BRICS, una prospettiva ampia e a lungo termine e il disciplinamento imperiale dell’America Latina

Pedro Páez Pérez*

Circostanze di grande portata, sfide prudenti (in periferia e al centro)

In ogni fase del suo ciclo di vita storico, il capitalismo affronta in modo diverso la sua dialettica centro-periferia. Lotte inevitabili, e per molti versi vittoriose nei decenni precedenti, hanno perso la loro fattibilità nel contesto dell’euforia neoliberista, mentre oggi, nella sua decadenza, si aprono nuove prospettive. Dalla periferia, i BRICS stanno diventando una possibilità rispetto alla crescente crisi della globalizzazione speculativa unipolare. Purtroppo, e anche se il gigante latino-americano Brasile apporta la lettera iniziale dell’acronimo, il nostro subcontinente si trova in un crocevia molto sfavorevole nella disputa egemonica. Parafrasando il dittatore messicano Porfirio Díaz, siamo «così lontani dalla Cina e così vicini agli Stati Uniti». 

È fondamentale comprendere che l’emergere dei BRICS è un fenomeno organico: nasce dal cuore di quello stesso processo del capitale monopolistico speculativo che oggi i BRICS sono obbligati a mettere in discussione. E proprio perché provengono dal suo seno, essi esprimono quella sismica interna che non si è mai stabilizzata, né sotto forma di «guanto di velluto», né di «mano di ferro». Nel primo possiamo includere: i cosiddetti meccanismi “di mercato”, e la narrativa che li circonda per la creazione del consenso. Per il secondo, intendiamo l’aggressione aperta o occulta sul piano militare, istituzionale, culturale, politico, religioso, ma anche economico, più difficile da ammettere, soprattutto per quanto riguarda la moneta e la macroeconomia , temi che si riveleranno cruciali per la costruzione di alternative.

I membri fondatori del 2009 – Brasile, Russia, India, Cina – e il Sudafrica dal 2010, sono i primi punti di riferimento, per proprio merito, di un fenomeno ampio e di lunga durata. Più che guidare, essi fungono da catalizzatori di fenomeni emergenti di vario tipo, ubicazione, ritmi e natura, superando la loro motivazione economica originaria. Inoltre, essi passano sotto la superficie del vertice della Triade unipolare . 

Conflitti regionali come quelli in Ucraina, Palestina e Iran fanno precipitare a livello mondiale le dinamiche eterogenee che spingono verso definizioni sempre più impegnative, con rotture e velocità insospettabili. D’altra parte, la nuova implosione finanziaria dietro l’angolo costringerà ad aperture e farà precipitare azioni disperate nelle élite del centro atlantista e nella sua periferia più controllata, come è il caso del suo “cortile di casa”.

L’ampliamento con sei nuove adesioni a pieno titolo (sebbene l’Arabia Saudita abbia sospeso il proprio processo di integrazione) e la costituzione di un secondo cerchio di adesione con tredici membri associati, senza diritto di veto, non rispecchiano né la portata della loro risonanza, né quella della loro influenza diretta. Per questo motivo, le loro mancate definizioni, e le ambiguità istituzionali e geopolitiche, non danno conto di tutto ciò che provocano. Parte di queste conseguenze si scatenano solo per ciò che ciascuno presume che i BRICS promettano. 

A questo proposito, a differenza di altre latitudini del Sud globale – a eccezione del Brasile – per il resto dell’America Latina prevalgono le frustrazioni rispetto ai potenziali benefici o alle speranze, per quanto lontane, vista la politica imperialista dichiarata del «o con me o contro di me».

Unità e contraddizione, continuità e rottura, arretramento e avanzamento: all’interno dell’attuale sistema mondiale risultano particolarmente ambivalenti e intrecciati, e acquisiscono senso solo in una prospettiva trascendente. L’inevitabile orizzonte delle trasformazioni endogene e multiformi del capitale ci pone di fronte a un bivio storico. La rotta finale dipenderà da un rapporto di forze costruito sul momento, in mezzo a pressioni e pericoli estremi, la cui definizione dipende dalla formazione di coalizioni e dal loro effettivo margine di manovra. 

Nel lungo periodo, i vantaggi tecnologici favoriscono le prospettive dei Paesi BRICS, in particolare della Cina e delle sue potenti articolazioni produttive, soprattutto asiatiche, anche nel quadro della globalizzazione capitalista. Tuttavia, la lunga esperienza atlantista accumulata e sistematizzata da imperialismi predatori offre loro un vantaggio strategico nell’uso illimitato della violenza, perfettamente in linea con le attività più redditizie e convergenti del complesso militare-industriale, le tecnologie della Silicon Valley che garantiscono un maggiore controllo relativo e la rete finanziaria e dei paradisi fiscali dell’asse sionista anglo-statunitense. 

Dal punto di vista tattico, invece, la capacità di destabilizzazione e di guerra della NATO è notevolmente rafforzata dall’attuale architettura finanziaria globalista, basata sul monopolio mondiale del dollaro in materia di transazioni, liquidità e credito, nonché dalla sua articolazione sionista anglo-statunitense, che costituisce il nucleo della riproduzione su larga scala dell’ecosistema del capitale fittizio. 

I mercati degli armamenti che subiscono perdite in altre regioni possono recuperarle in America Latina, fomentando opportunamente personaggi come Milei, Noboa e Bolsonaro. Ma anche forze più progressiste stanno cadendo nella nuova trappola del debito estero, che ripete la ricetta di quasi cinque decenni fa, oggi rafforzata da brutali arbitrati internazionali, dall’escalation della rendita con il pretesto dei diritti di proprietà intellettuale, dalla fuga di capitali e dalla deregolamentazione finanziaria, ecc.

Con la costruzione di una Nuova Architettura Finanziaria si delinea un ulteriore ambito immediatamente accessibile per il campo della pace, che tuttavia figura solo in secondo piano tra le priorità dei BRICS e che, a suo tempo, è stato sconfitto in Sudamerica, dove era nato. Anche la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS (e altre alternative con auspici simili, come la Banca Asiatica di Investimento nelle Infrastrutture) concede i propri prestiti in dollari, rafforzando il suo monopolio, indipendentemente dalle buone intenzioni. 

È proprio l’aggressiva politica di sanzioni, confische e dazi illegali contro diversi membri dei Paesi BRICS e dei loro alleati ad innescare una serie di misure (ancora essenzialmente bilaterali e mirate) che rendono possibile un intreccio di meccanismi di compensazione dei pagamenti e di scambi (swaps) di valute nazionali, il cui potenziale è, senza dubbio, enorme. 

Poiché questi cambiamenti alle porte si stanno consolidando a un ritmo senza precedenti nel contesto di questa rivoluzione scientifico-tecnologica (il cui potenziale dirompente non accenna a diminuire da decenni) la loro portata assumerà caratteristiche sempre più profondamente post-capitalistiche, indipendentemente dalla volontà iniziale dei loro protagonisti. 

Rivoluzioni tecnologiche, finanziarizzazione e delocalizzazione.

Tra tutte le dimensioni di questi rapidi cambiamenti (geopolitici, demografici, religiosi, culturali, morali, ecc.) sono proprio quelli generati dalla tecnologia a segnare il ritmo di una abissale irreversibilità. Per questo motivo, l’emergere dei BRICS, timido nei suoi propositi formali, può essere portatore di alternative di grande portata, anche suo malgrado.

Già il ritmo stesso dell’innovazione costringe il capitale a mutazioni fondamentali che rendono il sistema sempre più irriconoscibile persino ai suoi stessi sostenitori. Il capitalismo è vittima del proprio successo produttivista, riducendo al minimo il ruolo relativo del lavoro. Lo tsunami in arrivo con l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e la robotizzazione fa parte di una logica dalle radici profonde e diverse, i cui effetti diluitivi sulla formazione del valore durano ormai da decenni. 

Nel cuore dell’economia reale, investimenti sempre più ingenti producono, su scala esponenziale, beni sempre più economici per i tassi di profitto minimi richiesti da una concorrenza sempre più monopolizzata e sostenuta dagli apparati statali imperiali. La rapidità delle innovazioni dirompenti rende inoltre irrecuperabili ingenti somme di capitale fisso a causa dell’obsolescenza morale e programmata, il che grava con una dinamica propria sulla redditività già compromessa. 

Con lo sviluppo dei sistemi monetari, creditizi e contabili, il capitale fittizio, nelle sue diverse forme di rappresentazione della ricchezza reale, consente di generare diritti su profitti futuri senza la necessità di un ancoraggio territoriale, settoriale o temporale. “Galleggiando” su ogni tipo di Paese, cultura, ecologia, attività, ecc., queste rappresentazioni hanno la flessibilità e l’agilità di cogliere le migliori opportunità di profitto a livello globale e in tempo reale, sfuggendo al costo irrecuperabile del capitale fisico, ai problemi politici o legati alla natura e alla durata dei cicli produttivi coinvolti. 

In questo modo, si aprono opportunità di investimento (anche di tipo produttivo, sebbene non principalmente), ma si provoca una terziarizzazione della società (sia all’interno che all’esterno della produzione) che porta all’ipertrofia parassitaria di quelle rappresentazioni (compreso l’intero sistema monetario e creditizio e la maggior parte del sistema di proprietà) che già si riproducono senza alcun legame con la realtà produttiva che dicono di rappresentare.

La speculazione, nucleo della finanziarizzazione, della globalizzazione e della monopolizzazione, governa l’insieme del capitale, a sua volta dominante su scala mondiale. Processi di crisi irreversibili in termini di sostenibilità, coerenza, solvibilità o liquidità possono assumere proporzioni catastrofiche non solo nel settore finanziario o nell’economia. 

Le generose politiche di salvataggio con fondi pubblici (bail-out) o privati (bail-in) si sono finora rivelate molto efficaci nel preservare e ampliare rapidamente il potere di quelle frazioni del capitale, ma a costo di un crescente squilibrio a tutti i livelli. Con intensità tali da minare ormai i principi fondanti del funzionamento del mercato e del capitale in tutte le sue forme, come quelli della proprietà privata (non ci sono merci o beni reali sufficienti a rispondere alle loro rappresentazioni fiduciarie, ma ormai su scale astronomiche e in settori cruciali per il funzionamento del sistema) o della contabilità in partita doppia (conti fuori bilancio, valutazioni di parte con modelli ad hoc e non a prezzi di mercato, shadow bankingshadow budgets, conti “off-shore”, paradisi fiscali, derivati finanziari negoziati “over-the-counter”, criptovalute private, ecc.).

La centralità delle iniezioni di liquidità

Tutti gli squilibri possono essere temporaneamente aggirati se si dispone di massicci iniezioni di liquidità. Questa è la chiave del successo sionista anglo-statunitense degli ultimi anni. Non solo hanno alimentato la crescita delle loro reti finanziarie corrotte e incompetenti, ma anche quella del complesso militare-industriale della NATO con le sue centinaia di basi all’estero, le sue enclave coloniali come Israele e le sue operazioni di aggressione, coperte o meno. Così facendo, tuttavia, aumenta il volume del debito e la circolazione di capitali fittizi senza corrispondenza nella realtà economica. L’ipertrofia parassitaria si aggrava sulla base dell’apparato di aggressione e arbitrarietà, operando attraverso le politiche monetarie e valutarie il cui cuore è il sistema finanziario. 

A partire dall’esigenza di accentuare l’ipertrofia, si ampliano anche le distorsioni dell’apparato produttivo e il suo distacco dalle necessità vitali di 8 miliardi di esseri umani, che hanno rinunciato in massa a qualsiasi alternativa di coordinamento pacifico che non passi proprio attraverso quel mercato sempre più distorto. 

Quando il rinvio del riconoscimento giunge al capolinea a causa del marciume del sistema speculativo, non viene invalidato solo il meccanismo quotidiano e globale di risoluzione del conflitto distributivo (con tutte le sue ingiustizie e irrazionalità). Ma vengono invalidati anche i quadri concettuali e le narrazioni costruite su tale base per legittimare il feticcio (ciò che è socialmente utile e necessario ed esclude lo sforzo indispensabile delle madri e di altri fornitori di cure agli esseri umani e alla natura, le nozioni di prezzo giusto e di scambio di equivalenti, ecc.). 

La policrisi verso l’abisso

La struttura di potere che ci ha condotto a questa policrisi non solo non vuole, ma non è in grado di evitare la corsa dell’umanità verso l’abisso. 

Non vuole farlo perché i profitti che ne ricava nel breve termine sono enormi e in continua crescita, e ha alimentato diverse illusioni (in)umane riguardo a scenari di salvezza di minoranze elette (anche in caso di guerra nucleare, catastrofe naturale o ribellione delle maggioranze). Non vuole, in definitiva, perché ha la forza bruta per imporsi e può ancora mobilitare il suo “soft power” per ottenere la complicità suicida di parte delle sue vittime.

Ma non può farlo nemmeno perché questa «élite Epstein» è prigioniera della propria storia, di quel tipo di modernità predatoria e disumanizzante che ha imposto. Le rivendicazioni sullo stesso bene, sullo stesso territorio o sui futuri profitti che non bastano, preferirebbero «risolverle» con altre guerre e, se la situazione dovesse estendersi a livello mondiale con armi di distruzione di massa, avrebbero già a disposizione un quadro teorico. Lo hanno sempre fatto e il business delle due guerre mondiali è stato molto redditizio per le banche, l’industria degli armamenti, la dinamica dell’innovazione, la ricostruzione e per adeguare popolazioni e territori in termini di quantità e qualità . I genocidi di insediamento vengono nuovamente legittimati, come vogliono fare con Gaza e, forse, con Cuba.

Il benessere della comunità contro il profitto

Per questo motivo, le mutazioni inesorabili ed endogene del capitale (ciò che alcuni chiamano neo o tecno-feudalesimo o ciò che vorrebbero le distopie accelerazioniste alla Nick Land, di controllo sociale alla Palantir o di spopolamento) devono essere contrastate a partire dalla sovranità dei popoli e dalla chiarezza delle loro scelte politiche, le cui radici devono fondarsi su orizzonti civilizzatori e valoriali orientati al benessere della comunità e non al profitto.

Le iniziative e le mobilitazioni locali incentrate sulle scelte di vita sono indispensabili per aprire nuove alternative. Tuttavia, non sono sufficienti. La loro fragilità aumenta ora che si riduce il margine di tolleranza dell’egemone in declino. Il dominio della forza bruta e il cinismo sfacciato non sono ex abrupto, reazioni passeggere tra gli altri nei casi attuali di Israele, Stati Uniti, Argentina, Ecuador. È la nuova normalità . Questi risultati locali hanno maggiori probabilità di sopravvivenza e di essere replicati se si ottiene un sostegno istituzionale a livello settoriale, nazionale, sovranazionale e mondiale. Esperienze come quelle delle monete e delle finanze locali, del commercio equo possono essere vittime facili e rapide della repressione e del “lawfare”. 

Anche i movimenti sociali che si battono per i diritti di ogni generazione, compresi quelli sanciti dal diritto internazionale, possono essere demonizzati come «narcoterrorismo» o marginati a livello bancario, come è già accaduto con il pretesto della presunta lotta alla droga in America Latina, contro “l’antisemitismo” in Europa o con qualsiasi altro pretesto, come negli Stati Uniti e in Canada. 

In tale contesto, i BRICS (che data l’eterogeneità dei suoi membri, difficilmente potrebbero trovare un accordo su una piattaforma di trasformazione come quella qui proposta) si trasformano, ancora una volta paradossalmente, in un catalizzatore di numerosi e variegati processi che possono consentire lo spostamento dei rapporti di forza verso la rottura del monopolio mondiale occidentale, incentrato sul discorso post-neoliberista unico e sul diktat sionista anglo-statunitense.

Non esistono soluzioni rapide, né facili. Il nuovo equilibrio di forze (a meno che non si verifichi uno scenario militare radicalmente diverso, soprattutto nell’emisfero occidentale) passa necessariamente attraverso la ricostruzione di un quadro istituzionale internazionale, non per tornare al passato, ma per sostenere i nuovi flussi di energia sociale di un mondo multi-nodale. Se non ci si riuscirà in tempo, l’America Latina potrebbe diventare il nuovo arco di conflitto che sostiene la domanda del complesso militare-industriale e dei suoi accessori, i cui mercati, a lungo sostenuti dall’intervento imperialista destabilizzante, si disattiverebbero di fronte alle nuove realtà militari e geopolitiche.

Quando chi sta in basso non vuole più e chi sta in alto non può più 

Oltre cinque secoli di espansione globale degli interessi economici e civilizzatori atlantisti hanno raggiunto il culmine vittorioso e apparentemente inarrestabile in questi ultimi decenni. Tuttavia, la leadership del capitale monopolistico speculativo del vertice atlantista subisce un forte deterioramento a causa dell’incapacità strutturale di colmare il divario aperto dall’ipertrofia parassitaria del capitale fittizio e per il ridotto peso relativo della riproduzione ampliata del capitale monopolistico produttivo, con le sue conseguenze geopolitiche sempre più evidenti. Trump esprime l’offensiva più assertiva di recupero di spazi di potere nel tentativo di superare la crisi della coalizione nella Triade della frazione produttiva.

Non solo le due coalizioni hanno interessi contrastanti, sebbene con proporzioni e priorità diverse, ma nessuna delle due ha un progetto realizzabile. Di fronte alla bancarotta della proposta del campo speculativo, l’intenzione di reindustrializzare il centro si scontra con gli stessi problemi di redditività che originariamente hanno spinto la finanziarizzazione e la globalizzazione. Per questo, richiederebbe un’altra offensiva imperiale, anch’essa globalista e nemica del sovranismo, basata su forme arcaiche di sovrasfruttamento della forza lavoro e della natura.

Le sfumature ideologiche opportunistiche di stampo nazionalista e protezionista al centro si uniranno con grande cinismo a versioni estreme di neoliberismo e alla violazione della sovranità nelle aree della periferia e della semiperiferia al fine di sottrarle all’attrazione del polo fondamentalmente produttivo legato ai BRICS. Ma non avrà problemi nemmeno a imporre una (semi)periferizzazione di segmenti sacrificabili della stessa Triade. Le regioni più sfruttabili del primo gruppo si trovano nella parte dell’Emisfero Occidentale, in particolare in quella che ora viene chiamata la «Grande America del Nord», dall’Ecuador alla Groenlandia. Nel secondo gruppo potrebbero essere incluse le parti dell’Europa occidentale più fedeli agli Stati Uniti degli ultimi ottant’anni. 

L’America Latina

L’America Latina ricoprirà nuovamente un ruolo speciale nel disegno imperiale. E sovvertire tale ruolo potrebbe richiedere scelte drammatiche, a meno che i tempi del crollo imperiale non superino quelli del suo desiderio di morire combattendo. 

Dopo la massiccia sconfitta del campo del socialismo di Stato, il sostanziale regresso dei processi di liberazione nazionale e di industrializzazione basata sulla sostituzione delle importazioni, il profondo indebolimento del modello fordista-keynesiano in ogni latitudine e l’espansione in termini di intenzione, estensione e intensità della globalizzazione finanziarizzata legata alla trappola del debito, di fronte a un G7 in declino, facciata della Triade unipolare, i BRICS emergono poco a poco come il pilastro moderatamente alternativo a un declino egemonico che sta avvenendo con grande rapidità. Le élite compradoras latinoamericane, riciclate e compresse durante l’impegno neoliberista, dovranno adattarsi al nuovo aggiustamento della loro porzione di surplus con meccanismi di sfruttamento più arretrati. Il loro ruolo di compradoras è ancora più limitato dal blocco delle importazioni dalla Cina e da altri membri dei BRICS, mentre l’espansione delle esportazioni è ulteriormente limitata dalla fedeltà alla NATO e dalla concorrenza, con le difficoltà di collocamento della produzione prevalentemente primaria degli stessi Stati Uniti.

Paradossalmente, questo pilastro è nato dall’espansione di tale egemonia unipolare e fatica a recidere i propri legami ombelicali, soprattutto quelli di natura proprietaria, logistica e finanziaria, e pertanto non prevede rotture significative. Le reti di accumulazione e le strutture transnazionali protagoniste della delocalizzazione industriale e della globalizzazione finanziaria le hanno generate e hanno impresso loro la propria logica neoliberista. Il motore del loro emergere nel seno della globalizzazione finanziarizzata, il tasso di profitto, diventa fonte del loro potenziale di contestazione. Ma tale interrogativo si carica di tutto l’ecosistema di narrazioni sedimentate nel corso dei secoli per la loro efficacia evolutiva.

Lo spostamento geografico e settoriale delle dinamiche tecnologiche dirompenti ha modificato il centro di gravità del potere. Non solo perché la quota di plusvalore generata si trova ora in queste altre latitudini, ma anche perché i meccanismi «di mercato» che l’impero utilizzava per assorbirla (scambio ineguale e prezzi di trasferimento, debito estero e deregolamentazione finanziaria, proprietà intellettuale e rendite tecnologiche, manipolazione monetaria, valutaria e finanziaria) non sono più sufficienti a impedire lo slittamento dei nodi preferenziali dell’accumulazione spaziale (guidati dal tasso piuttosto che dalla massa di profitto), le cui frazioni sono portatrici di orizzonti civilizzatori con sfumature in qualche modo dissidenti rispetto all’opzione decadente proposta da un’egemonia in declino. È l’insufficienza dell’operazione “di mercato” nella riproduzione ampliata del potere unipolare che scatena la “mano di ferro” ed esacerba per reazione riferimenti sostitutivi. 

La minaccia sempre più esplicita risveglia forze economiche, tecnologiche e militari, nonché riserve morali in ambiti valoriali, civili, religiosi ecc., che sono stati oppressi e sminuiti nel processo di creazione del consenso e nella repressione degli innominabili, necessari all’ascesa e al consolidamento dell’atlantismo a livello mondiale. 

Pertanto, più che in un’alterità di sfida da parte dei BRICS, la chiave dell’acuirsi di tale dissenso risiede nell’aggressività sionista anglo-statunitense nella contesa per il surplus e per il controllo del proprio declino-transizione, che li porta a violare le presunte regole che essi stessi avevano imposto nel corso del proprio consolidamento unipolare e che fino ad allora avevano garantito alti livelli di sottomissione.  Tuttavia, la capacità di reazione difensiva varia a seconda delle condizioni geopolitiche, a meno che non vengano alterate militarmente. L’America Latina è intrappolata nell’illusione democratica che ci spinge verso un grave bivio, come dimostra il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie.

Proprio la crescita esponenziale di politiche disperate volte a mantenere l’ordine del “picoteo” mina secoli di costruzione della legittimazione del dominio atlantista, che culminano nell’ordine neoliberista nelle sue varianti “woke” e ultramontane. È la natura stessa della disputa che impone risoluzioni sul piano della forza (militare, coercizione “diplomatica”, accumulazione per espropriazione, sanzioni, confische, distruzione delle istituzioni create da loro stessi, etc.). Il che aumenta la percezione di rischio che sta portando a una serie di azioni difensive in ogni regione geografica, settore economico, ambito sociale o sfera ideologico-religiosa-culturale. Tutto ciò che i BRICS rappresentano naviga in questa dialettica. 

Le altre forze politiche all’interno e intorno ai Paesi membri del BRICS, soggette alle stesse pressioni legate al declino egemonico, si adeguano e negoziano man mano la loro adesione alle linee d’azione più lucide sopra menzionate, non senza rallentare in modo significativo la capacità di iniziativa in contesti così delicati per la pace e l’economia mondiale (che possono comportare lo scoppio di carestie e pandemie). Ecco perché è così vitale discutere le possibilità di superare questa situazione di stallo. Non perché sia una meraviglia, ma proprio per la mancanza di alternative di fronte a ciò che sembrerebbe comportare un cambiamento epocale con pochi precedenti.

A mo’ di conclusione

Le attuali condizioni precarie dei popoli del Sud, in particolare dell’America Latina, richiedono l’articolazione di diversi campi d’azione politica per ridurre il margine di manovra delle forze in lotta nel blocco di potere sionista anglo-statunitense interessate a nuovi mercati di guerra, nuove trappole del debito estero, ulteriori azioni predatorie della forza lavoro e della natura, nonché le forme politiche e ideologiche che si adattino a tali scopi. Sebbene tali linee rosse non appaiano esplicitamente, la proposta multimodale dei BRICS apre possibilità per tale difesa della pace e dello sviluppo. 

Poiché la crisi strutturale del capitale pone sfide colossali in una prospettiva progressista, solo la promozione di iniziative che vadano oltre il repertorio keynesiano della CEPAL e procedano con obiettivi strategici post-capitalisti potrebbe avere una qualche fattibilità. L’unica opzione realistica per concretizzare tale fattibilità passa attraverso la costruzione di spazi nazionali e regionali di politica macroeconomica che consentano di andare oltre un’agenda reattiva e difensiva attraverso una Nuova Architettura Finanziaria a livello subnazionale, nazionale e sovranazionale.


*Pedro Páez Pérez è Ex Ministro di Economia dell’Ecuador. Ex Super intendente per il controllo del Potere del Mercato. Membro della Commissione Stiglitz. Ex Rappresentante Plenipotenziario del Presidente Rafael Correa nei negoziati sulla Nuova Architettura Finanziaria. PHD Università del Texas.

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