Cultura di massa e pedagogia del disagio mentale. Intervista ad Alcide Pierantozzi

di Silvia Napoli

Se c’è un tema che sempre di più prende piede anche nel mainstream delle conversazioni da salotto e da bar è quello del disagio mentale. Quello realmente conosciuto, misurato, rilevato, quantificato e quello percepito genericamente come subspecie di fastidio e insofferenza sociale. 

 Altra cosa è preoccuparsi delle pratiche, dei servizi, dei dispositivi che potrebbero favorire viceversa la Salute mentale, sorta di araba fenice di complessa identificazione. Non è neppure facile da rappresentare questa benedetta Salute mentale così come è molto difficile dare spiegazioni convincenti della malattia mentale, sospesa sempre ad un crocevia tra determinazione e conseguente stigma sociale, contesto e ascendenze familiari con implicazioni edipico psicanalitiche, traumi di svariata natura e infine biochimica e neurologia.  

Questo articolo cercherà di aprire un interesse e una conversazione con voi lettori a partire dalle mie ultime esperienze culturali in merito, che constano di una partecipazione a due festival di differente segno, accomunati dal desiderio di attivare curiosità e partecipazione e una lunga intervista ad uno degli autori letterari del momento, quell’Alcide Pierantozzi che ha sfornato come vedremo del tutto inconsapevolmente un best seller come lo Sbilico che sta facendo incetta di premi e candidature di prestigio.  

Ma andiamo con ordine. Ci eravamo lasciati con una intervista presentazione al Festival Short, un festival da comunità erratica e liquida nella sua collocazione geografica, politica stilistica, antropologica, di cui dovrei raccontare tante cose a partire dal fatto che sorprendentemente si tratta di un festival raccolto ed intimo a dispetto del suo girovagare programmatico. un festival di sensibilità diverse e che vede il suo cuore pulsante e il suo quartier generale nell’area dell’ex mattatoio di Roma. Testaccio.  

Di cose belle ne ho viste diverse, ma vorrei concentrarmi qui sul coraggioso lavoro di Chiara Bersani, Michel The Animals I am. Chiara Bersani, premio Ubu per la miglior giovane attrice under 35 nel 2018, con Carolina Cangini rappresenta una leva di artiste diverse e disabilitate alfiere di una proposizione del corpo politico. Bersani interprete ma anche autrice, regista coreografa si muove, si esprime nello spazio ibrido della performance. Una performance particolare, di tipo ascetico, in qualche misura estremamente esigente e dunque interrogante nei confronti delle cosiddette competenze dei normodotati.  

Bersani è affetta da osteogenesi imperfetta, la stessa patologia di cui era portatore il grande pianista jazz Michel Petrucciani, a cui lo spettacolo idealmente si rivolge.  

Descriverlo non è semplice, in scena tre performers, avvolte, raggomitolate in penombra, simili forse a bizzarre specie animali, o semplicemente che si pongono come esseri animati, dotati di anima e facoltà, ma non facilmente descrivibili o ascrivibili secondo canoni stilistici codificati o secondo standards estetico- performanti usuali. Sono performers in tensione, ma sono come sedimentazioni non residuali che si affacciano alla nostra coscienza da una parte remota di noi, ancestrale e sospesa. 

Sembrano quasi possedere esoscheletri e bucce e involucri, evocando vagamente Kafka o una qualche corsia degli Incurabili queste tre soggettività femmine, il cui respiro accompagna come un mantra lo spettatore. Bisogna lasciarsi andare, certamente. Ma non per fruire di un flusso pacificante o quantomeno consolatorio, bensì per entrare dentro codici comunicativi altri, che richiedono abbandono fiduciario ma anche sforzo, fatica, volontà di sapere e saper guardare soprattutto.  

Alla fine lo spettacolo è una sorta di melologo ed il suo livello di sperimentazione formale è talmente alto che può richiamare solo la spericolata audacia degli anni 60. Siamo dalle parti di Meredith Monk, siamo dalle parti di una tradizione di innovazione che aveva al core del proprio fulcro creativo, qualsivoglia conflitto politico del momento avesse una sua urgenza o meglio ancora, aveva nel suo core il conflitto di per sé, come parte costituente di una postura trasversalmente antisistemica. Oggi questa radicalità totalizzante e spiazzante come sempre ha da essere chi mira molto in alto alla ricomposizione, si può inscrivere solo nei codici di una differenza che sta nei margini, nei bordi smangiati, nella non conformità ma che parla un linguaggio liricamente alto e che dunque ha ragion d’essere per tutte noi.  

Le sorprese del mio vagabondare per territori aspri e difficili non finiscono qui. Quando approdo per gli ultimi due giorni di una sorta di settimana centrale nella quarta edizione di Insania Fest, in quel di Cori, felice isola democratica e di classica venusta, fregiandosi di un tempio dedicato ad Ercole di suggestiva bellezza, di un altro tempietto sacro ai Dioscuri, di un pozzo dorico e di mille altre sorprese da borgo antico.  

Ebbene qui una piccola ostinata comunità che ci crede, suffragata dall’amministrazione comunale è riuscita a solidificare nel tempo, una kermesse che si estende nello spazio dei dintorni di Cori, con diverse iniziative in un arco temporale piuttosto lungo che abbraccia anche un po’ di ottobre, il mese dedicato più o meno alla salute mentale dappertutto come da indicazioni OMS.  

La peculiarità di questo festival è di essere assolutamente popolare: nato con modalità dal basso e assolutamente trasversali, sostenuto da un coinvolgimento altrettanto diffuso, volontaristico, in tutto simile a quello di grandi sagre o feste religiose altrove. Una cosa non da poco, anche perché riesce a compiere sia consapevolmente che di risulta diverse operazioni complesse che studiate a tavolino da qualche istituzione forte o da qualche marketing manager non sarebbero riuscite ugualmente convincenti.  

Per esempio riuscire anche a sdrammatizzare una condizione, a portare la gioia della convivialità e dello stare insieme su temi di grande solitudine, sofferenza, allarme sociale, far uscire la provincia e le aree interne dal cono d’ombra in cui un dissennato sviluppismo metropolicentrico taglia servizi essenziali, le ha relegate, riaffermare con forza il valore politico delle lotte sociali per la Salute e il discorso mentale si sa che è una battaglia da combattere su più fronti, valorizzare come bene primario, politico anch’esso e non ornamentale ma consustanziale al Discorso Salute, il discorso sulla Cultura e sulle Arti, che sono uno dei principali metodi in cui questo insolito festival affronta la questione, evitare di avere così troppi specialisti di settore, od opinionisti da mainstream televisivo in giro, ma viceversa creare convergenze, che si spera potranno trasformarsi in reti durature. Alla fine il richiamo non è più localistico, ma nazionale ed è bello infine, andando un po’ per caso per la prima volta ritrovare volti noti di quella che forse è una ormai community che si occupa del tema in maniera attivistica e a suo modo divulgativa.  

Divulgativa certo in modo del tutto diversamente inteso, tanto da creare un’Insania Village, al centro della socialità del paese, nella piazza della movida serale, tanto da far partecipare attivamente alla festa e al discorso, giovani minori non accompagnati, ospitati in una struttura ex ecclesiastica di grande suggestione, tanto d’avere come super ospite quell’Alcide Pierantozzi che con lo Sbilico è riuscito a portare al centro del discorso pubblico un tema certo ostico quanto quello delle forme di disabilitazione che la patologia mentale comporta anche nella valenza squisitamente terapeutica.  

 Ma sentiamo come gli stessi organizzatori presentano l’insolito festival:” Insania Fest, nasce da una telefonata di Peppe. Ho 35 anni, vivo a Cori e soffro di schizofrenia. Negli ultimi anni ho subito un gran numero di Tso, ma durante le mie crisi ho l’impressione che nessuno capisca veramente come mi sento. E per questo motivo mi piacerebbe organizzare qualcosa per far capire meglio cosa significa soffrire di un disturbo mentale. Intorno a quella telefonata è nata una grande amicizia e il coinvolgimento di due associazioni, Collettivo Primo Contatto e Polygonal, nell’organizzazione di questo festival dedicato alle contronarrazioni di salute mentale. Da subito le nostre visioni sono sembrate collimare alla perfezione: la Salute mentale è un problema medico che affonda le sue radici nella condizione sociale di tutti e in quanto tale è anche questione eminentemente politica.” 

Dunque, un approccio non clinico all’argomento, anzi evidentemente pensando come probabilmente in realtà sia che non si possa parlare di una sorta di nicchia o settore a sé stante, ma di una realtà molteplice e capillarmente diffusa nelle nostre vite e ben condizionata da fattori ambientali e di classe.  

Dicevo di aver partecipato insieme all’ospitalità e convivialità diffuse e aver condiviso bellezza dei luoghi e simpatia delle persone incontrate ai due momenti salienti del fine settimana, ovvero la pride e il talk più spettacolo teatrale finale della giornata di domenica. Per quel che riguarda la Pride, si tratta di un’idea davvero che esula dal revivalismo per attingere a significati profondi di democrazia di base, essendo una parata celebrativa non tanto della follia come cosa bella e auspicabile o come categoria estetica e non patologica, come si usava estremizzando pensare negli anni 70, ma in quanto possibile leva di liberazione e riequilibrio sociale delle priorità. Per più di due ore, fino al calar del sole si sono percorse vie e piazzette, scorci iconici della parte alta e antica di Cori, via via facendo baccano, richiamando gente con il megafono d’antan, portando in processione e la santa protettrice dei matti e Marco Cavallo in scala ridotta : sono quelli che chiameremmo qua a Bologna artisti irregolari, provenienti da area triestina e dunque basagliana per eccellenza a portare con orgoglio questa effigie gloriosa in parata, ma non vi è nostalgia canaglia, bensì uno spirito libertario e contagioso e un po’ incantatore come nella fiaba del pifferaio magico a sostenere il tutto. Gli iconici punti sosta non ci fanno conoscere solo la bellezza dei luoghi e il coinvolgimento reale di tutti, bimbi compresi presenti in gran numero e molto partecipi di una situazione tutto sommato prettamente adulta, ma di volta in volta costituiscono markers espressivi di una sorta di cuntu collettivo a più voci, giocato sulla dialettica malattia sociale e cura sociale.  

Carlo Miccio, sensibile, schivo ma prolifico autore e drammaturgo, presente tra i banchi librari del village con numerosi testi, si spende generosamente a livello organizzativo così come in ogni momento della festa insieme allo stesso Peppe sopracitato, agli educatori del centro di accoglienza, a Manuela, Lavinia e tanti altri che sembrano non conoscere stanchezza. Durante la parata si snodano momenti ludici, come il prestigiatore, grande metafora del gioco delle apparenze, il momento lirico di Giacomo Doni, paziente fotografo e cercatore di storie dal mondo archivistico degli ex manicomi, che legge con delicatezza lettere di struggente bellezza, numerosi poeti che ci scaldano il cuore con la loro visione d’arte e dal cuore dei triboli della mente, la forza angolare della denuncia che mi scuote da dentro quando sento raccontare qui, in questo angolo di paradiso, la storia di Fakir che è pur sempre una lacerazione per chi vive a Bologna e sono più che mai colpita dalla capacità di tenere insieme in questa programmazione quei fili invisibili che da ieri all’oggi ci costringono a constatare la necessità di deistituzionalizzare sempre. I processi mutano pelle e si modificano naturalmente sotto la spinta dei mutati mutevoli contesti, le forme di agency e advocacy necessariamente devono muovere da ciò che è acquisito, ma l’orientamento trasformativo sta nel solco e contemporaneamente fuori, dall’epopea basagliana, che non ha bisogno di monumenti e certificazioni Unesco, ma di vita pulsante.  

La festa prosegue fino a tarda notte tra chiacchiere e tanta buona musica, per riprendere inossidabile il giorno seguente con il momento riflessivo e a seguire performativo. Lavinia Bianchi competentissima docente a Roma Tre nei corsi sull’analisi qualitativa e la Grounded Theory e gli insegnamenti di Sociologia e Progettazione Didattica per la formazione in rete, tra le molte altre attività e attivismi che svolge, è un po’ il fulcro di questa giornata moderando un incontro con il sociologo, ricercatore formatore e docente Universitario Luca Negrogno da Bologna appunto, a sancire la volontà di coagulare collaborazioni ad ampio raggio e Andrea Stramaccioni, psicologo, psicoterapeuta e tesoriere IIRIS. In forza all’Ausl di Latina.  

Il pretesto è la riedizione dell’Erba voglio di Elvio Fachinelli, un testo di pedagogia radicale dagli anni 70, redatto ai tempi in modalità collettiva e che insieme ai testi di Don Milani e tanti altri, formò immaginario e pratiche di quanti volevano cambiare coraggiosamente tutto, sin dalle basi dell’insegnamento scolastico universalista e possibilmente quasi subito. Il libro è stato ripubblicato ad opera della collana Sabir di Derive Approdi e Negrogno è stato uno dei fautori di questa riedizione. Lavinia, che scoprirò aver incontrato virtualmente durante un collegamento convegnistico dell’autunno scorso sul welfare culturale e che in realtà ha familiarità bolognese proprio con le aree periferiche su cui mi spendo, conduce con la grazia e la discrezione innate che la contraddistinguono muovendo dal quesito centrale del libro, quel famoso provocatorio interrogarsi se sia meglio un ragazzo morto o un ragazzo assoggettato alle regole e discipline scolastiche. Da sempre evidentemente la verità sta in uno spazio in mezzo, una intercapedine non immediatamente visibile a occhio nudo, ma che dice tanto, a proposito, sul nostro sguardo pornografico cannibalizzante rispetto alle generazioni più giovani.  

Stramaccioni, emozionato e preparatissimo, tiene in pratica una lectio magistralis su quello spazio di ascolto e vicinanza che durante le sedute gli consente di avere plastica contezza della sua posizione da un lato, d’altro canto è consapevole di un privilegio che non fa sconti e rende scottante la sua sedia. Il rischio è quello di un terapeuta chiamato ad un arbitrato e ad una impossibile mediazione tra la vitalità sofferta e fragile dei ragazzi di oggi e i timori e le prevenzioni -pressioni sociali incarnate da adulti impacciati, distratti eppure iperprotettivi. 

Negrogno correttamente mette al centro del discorso il libro perché, al di là di una radicale critica al sistema scuola, il testo in questione, summa del pensiero di una rivista pamphlet legata ad un’epoca che ci pare lontana, ma che segnò un’acquisizione di diritti senza precedenti, mette in guardia dai facili massimalismi. Lo fa mettendo in scena i rischi, i fallimenti di certe esperienze di asili autogestiti nella cintura operaia torinese.  

La sorpresa che spiazza commuove e quasi imbarazza i relatori ed un pubblico folto, attentissimo e attraversato da molte questioni da porre, è l’intervento di un ragazzo giovanissimo ancora minorenne che mettendosi in gioco personalmente in pieno stile autocoscienza dichiara di non aver capito granché di quelli che devono essergli parsi sofismi. Non solo, ma non condivide in buona sostanza l’impostazione di tutta la discussione, ovvero la dicotomia presentata e riproposta riferendocisi tutto il tempo. I due apparenti corni retorici del dilemma non paiono né rappresentativi di una condizione né tantomeno intriganti al nostro giovane contemporaneo. Probabilmente lascia intendere in fine del suo sfogo, come si dovrebbero poter contemplare molti percorsi e modi per star dentro una griglia di integrazione, in maniera da seguire impulsi, vocazioni, sperimentazioni, relazioni e nel contempo non deludere le aspettative e diciamolo, l’investimento degli adulti sotto ogni punto di vista. Il tema della pressione sociale, delle aspirazioni personali e collettive, ormai infatti io credo esuli da discorsi di valori e attitudini e se ha a che fare con la materialità, ha assunto da tempo contorni distopici legati o al vagheggiamento di arricchimenti parassitari e senza etica o al timore di essere lasciati indietro e finire rapidamente drop out senza averlo voluto, come invece poteva accadere per vezzo ribellista qualche decennio fa.  

Probabilmente gioverebbe oggi ripensare due paroline che sono alla base di ogni ragionamento sul come e da quale porta si diventi adulti e si entri in società: merito, competizione. Ma qui il discorso tornerebbe per forza alla formazione e cura che la società riserva ai formatori in generale e a tanti temi che nel concreto rendono la scuola oggi un campo di tensioni tra alternanza scuola lavoro, test a manetta, ingerenze militari. In poche parole, un ambiente che dovrebbe essere safe nel senso dell’accoglimento universalista e dove si dovrebbe imparare a mediare i conflitti diviene una voragine di incomprensioni spesso anche in senso orizzontale all’interno del gruppo classe. Ma per quel che ci riguarda qui, questo afoso pomeriggio festivo di tarda estate è stata una bella arena di confronto vivace come è difficile vederne in altri contesti più paludati e soprattutto metropolitani. Smentendo qualsiasi premonizione buonsensaiola di un possibile cedimento del pubblico dopo la breve pausa ristoro, questo ha partecipato con la consueta intenta passione anche al reading teatrale a due voci, a tema follia del Potere tra storia, narrazione, elegia, scritto composto, interpretato dall’ottima Lavinia e da un noto drammaturgo del luogo che ha saputo mescolare negli stili alto e basso, riferendosi per esempio al Caligola di Camus :sappiamo quanto la vena di pensiero fenomenologico esistenzialista sia cara al discorso deistituzionale e difatti qui viene opportunamente incastonata nella fervente performance.  

Insomma, Insania Fest è in parte un modello replicabile esportabile, di sicuro assolvendo una potente funzione antistigma sociale. In definitiva credo sia un rarissimo esempio di una iniziativa del genere impostata dalla cittadinanza ed anche una dimostrazione plastica di quello che vado verificando da un po’, ovvero che le forme della partecipazione politica sono in grande trasformazione ed è doveroso saper cogliere il punto. Questa festa giunta con la sua seria giocosità sovvertitrice degli schemi ad una sua giovane maturità potrebbe essere grande abbastanza da tentare un confronto più diretto e stringente con gli apparati sociosanitari, che si sa, sono un osso duro. Mi raccomando però senza perdere la levità e soprattutto mai la tenerezza, come avrebbe detto qualcuno che di lotte se ne intendeva. Sperando di istituire in qualche forma una sorta di gemellaggio con questa contestualità, visti i numerosi impliciti agganci già presenti con il nostro territorio, mi appresto ad una sorta di svalico metaforico, sulle sponde adriatiche, per raggiungere Alcide Pierantozzi, ragazzo prodigio della letteratura attuale, finalista in ogni dove.  

Per stare sul pezzo dobbiamo prima ammettere che quest’anno parecchi testi ad argomento psichiatrico divulgativo nell’accezione migliore del termine si sono presentati e venduti molto bene. Ma allo Sbilico è toccato un destino veramente e propriamente pop, in misura del tutto inaspettata e ad oggi è in lizza per il premio Campiello, che verrà assegnato il 4 di Ottobre.  

Grazie anzitutto di avermi concesso un po’ del tuo tempo prezioso. Vedo che hai in questo momento una intensa esposizione mondana e social e immagino non sia facile stare in questa giostra. Con te mi piacerebbe parlare di letteratura visto che immagino sul resto sarai puntigliosamente e massivamente interrogato. Mi piacerebbe iniziare citando Wenders: sai che lui ha sempre sostenuto che la musica rock gli ha salvato la vita…. Mi chiedevo se per te la letteratura sia stata equiparabile.  

Lo so che potrebbe sembrare un ragionamento automatico, ma in realtà non è così. La mia zona di comfort io non la trovo nella scrittura, che per me, se pensi ai miei pregressi scolastici è una cosa rischiosa e faticosissima, bensì nel buio di una sala cinematografica. Da ragazzo disadattato ho sempre cercato sollievo nelle grandi storie cinematografiche. Mi piace molto il genere horror e questo l’ho raccontato. Anche adesso sto per cercarmi un cinema, anche se qua dove sto non è facile trovarne. Tante sale han chiuso e stiamo in provincia. Bisogna fare chilometri. Ma voglio vedere il film di Pallaore, the Echo chamber, appena uscito a Venezia.  

Cosa puoi dirmi di questo mondo letterario dove hai scompigliato le carte e dove ti sei trovato catapultato in una sorta di arena competitiva?  

Guarda, in realtà, il fatto è che non è un mondo estraneo per me. Io ho lavorato per 20 anni nell’editoria a Milano. Ho fatto tanto il consulente editoriale, poi anche l’editor. Mi piace leggere i giovani autori, ma non mi sento bravo a fare scouting sulle cose di successo. Ho gusti troppo di nicchia. In fondo non avrei scommesso neppure su me stesso. Prima di questo avevo scritto altri libri che avevano colpito gli addetti ai lavori, ma venduto pochissimo. Vorrei aprire qui un inciso: la narrativa, per come la conoscevamo, il romanzo mondo sono oggi un po’ impraticabili ed è facile intuire perché. Esistono migliaia di forme della rappresentazione della realtà ed è un po’ come l’avvento della fotografia sulla pittura. Per questo poi va tanto il fantasy. L’unica cosa che si può fare è la ricerca sulle parole. Lo Sbilico ha un linguaggio ricercato, che deriva anche dalla mia ossessione per le parole. Ne sono un autentico collezionista. Ne riempio interi quaderni da anni. Le scompongo, le assaporo, le vivo. Eppoi l’immagine. In verità, intendo dire che ragiono per immagini. Vedo scene nella mia testa. Poi l’altra mia grande passione sono le poesie. La Poesia è il sacro. Io non ritengo di saperne scrivere. Pasolini sta un po’ in cima alla mia lista di preferiti e di grandi esempi. Lo vedo soprattutto come poeta eppoi come regista, ma mi sembra anche un passaggio logico. Dal passato più indietro dire Dostoevskij, tra i più recenti amo molto Foster Wallace.  

Ma tra i tuoi colleghi italiani, cosa puoi dirmi? Poi le polemiche, il meccanismo della gara… 

 Naturalmente quando partecipi a dei premi un minimo di adrenalina ti viene e vincere ti farebbe piacere. Il meccanismo del premio è legato anche a un po’ di soldi in un mondo dove se vai a vedere ne girano pochi. È difficile mantenersi in esclusiva con questo lavoro. I soldi servono, nel mio caso anche per le cure. Però io ho rapporti molto distesi con i colleghi. Moltissimi li conoscevo da prima, altri sono amici. Le polemiche sono create un po’ ad arte per accendere curiosità intorno ai libri. Io mi limito ad un giudizio di scrittura e posso dirti che per me chi ha vinto lo Strega è ampiamente all’altezza del riconoscimento, da lettore. Sugli impegni pubblici, certo si sono moltiplicati, ma io li prendo con filosofia e la regola dei piccoli passi. Se oggi sono a Torino, non aspettatevi di coinvolgermi a Catania il giorno seguente. Ho bisogno di ricaricarmi qua nel mio ubi consistam. Quanto al mio libro, ingloba in sé del suo il senso del limite, se non del fallimento. È un libro che nasce da questa prospettiva. Un libro più che autobiografico, spudorato. In quanto tale credo che sia risultato poroso: questo accento identitario così forte ai limiti del disturbante non è risultato escludente e forse ha costretto molti a riconoscersi o viceversa a sentirsi piacevolmente riconfermati.  

Lo dico sempre: l’effetto paradossale è che spesso quando faccio il firmacopie, sento di essere in una asimmetria di potere e questo magari è normale, solo che spesso gioca a mio sfavore, diversamente da quanto avviene di solito.  

Succede che giovani scrittori ti mandino le loro prove e vogliano un giudizio da te? 

Si, succede ed io leggo volentieri, anche se con i miei tempi. I consigli che mi sento di dare sono quelli canonici, vale a dire di leggere tanto e nutrirsi di buone letture, di superare la frustrazione delle porte chiuse in faccia, di darsi un metodo di lavoro e di rispettarlo. Quanto alle scuole, io stesso ho anche tenuto un corso alla Holden, ma ti posso dire che secondo me servono di più per imparare tecniche specifiche, come fare lo sceneggiatore, l’advertising o altro. Non servono per scrivere l’opera bella, compiuta, convincente e renderti con la semplice frequentazione, lo scrittore.  

A questo proposito, ti piacerebbe magari trarre sceneggiature, copioni dalle cose che scrivi, visto che ragioni per immagini? 

Mah, si diciamo che ho la mia parte visionaria, però il lavoro che dici implica di avere un controllo complessivo di una circolarità, di una relazione tra personaggi, che comporta dialoghi una circolarità di posizioni e proporzioni. Un lavoro meno libero in definitiva che lascio ad altri non mi dispiacerebbe l’idea di un film, potrei certo contribuire, ma non sono geloso del mio lavoro. Intanto si sta parlando di un lavoro teatrale con la regia di Latella dallo Sbilico. Ma lascio anche la drammaturgia alla libera interpretazione altrui. Anche sul mio futuro in generale mi muovo nel giorno per giorno a piccoli passi. So che prima o poi dovrò scrivere un libro nuovo e sarà dopo questa esperienza anche una sfida. Nello stesso tempo so che non potrò mai accantonarlo del tutto perché mi ha consegnato responsabilità inedite rispetto alla collettività. Aspetto comunque che le cose evolvano dentro e fuori di me con tanta ulteriore consapevolezza su me stesso, ma anche sulla condizione altrui.  

Mi congedo dalla generosità di Alcide a fatica perché è difficile staccarsi da una conversazione così umile ed empatica e mi porto a casa la buona notizia che sarà presto a Bologna insieme a Simona Vinci, per restituire il favore della presentazione di lei a suo tempo. È appena uscito Madonna di rabbia di Vinci ed il tandem editoriale e di affinità tra i due dovrebbe proprio funzionare a puntino. Perciò stay tuned! 

22/9/2026 https://www.ilmanifestoinrete.it/

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