Un milione di posti di lavoro? Meloni mente: è un milione di vite precarie
Nel consueto esercizio di autocelebrazione, Giorgia Meloni ha scelto il Primo Maggio per rivendicare la creazione di “oltre un milione di posti di lavoro” sotto il suo governo. Una cifra ad effetto, utile a titoli e telegiornali, ma completamente scollegata dalla realtà quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori italiani. La verità, certificata dal nuovo rapporto della Fondazione Di Vittorio della CGIL, è che quei posti di lavoro sono in gran parte precari, mal pagati e senza prospettiva.
Il rapporto fotografa un mercato del lavoro italiano segnato da un’esplosione della precarietà: quasi il 30% degli occupati ha un contratto a termine o part-time involontario. Un dato drammatico, che supera di gran lunga la media europea, e che mostra come la tanto decantata “crescita dell’occupazione” sia in realtà una moltiplicazione della precarietà. Il part-time involontario, in particolare, ha raggiunto il 58%: siamo primi in Europa, ma in senso negativo.
A essere colpite sono soprattutto le donne, i giovani e i laureati, costretti ad accettare impieghi frammentati, sottopagati e senza tutele. In questi anni, anziché invertire la rotta segnata dal Jobs Act di Renzi, il governo Meloni ha proseguito e aggravato le politiche di precarizzazione del lavoro, lasciando intatto un impianto normativo che ha smantellato le tutele e reso il lavoro un ricatto permanente.
Ma il dato più grave riguarda i salari reali: secondo il rapporto, dal 2008 al 2024 il salario medio in Italia è diminuito del 9%, mentre nello stesso periodo in Germania è cresciuto del 14% e in Francia del 5%. Siamo l’unico Paese dell’UE in cui si lavora di più e si guadagna sempre meno. Oggi, sei milioni di persone percepiscono meno di 11.000 euro l’anno: non è lavoro, è sopravvivenza.
E allora, a cosa si riferisce Meloni quando parla di “record occupazionale”? Semplice: a un record di sfruttamento, costruito su lavoro povero, frammentato, privo di tutele. I veri “record” del governo Meloni sono quelli di profitti aziendali alle stelle, di diritti calpestati, di giovani costretti a emigrare.
La propaganda governativa continua a presentare i dati in modo distorto, cancellando il punto centrale: non basta creare “posti di lavoro” se questi non sono stabili, dignitosi e adeguatamente retribuiti. L’Italia non ha bisogno di ulteriore occupazione precaria: ha bisogno di lavoro stabile, pubblico e con diritti.
Serve abolire immediatamente il Jobs Act e prevedere nuove tutele per il lavoro, introdurre un salario minimo legale di almeno 10 euro l’ora, approvare un piano di assunzioni nel settore pubblico per rafforzare sanità, scuola e servizi sociali.Altro che “patrioti”: questo governo lavora per i padroni. Ma contro la propaganda e lo sfruttamento, cresce una consapevolezza diffusa. E cresce anche la volontà di lottare, nei luoghi di lavoro e nelle piazze. Dopo trent’anni di leggi che hanno precarizzato il mercato del lavoro è finalmente il momento di reagire.
Il prossimo 8 e 9 giugno siamo chiamati a un passaggio fondamentale: i cinque referendum sociali sono l’occasione concreta per cambiare rotta e ritornare a restituire diritti alle lavoratrici e ai lavoratori. Con il voto referendario possiamo iniziare ad invertire la tendenza. Non basta più indignarsi: serve trasformare l’indignazione in forza collettiva e politica. È tempo di dire basta alla precarietà, è tempo di una nuova stagione di giustizia sociale.
Giovanni Barbera della Direzione nazionale di Rifondazione Comunista.
3/5/2025










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