scorso 20 giugno a Bologna, quando circa 10mila persone scesero in piazza dopo 40 ore di sciopero per il rinnovo del contratto nazionale.

La protesta, indetta da Fim, Fiom e Uilm, si svolse in maniera pacifica e senza tensioni. Eppure, a distanza di mesi, la Procura di Bologna avrebbe chiesto l’emissione di tre decreti penali di condanna per il reato di blocco stradale nei confronti di dirigenti sindacali. Le denunce non sono ancora state formalmente notificate, ma la notizia – anticipata dalla stampa – ha avuto l’effetto di una scossa tellurica.

Secondo quanto ricostruito, il corteo, uscendo dal percorso concordato con la questura, raggiunse l’imbocco della tangenziale. La polizia non intervenne per fermare i manifestanti, limitandosi a segnalare la deviazione. Il corteo attraversò la tangenziale per circa 45 minuti, dopodiché arrivò una nota ufficiale che avvertiva del rischio di denunce per il mancato rispetto delle prescrizioni. La risposta dei lavoratori fu immediata e simbolica: «arrestateci tutti».

Per i sindacati, la richiesta della Procura di Bologna rappresenta un precedente gravissimo. In una nota, la Fiom-Cgil nazionale e dell’Emilia-Romagna ha sottolineato di non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, ma ha chiarito che, se le notizie fossero confermate, si tratterebbe dell’ennesima dimostrazione che il Decreto Sicurezza 2025 “non nasce per tutelare i cittadini, ma per reprimere il dissenso, restringere gli spazi democratici e colpire il diritto di manifestare”.

La manifestazione del 20 giugno, ricordano i sindacati, era pienamente tutelata dall’articolo 40 della Costituzione, che garantisce il diritto di sciopero. Colpire penalmente dei dirigenti sindacali per una mobilitazione collettiva significa, di fatto, colpire un’intera categoria e trasformare il conflitto sociale in una questione di ordine pubblico e repressione penale.

I nomi dei denunciati non sono ancora noti, ma tra i possibili indagati circolano quelli dei segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, o di esponenti della Fiom come Simone Selmi, segretario provinciale bolognese. Selmi ha spiegato con chiarezza il nodo politico della vicenda: «Che ci sia una limitazione del procedimento democratico è evidente a prescindere dal decreto sicurezza, che ovviamente la limita ancora di più. La cosa che più ci lascia sgomenti è che lavoratrici e lavoratori, per rivendicare un miglioramento salariale, in questo paese rischiano una denuncia perché si antepone la libera circolazione stradale al diritto a un salario dignitoso».

Un paradosso ancora più evidente se si considera che, il giorno successivo alla manifestazione, il Ministero del Lavoro riconvocò le parti, avviando un confronto che portò al rinnovo del contratto nazionale nel mese di novembre. La lotta ha pagato. Ma oggi il risultato rischia di passare in secondo piano, oscurato da un procedimento giudiziario che suona come un avvertimento a tutto il mondo del lavoro.

La strategia è chiara: scoraggiare la mobilitazione, colpire chi organizza, trasformare il diritto in concessione revocabile. In nome della sicurezza, si restringono gli spazi democratici; in nome della circolazione, si mettono sotto accusa salario, dignità e diritti. È questo il prezzo che il governo chiede di pagare a chi prova ancora a scioperare, protestare, rivendicare. E il caso di Bologna rischia di diventare un laboratorio repressivo destinato a fare scuola.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Giovanni Cotugno, segretario regionale della Fiom-Cgil Emilia-Romagna. Ascolta o scarica

3/2/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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