Brutti, sporchi e addomesticati
Gli ultras da variabile impazzita del sistema calcio e cavie da laboratorio della repressione spesso finiscono ingoiati nel modello del profitto
Il Dl sicurezza del governo Meloni entrato in vigore a inizio aprile, e subito definito dall’Onu come potenzialmente lesivo dei diritti umani, è tecnicamente una legge fascista. Non tanto o non solo perché criminalizza il dissenso in tutte le sue forme, ma perché stabilisce che il dovere dello Stato è quello di reprimere le fasce più deboli e marginali della popolazione: poveri, senza tetto, carcerati, migranti, abitanti delle periferie urbane e extraurbane. Le principali novità del decreto infatti, riguardano l’aumento delle pene per l’occupazione di case, per le forme di resistenza anche passiva nelle carceri o nei lager per migranti, per le proteste contro le grandi opere. E aggiunge che sarà lo Stato a sostenere le spese legali per eventuali processi nei confronti di militari e forze dell’ordine, anche quando accusate di abusi o violenze.
È curioso che da questi gruppi sociali marginali contro cui agisce il Dl sicurezza manchino gli ultras: i tifosi di calcio più brutti, sporchi e cattivi. Quelli che si rifiutano di sostenere la propria squadra attraverso gli abbonamenti alle televisioni o alle piattaforme di scommesse – tanto sponsorizzate dai club e tanto coccolate dallo stesso governo – e si ostinano invece a fare il tifo nelle curve e a sfidare i tifosi avversari come la propria squadra fa sul campo. O forse no, non è per nulla curioso. Perché è proprio sugli ultras che negli ultimi quarant’anni si sono sperimentate tutte quelle pratiche repressive che oggi trovano nuova luce e nuove vittime nel decreto legge che segna – per ora – l’apice del ciclo reazionario europeo.
Laboratorio di repressione
Dalla legge 401 del 1989, che introduce delle fattispecie di reato tipiche commesse in occasione delle manifestazioni sportive, fino all’ultimo decreto sicurezza del governo gialloverde, sugli ultras si è sempre abbattuta una serie di leggi liberticide a anticostituzionali. E a nulla sono valse le facili profezie per cui quello che veniva sperimentato sui tifosi un giorno sarebbe diventato tale per tutti quanti.
Basti pensare al Daspo. All’inizio l’acronimo per Divieto di assistere alle manifestazioni sportive, ideato nel 2007 dall’allora ministro Giuseppe Pisanu, era uno strumento punitivo e coercitivo studiato per i tifosi, obbligandoli a essere fisicamente lontani dal luogo delle partite. Oltretutto a forte rischio di costituzionalità, dato che viene emesso dalla questura e non dal giudice, facendo così passare in cavalleria una presunzione di colpevolezza contraria allo Stato di diritto, nonché al Codice penale che prevede che la pena si possa e si debba comminare solo dopo un’eventuale condanna.
A questo si aggiunge poi il Daspo preventivo, che obbliga tifosi innocenti e incensurati a non partire per le trasferte perché si ipotizza che questi possano commettere un reato: uno strumento oracolare di psicopolizia alla Minority Report.
Bene, dieci anni dopo, nel 2017, grazie al ministro Marco Minniti arriva anche il preventivato Daspo urbano, con l’estensione ai normali cittadini dell’impedimento (su decisione del questore) di frequentare determinate zone della città o interi agglomerati urbani. Senza che il calcio, le partite o il tifo per questa o quella squadra c’entrino nulla. Ma nemmeno questo è stato sufficiente a farci rendere conto che tutto l’apparato repressivo sperimentato contro gli ultras un giorno sarebbe toccato anche agli altri gruppi sociali marginali.
E la colpevolizzazione del tifoso è proseguita indisturbata, a destra come a sinistra, tanto sono sempre loro la teppa: i brutti sporchi e cattivi, gli indifendibili. E così oggi nel Rapporto di minoranza – il racconto di Philip K. Dick da cui è tratto il film Minority Report – ci siamo finiti tutti quanti.
Una delle ragioni principali per cui questa escalation è stata possibile è che gli ultras sono effettivamente indifendibili. Sono quelli che il compianto Valerio Marchi definiva come moderni folk devil, i protagonisti cattivi delle favole che da sempre sono disegnati talmente male da risultare inaccettabili, e hanno all’interno della struttura narrativa la funzione catartica di capro espiatorio su cui scaricare i mali e le colpe della società. Della loro salvezza, e della loro redenzione, non è mai interessato a nessuno.
Questa è anche la ragione per cui manca completamente, nel panorama letterario italiano, qualsiasi racconto che provenga dall’interno questo mondo. Ci sono ottime analisi da dentro – dal Derby del bambino morto di Valerio Marchi (Alegre Edizioni, 2014) a I ribelli degli stadi di Pierluigi Spagnulo (Odoya, 2017) fino a Curve pericolose di Giuseppe Ranieri e Matthias Moretti (Red Star Press, 2025) – ma per lo più ci si è limitati a studiare il fenomeno con le lenti delle scienze sociali. Ecco perché acquista una notevole importanza e validità, che vanno oltre i meriti puramente letterari, un nuovo libro da poco uscito come Ultras, Ogni maledetta domenica vincere o perdere non conta di Lamberto Ciabatti per Sem (2025) dove a parlare, o meglio a scrivere, sono gli stessi protagonisti dei cori e delle coreografie, delle risse e delle scorribande, che settimanalmente attraversano la penisola in occasione delle partite di calcio.
Vincere o perdere non conta
Ultras di Lamberto Ciabatti diventa quindi la cosa più simile mai uscita in Italia ai libri di Cass Pennant, lo storico hooligan del West Ham che con testi come Congratulazioni. Hai appena incontrato la I.C.F. (Dalai, 2007) ha raccontato senza remore e senza sconti la vita violenta di una dei più famigerati e brutali gruppi di tifosi inglesi: l’Inter City Firm.
Il libro di Ciabatti si apre con un incalzante e frenetico viaggio su un pullman con le effigi di Padre Pio sul parabrezza che permette al mezzo di volare in autostrada e attraversare mezza Italia senza mai essere fermato da controlli e posti di blocco, fino a sostare nel parcheggio di uno stadio e rivelarsi per quello che è: un mezzo stracolmo di ultras pronti alla battaglia contro gli avversari designati. E da qui esplode un caleidoscopio di racconti in prima persona dei più o meno noti protagonisti del mondo ultras italiano dagli anni Settanta all’inizio del nuovo millennio.
Sono storie di amicizia e di violenza, di culto e di perdizione, di coltelli e di droga, raccontate con una disarmante autenticità. E anche di battaglie contro tifoserie avversarie o forze dell’ordine, alcune raccontate dai diversi punti di vista delle opposte fazioni, descritte con altrettanta sincerità: per lo meno quando si tratta di reati prescritti. Da Genova a Milano, da Roma a Bari, a Bologna a Firenze, nei dodici racconti in prima persona che compongono il mosaico del libro si apre uno spaccato su quella che per mezzo secolo è stata forse la categoria sociale meno marginale e più emarginata nel paese. E si apre una vera e propria sala degli specchi tipo quelle dei vecchi Luna Park dove la composizione sociale di classe dei contesti urbani rimbalza tra curve e bar, gradinate e sedi sociali, treni e stazioni.
È un libro che non fa sconti quando si parla di vite bruciate, famiglie sacrificate, amici e compagni persi per strada, ma che tocca anche rare vette di umanità e di comicità. Un solo episodio, per non spoilerare gli altri: il tifoso dell’Ascoli che pochi minuti prima di una rissa programmata con gli Ultras del Bologna guarda suo padre «che esce da un negozio di pasta all’uovo e si incammina verso casa tenendo tra le mani, con devozione da re magio, i seicento grammi di tagliatelle che – su indicazione di mia madre – si premura di comprare ogni domenica». Salvo che, scopriremo poco dopo, l’anziano genitore che a prima vista appare estraneo e spaventato altri non è che il fondatore del gruppo ultras Settembre Bianconero. E della rissa che segue sarà uno dei protagonisti con una serie di azioni spettacolari degne di un kolossal hollywoodiano.
Ma soprattutto, Ultras è un libro che non fa sconti agli ultras stessi. Sono loro i primi a raccontare il loro mondo come machista, gerarchico, violento, sciovinista, paramilitare, tendente all’intolleranza, al sessismo e al razzismo. E a rivendicare – più spesso che volentieri – la loro appartenenza alle frange dell’estrema destra. Riecheggia, nelle loro parole, quello che Valerio Marchi aveva definito lo Stile maschio violento delle sottoculture che si formavano come reazione all’emarginazione sociale e alla repressione istituzionale.
Nessuna apologia di sé stessi e del loro mondo, siamo davvero brutti, sporchi e cattivi, sembrano gridare allucinati i protagonisti di queste dodici storie, ma siamo la vostra bruttura, la vostra sporcizia e la vostra cattiveria. Siamo la merda che ci avete sempre gettato addosso e lo specchio deformato della merda che siete voi.
E questo è esattamente il motivo per cui il movimento ultras è stato il grande laboratorio della repressione e delle leggi liberticide degli ultimi quarant’anni, ancor più delle leggi speciali istituite con la scusa della lotta armata o della criminalità mafiosa. Perché con note e rare eccezioni delle curve schierate politicamente – una congiuntura che in alcune situazioni si è verificata per poco più di due decenni, tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, e che oggi sopravvive nel mondo in rari e meritevoli casi – per la sinistra gli ultras sono sempre stati una sottocultura con cui era difficile, se non impossibile, condividere valori e prese di posizione. Per la destra gli utili idioti della repressione, la carne da cannone di una strategia della tensione ben più ampia degli attentati. E per l’enorme centro moderato e silenzioso dei vizi privati e delle pubbliche virtù il perfetto capro espiatorio dell’ipocrisia borghese.
E così ecco precipitare sulla più emarginata e meno marginale categoria sociale del paese le ignorate e sottovalutate, o ancor peggio colpevolmente condivise, leggi liberticide e i provvedimenti anticostituzionali con cui la reazione neoliberale preparava la sua presa del potere.
Tutta una serie di provvedimenti repressivi che sono stati introdotti nell’ordinamento giuridico e nel tessuto sociale nei confronti di questi folk devil solo per poter poi essere estesi anche al di fuori: prima su altre categorie marginali e poi sull’intera popolazione. E, soprattutto, quella presunzione di colpevolezza, tanto giuridica quanto culturale, nei confronti del mondo ultras che ha permesso di scardinare l’ordinamento costituzionale del paese arrivando alla definizione ex lege di colpa preventiva.
Gli ultras addomesticati
In alcuni dei racconti di Ultras – soprattutto in quelli provenienti dalle grandi città – comincia a delinearsi anche quella che sarà la grande addomesticazione della cultura ultras di fine anni Novanta e dei primi anni Zero. Con l’arrivo delle televisioni e pagamento che inondano il mondo del calcio di una quantità di soldi mai vista prima, e con l’ingresso del termine profitto all’interno del normale discorso sul pallone, anche l’ultras comincia a volere la sua parte.
L’amore per il denaro sostituisce quello per la squadra, si smette di pensare come collettivo e si comincia a pensare al tornaconto personale. E nel movimento ultras comincia a diffondersi il mantra esplicitato da colei che delle tifoserie è stato il più acerrimo e implacabile nemico: il noto motto «non esiste la società, ma soltanto gli individui» pronunciato da Margaret Thatcher che come una nemesi si abbatte sulle macerie di un movimento che non è più in grado di resistere alla repressione. La sottocultura che odiava il mondo che l’aveva emarginata finisce con l’adattarsi ai nuovi paradigmi di questo mondo.
Questo raccontano le cronache giudiziarie degli ultimi anni quando parlano di infiltrazioni criminali nelle curve, di gestione manageriale del profitto, di controllo economico e sociale del territorio, di milioni e milioni di euro che passano di mano in mano attraverso biglietti, trasferte, droga, parcheggi. E arriviamo a leggere sbalorditi di capi tifosi di grandi curve che al di là dell’essere più o meno criminali sono… tifosi di altre squadre. Come uno dei capi della Curva Nord interista, ammazzato nel tentativo di prendersi tutto, che era notoriamente juventino e per questo veniva chiamato «il gobbo». O il nuovo leader di un gruppo una volta di sinistra della Curva Sud romanista che è sempre stato uno sfegatato tifoso del Napoli.
Al di là della loro fedina penale, di cui ci interessa poco o nulla, è questo che sconvolge e decreta la fine di un mondo e di una sottocultura. L’aver messo il tifo per la squadra, il collante su cui si era formato il movimento ultras, al secondo posto dopo il guadagno e il potere. L’aver deciso thatcherianamente che la società della curva non esiste, e se esiste viene dopo l’individuo che la guida.
E qui si apre però un nuovo capitolo. Una nuova storia fatta di infinite e meravigliose possibilità. Decine e decine di ultras dal Sud al Nord della penisola, accertata la fine di un’era e la morte di un movimento, hanno deciso di riprovarci altrove e si sono dedicati al calcio popolare. Piccole squadre di paese o di quartiere dove poter tornare a tifare in nome della squadra. E non del profitto.
Realtà solidali dove in nome dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo si può tornare a dedicare la propria vita al calcio come strumento di sviluppo e di crescita. Magari dedicando parte del proprio tempo alle squadre giovanili. E dove poi il sabato o la domenica si torna a tifare in curva come momento di gioia collettiva e condivisione di esperienze, di gioie e di dolori. Sempre rivendicando, in nome della militanza ultras, la propria alterità e la propria opposizione alla società, il rifiuto dell’ipocrisia di un Paese che in nome della sicurezza si accanisce contro i deboli e i marginali, dentro e fuori dagli stadi.
E come sul finire degli anni Ottanta, quando il movimento era oramai stato annientato dalla repressione e dalla droga, cominciarono a fiorire in tutto il paese i centri sociali, nuove e inimmaginabili esperienze di zone temporaneamente autonome che fecero scuola in tutto il mondo, così dalla morte del vecchio movimento ultras, annientato dalla repressione dalla corsa al profitto, ecco nascere ora le nuove repubbliche liberate del calcio popolare. Lì dove essere ultras torna a significare, o forse per la prima volta potrà significare, rifiutare la società da cui si è emarginati per combattere per un altro mondo possibile.
Luca Pisapia, giornalista, ha collaborato con La Gazzetta dello Sporte con il Fatto Quotidiano, e attualmente scrive di calcio e società su il manifesto. È autore di Gigi Riva. Ultimo hombre vertical (Lìmina, 2012) e Uccidi Paul Breitner (Alegre Quinto Tipo, 2018). Il suo ultimo libro è Fare gol non serve a niente. Il pallone nella rete della finanza (Add, 2024).
2/5/2026 https://jacobinitalia.it/










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