Cuba sotto assedio: embargo, Trump e la guerra economica contro un popolo
La crisi non cade dal cielo: è prodotta da embargo, sanzioni e ricatti energetici. Cuba paga il prezzo della sovranità, tra ipocrisia europea e stretta di Trump. E proprio perché ha costruito diritti — dall’istruzione alla sanità pubblica ai vaccini anti-Covid — oggi viene punita: per questo serve solidarietà internazionale.
Cuba lo scrive nero su bianco nella propria Costituzione, aggiornata di recente: l’isola non è “un’anomalia”, non è un equivoco storico, non è una deviazione momentanea. È una scelta. Il primo articolo recita: «Cuba è uno Stato socialista di diritto e giustizia sociale, democratico, indipendente e sovrano, organizzato con tutti e per il bene di tutti come repubblica unitaria e indivisibile, fondata sul lavoro, la dignità, l’umanesimo e l’etica dei suoi cittadini per godere della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, del benessere e della prosperità individuale e collettiva».
È una dichiarazione politica limpida, che spiega meglio di mille commenti perché Cuba sia da oltre sessant’anni il bersaglio di una pressione costante: Cuba non viene punita per ciò che “fa”, ma per ciò che “è”. Per aver osato, a poche miglia dalla Florida, costruire un progetto sociale fondato su sovranità, redistribuzione e diritti universali. Con risultati reali, contraddizioni reali e difficoltà enormi, ma con una costante che nessun embargo è riuscito a cancellare: l’idea che la dignità non debba essere un privilegio.
Una rivoluzione che ha costruito diritti
La scelta socialista cubana si è tradotta nel tempo in misure sociali ed economiche che hanno tentato — spesso riuscendoci, a volte no — di garantire a tutti una vita degna. Non era un compito semplice in condizioni normali. Lo è diventato quasi titanico sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti.
Una delle prime grandi misure della rivoluzione fu l’alfabetizzazione. Cuba scelse di trasformare la cultura in diritto, non in merce. L’istruzione è rimasta gratuita, e non solo per i cubani: anche studenti stranieri, da qualunque Paese provengano, possono studiare sull’isola senza essere trattati come clienti.
La sanità è l’altro pilastro. Cuba destina oltre il 10% del PIL nazionale alla sanità, collocandosi tra i Paesi più virtuosi al mondo. Il suo sistema è fondato soprattutto sulla prevenzione: medici e operatori sanitari lavorano anche nelle zone più isolate, dove in molti Paesi “normali” lo Stato non arriva o arriva solo con la polizia.
Poi c’è la “canasta básica”: prodotti alimentari distribuiti a prezzo irrisorio a ogni famiglia, con misure come il litro di latte gratuito al giorno per i bambini. E fino a tempi recenti lo Stato garantiva lavoro e salario a tutti. Oggi questo non è più possibile allo stesso modo: la crisi e il blocco hanno imposto trasformazioni, e Cuba ha dovuto incentivare attività private nel piccolo commercio, nella vendita agricola diretta, nei paladar e nelle case particular.
Chi vuole raccontare Cuba seriamente deve partire da qui: Cuba non è un paradiso, ma è una società che ha tentato di mettere al centro la vita. E per questo è stata punita.
La crisi di oggi: una durezza oggettiva
La vita dei cubani oggi è obiettivamente dura. La situazione economica è così difficile da ricordare il “periodo especial” dei primi anni Novanta, quando il crollo dell’URSS — principale partner economico — lasciò l’isola senza rifornimenti e senza ossigeno.
Il costo della vita è aumentato, la carenza energetica è pesante, i blackout (apagones) sono ripetuti e i salari fanno fatica a inseguire l’inflazione. La crisi energetica incide su tutto: sui trasporti, sulla conservazione dei farmaci, sui prezzi, sul funzionamento delle infrastrutture.
E non è un destino naturale. Non è “inefficienza tropicale”. È politica. È geopolitica. È guerra economica.
L’embargo e le sanzioni imposte al Venezuela colpiscono direttamente anche Cuba: il Venezuela era diventato il principale fornitore di petrolio dell’isola. La Russia è un altro partner importante, ma lo stato bellico in cui è coinvolta complica ulteriormente i rapporti e le forniture. Il risultato è una spirale: meno carburante, meno produzione, più blackout, più difficoltà logistiche, più inflazione, più sofferenza sociale.
Il “bloqueo”: l’embargo totale e la legge Helms-Burton
Il cosiddetto “bloqueo” contro Cuba è un embargo totale — commerciale, economico e finanziario — imposto dagli Stati Uniti già nel 1960, all’indomani della rivoluzione. Ma il salto di qualità più violento arriva nel 1996 con la legge Helms-Burton.
Con quella legge gli Stati Uniti decidono di aggravare l’embargo rendendolo extraterritoriale: non si limitano a proibire rapporti economici diretti con Cuba, ma minacciano e puniscono anche soggetti di altri Paesi. Finanziamenti ritirati, importazioni annullate, ritorsioni contro aziende non statunitensi che commerciano con l’isola.
È un dispositivo di coercizione globale. Un ricatto. Una forma di sovranità imperiale.
L’ONU ha condannato più volte questa politica con votazioni praticamente unanimi, e la condanna si ripete ogni anno. Ma senza alcun effetto concreto: perché l’ordine internazionale “basato sulle regole” funziona solo quando le regole servono ai potenti.
Obama nel 2014 annunciò la volontà di porre fine alla Helms-Burton. Ma serviva il voto del Congresso, controllato dai repubblicani. E naturalmente non accadde nulla.
Trump: il ritorno della violenza aperta
Con Trump, la guerra economica diventa ancora più aggressiva e dichiarata. Il primo governo Trump introdusse nuove misure sanzionatorie unilaterali, tra cui l’inserimento di Cuba nella lista dei Paesi patrocinatori del terrorismo.
Un’accusa falsa e grottesca. Cuba semmai è stata oggetto di atti terroristici organizzati dalla CIA, che hanno causato oltre 3.000 morti. Tra le vittime anche l’italiano Fabio Di Celmo, ucciso in un attentato all’Avana.
Ma la funzione dell’etichetta “terrorismo” è chiara: non è morale, è operativa. Serve a rendere quasi impossibili le transazioni internazionali, soprattutto con le banche. Alcune sono state pesantemente sanzionate dagli USA per aver mantenuto rapporti con Cuba. Molte aziende e istituzioni, per paura, tagliano ogni contatto.
Biden aveva promesso di togliere queste ulteriori sanzioni. Lo fece solo parzialmente e a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato. E Trump, appena rieletto, le ha nuovamente introdotte.
Nel 2019 Trump ha anche reso applicabile il famigerato Titolo III della Helms-Burton, che fino ad allora tutti i presidenti statunitensi avevano sospeso. Con questo titolo, cittadini statunitensi — anche quelli divenuti tali dopo l’abbandono dell’isola — possono chiedere presso tribunali USA il controvalore delle proprietà nazionalizzate dopo la rivoluzione.
È un’arma legale di aggressione economica. Una forma di pirateria giudiziaria.
Si calcola che i danni economici causati dal bloqueo superino i 150 miliardi di dollari, con un danno giornaliero stimato in circa 15 milioni di dollari. Per un Paese come Cuba sono cifre enormi: significa decenni di sviluppo rubato, infrastrutture che non si possono modernizzare, importazioni che non arrivano, pezzi di ricambio introvabili, farmaci sempre più difficili da ottenere.
La “minaccia umanitaria” costruita a tavolino
Negli ultimi mesi l’assedio statunitense si è concentrato su un nodo vitale: il carburante. Per decisione di Washington l’isola si è trovata priva di rifornimenti energetici, con effetti devastanti sull’erogazione dei servizi più basilari, a partire da quelli ospedalieri.
E in questo quadro emergenziale i dati sono drammatici: oltre 30mila donne incinte si trovano a correre rischi gravi tra blackout, difficoltà nei trasporti e accesso limitato agli esami. In parallelo, i ritardi nella vaccinazione infantile mettono in pericolo anche gli oltre 60mila neonati presenti a Cuba, come segnalato dal Ministero della Salute Pubblica.
Il governo cubano ha varato un piano emergenziale, con razionamento energetico e priorità ai settori idrico e sanitario. Ma l’isola produce appena un terzo dell’energia di cui ha bisogno. In attesa di rifornimenti esterni, blackout e carenze restano e minacciano la vita dei cubani.
Il Ministero della Salute cita difficoltà nell’accesso agli ultrasuoni ostetrici, fondamentali per monitorare benessere fetale e condizioni genetiche. Le équipe specializzate nella cura delle malattie gravi di madri e neonati sono in affanno, soprattutto per carenza di medicinali. E a rischio ci sono anche pazienti diabetici, persone in attesa di interventi chirurgici e pazienti oncologici.
Trump ha rafforzato l’embargo minacciando i Paesi intenzionati a rifornire Cuba di petrolio. L’obiettivo è chiaro: causare un’implosione senza intervento militare. Lo stesso Trump ha definito Cuba “una nazione fallita” che deve “raggiungere un accordo con gli Stati Uniti”.
E qui c’è un punto decisivo: quando un presidente ammette che la carenza coatta di carburante è una “minaccia umanitaria”, e nello stesso tempo la produce e la usa come leva politica, siamo davanti a una forma di violenza che non può essere normalizzata.
L’ipocrisia dell’Occidente e l’allineamento europeo
Di fronte a questo strangolamento, la quasi totalità dei Paesi occidentali — anche quelli che si autoproclamano paladini dei diritti umani — resta a guardare. L’ONU condanna, ma nessuno rompe davvero il meccanismo. L’Unione europea si allinea, spesso mascherando la resa con il linguaggio della morale: “il problema sono i diritti umani”.
Ma viene da chiedersi: sessantatré anni di strangolamento economico imposto a un intero popolo non sarebbero una questione di diritti umani? Il diritto alla salute? Il diritto al cibo? Il diritto alla vita?
La verità è che l’Occidente non difende i diritti: difende l’ordine. E l’ordine, in questo caso, significa che Cuba deve pagare per il suo esempio.
Covid e vaccini: Cuba ha fatto ciò che i ricchi predicavano e non facevano
Eppure Cuba, anche sotto embargo, ha dimostrato qualcosa che dà fastidio: che un Paese povero, se mette la scienza al servizio pubblico, può ottenere risultati straordinari.
Cuba è stata uno dei pochi Paesi al mondo a sviluppare vaccini statali contro il Covid-19. Ben cinque, tra cui uno spray nasale. Vaccini basati su tecnologie “classiche” già sperimentate (come quelle usate per altri vaccini), che hanno permesso di vaccinare subito anche i bambini.
Il risultato è stato una mortalità molto più bassa rispetto a molti Paesi occidentali: 8.530 decessi, che in rapporto alla popolazione rappresentano circa un quinto di quelli italiani.
I vaccini cubani hanno avuto un costo unitario attorno a un euro: circa il 5% del costo dei vaccini in uso in Europa. E proprio questo basso costo ha permesso a Paesi poveri di rifornirsi. In alcuni casi Cuba li ha forniti gratuitamente.
E non si è fermata lì: le brigate mediche cubane — come la Henry Reeve — sono state chiamate in varie parti del pianeta, anche in Italia (Crema e Torino), per affrontare l’emergenza Covid. Avevano già operato con coraggio e successo in Africa contro l’Ebola.
È difficile trovare un esempio più chiaro di cosa significhi mettere la vita al centro. Ed è anche per questo che Cuba viene punita.
Dissenso, critica e la guerra permanente contro l’isola
Chi visita Cuba sa che esistono cubani che criticano il governo. Lo fanno apertamente, anche sui social, ai quali — nonostante molte fake news — hanno accesso. Non vivono in una bolla silenziosa.
Allo stesso tempo, contro la dissidenza organizzata che punta al rovesciamento della scelta socialista, Cuba usa effettivamente il pugno duro. Questo non va negato. Ma va contestualizzato: Cuba vive da oltre sessant’anni sotto attacco degli Stati Uniti, che hanno provato a sconfiggere la rivoluzione prima militarmente (Baia dei Porci), poi con terrorismo, tentativi di assassinio di Fidel Castro, e con il sostegno alla guerriglia controrivoluzionaria nella Sierra dell’Escambray, responsabile di numerosi assassinii, in particolare di insegnanti e medici.
È dimostrato che in tutti questi anni gli Stati Uniti hanno finanziato la dissidenza, o almeno una parte significativa di essa. E questo ha influenzato l’atteggiamento del governo cubano, soprattutto verso la dissidenza legata agli USA e in particolare all’area di Miami.
Non significa che tutti i dissidenti siano “manovrati”. Ma significa che Cuba non vive in un laboratorio neutrale: vive in un campo di battaglia politico, dove l’avversario più potente del pianeta investe soldi e strumenti per destabilizzare.
Nei momenti di distensione, non a caso, il governo cubano ha scarcerato prigionieri, tra cui alcuni oppositori: l’ultima volta in risposta all’appello di Papa Francesco per il Giubileo 2025.
E mentre i media occidentali brandiscono Cuba come totem, spesso dimenticano la violazione più grave e documentata dei diritti umani sull’isola: Guantánamo, che gli Stati Uniti continuano a occupare. Amnesty International ha definito quel carcere un “monumento dell’illegalità”, dove da anni prigionieri vengono detenuti senza accuse e senza processo, con uso accertato di torture.
BRICS+: una via di fuga dall’assedio
L’adesione di Cuba ai BRICS è un fatto di grande importanza. Dal 1° gennaio 2025 Cuba è entrata ufficialmente nei BRICS come membro associato (BRICS+), insieme alla Bolivia e ad altri Paesi.
Questa adesione apre opportunità economiche concrete: nuovi canali commerciali, uso di valute locali per ridurre la dipendenza dal dollaro, rapporti internazionali meno ricattabili dagli Stati Uniti.
In questo quadro, la Cina diventa un partner sempre più importante, anche perché le difficoltà di Russia e Venezuela rendono più instabile l’equilibrio precedente. Pechino ha già donato componenti e accessori per generatori d’energia e ha incrementato i rapporti commerciali con l’isola.
Non è “salvezza miracolosa”. Ma è un tentativo di respirare.
La solidarietà dal basso: la “Nuestra América Flotilla”
Di fronte all’assedio USA e alle conseguenze sulla popolazione civile, si è messa in moto la macchina della solidarietà dal basso. Riempiendo il vuoto lasciato dalla comunità internazionale — sorda alle risoluzioni ONU e ai richiami del diritto internazionale — una rete di associazioni e movimenti ha lanciato la “Nuestra América Flotilla”.
Il convoglio di navi umanitarie partirà verso l’Avana con l’obiettivo di portare aiuti e, soprattutto, di denunciare l’embargo statunitense.
Perché è questo il punto: la solidarietà non è beneficenza. È un atto politico. È un rifiuto dell’obbedienza. È la risposta a una guerra economica che colpisce donne incinte, neonati, pazienti oncologici, diabetici, ospedali.
Cuba non è un Paese qualsiasi
C’è un ultimo punto che va detto senza giri di parole. Trump, con il suo stile brutale, sta facendo ciò che l’imperialismo statunitense ha sempre tentato: piegare Cuba. Ma Cuba non è un Paese qualsiasi. È un pezzo di storia che dalla metà del secolo scorso ha segnato generazioni in tutto il mondo — anche tra chi è stato critico su alcune scelte interne — perché la rivoluzione cubana è stata un’esperienza speciale: ha mostrato che la politica può essere anche emancipazione, e non solo gestione dell’esistente.
E se oggi Washington torna a minacciare un “accordo” in cambio di resa, o perfino un’azione piratesca più diretta, dobbiamo capire che non si tratta solo di Cuba. Si tratta del diritto stesso dei popoli a scegliere.
Anche l’Italia ha una responsabilità
Noi italiani abbiamo una colpa specifica in questa vicenda, spesso rimossa: uno degli atti più ignobili contro Cuba porta anche una firma legata alla storia dell’emigrazione italiana.
Nel 1992, nel momento in cui il crollo dell’URSS aveva fatto venir meno gli indispensabili aiuti sovietici all’isola soffocata dall’embargo, il parlamentare statunitense Roberto Torricelli — italiano immigrato — fece approvare quello che venne chiamato, in modo ipocrita, Cuban Democracy Act. Un testo che aggravava le sanzioni e perseguitava anche le aziende non americane che avessero osato commerciare con Cuba.
Il “diritto” usato come arma. La democrazia come copertura. Il blocco come metodo.
Contro l’embargo, per la vita
La crisi cubana è reale. Le difficoltà interne esistono. Le contraddizioni non vanno negate. Ma c’è una verità che precede tutto: nessun Paese può essere giudicato come se fosse libero, quando è strangolato da sessant’anni.
L’embargo non è una politica “contro il governo cubano”. È una guerra economica contro un popolo. È un dispositivo di punizione collettiva che colpisce la salute, l’energia, la nutrizione, i trasporti, la vita.
E se oggi Trump torna a stringere il cappio, con la complicità silenziosa di gran parte dell’Occidente, allora la solidarietà non è un’opzione morale: è una necessità politica.
Perché quando un popolo viene messo in ginocchio con la fame e con il buio, non siamo davanti a “diplomazia”. Siamo davanti a violenza.
E contro la violenza, Cuba non deve restare sola.










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