Dazi e terre rare: la nuova frontiera dello scontro globale.
Nel grande puzzle delle guerre contemporanee non ci sono soltanto quelle combattute con carri armati e missili. Accanto al conflitto ucraino e alla fragile tregua mediorientale – e oltre alle oltre cinquanta guerre che insanguinano il pianeta – si sta combattendo una battaglia di un’altra natura: una guerra economica e commerciale, nella quale gli Stati Uniti occupano la posizione di primo attore.
Donald Trump, tornato a incarnare la linea dura della politica americana, tende a vedere in ogni Paese del mondo un potenziale rivale. Tuttavia, il vero nodo per Washington resta la Cina, che da tempo sta ridisegnando i nuovi equilibri globali.
Il mondo unipolare nato con la scomparsa dell’Unione Sovietica appartiene ormai al passato: davanti ai nostri occhi si sta consolidando un ordine multipolare, dove più potenze – economiche, politiche e militari – condividono l’arena internazionale. È proprio questa evoluzione che gli Stati Uniti rimproverano a Pechino, rea di voler costruire un mondo in cui l’egemonia americana non sia più incontrastata.
L’ultimo capitolo di questo scontro si è giocato sul terreno strategico delle terre rare, materiali fondamentali per l’industria tecnologica e militare contemporanea. La Cina è stata accusata da Washington – e di conseguenza dalla maggior parte dei media occidentali, italiani inclusi – di aver bloccato le esportazioni di tali risorse, provocando la reazione furiosa di Trump, che ha minacciato di annullare il vertice con Xi Jinping.
Come spesso accade, tuttavia, la realtà è più complessa di quanto raccontato. L’azione cinese non è nata dal nulla: poche settimane prima, gli Stati Uniti avevano imposto pesanti sanzioni contro aziende cinesi, e Pechino aveva annunciato che avrebbe risposto con misure analoghe.
Inoltre, la Cina non ha imposto un vero e proprio blocco: ha semplicemente inasprito i controlli sulle esportazioni, una pratica che gli stessi Stati Uniti hanno usato più volte in passato. Come ha spiegato il Global Times, i Paesi coinvolti erano già stati informati tramite canali bilaterali, e la restrizione riguarda solo i prodotti destinati a usi militari. Le esportazioni per fini civili, invece, non sono state toccate.
In sostanza, la Cina ha vietato la vendita di terre rare a scopi militari, una decisione che non può che irritare un Paese che ha già svuotato parte dei propri arsenali in una guerra – quella in Ucraina – sempre più fallimentare.
Trump, come i suoi predecessori, dichiara di voler ricostruire l’industria manifatturiera americana, convinto – come osservò il generale Qiao Liang – che la capacità industriale sia la spina dorsale di ogni potenza militare. Ma tra desiderio e realtà c’è un abisso: il modello economico statunitense, costruito in decenni sull’asse finanza-servizi, non può essere riconvertito in pochi mesi.
A complicare le cose è anche la scelta degli strumenti. I dazi e il protezionismo economico – che non nascono certo con Trump – servono a difendere produzioni già esistenti, non a (ri)crearne di nuove. Come ha osservato Giuliano Noci su Il Sole 24 Ore: ‘Scott Bessent ieri ha dichiarato: “Se la Cina non ritira il controllo sulle terre rare, ci disaccoppieremo dal Dragone”. Con quale energia? Il 92% delle terre rare raffinate arriva da Pechino. Auto, elettrodomestici, computer, armi: tutto dipende da quelle risorse. Per almeno cinque anni, l’economia mondiale va in crash senza la Cina’.
Il cosiddetto decoupling tra Stati Uniti e Cina, dunque, è più una minaccia retorica che una possibilità concreta. Sarebbero proprio gli Stati Uniti, i primi a pagarne le conseguenze: come dire: “tempesta sulla Manica: il continente è isolato”.
Sul Quotidiano del Popolo si legge un monito significativo: “I fatti hanno ripetutamente dimostrato che il dialogo paritario è il modo migliore per risolvere i problemi ed eliminare la conflittualità.”
Il progresso umano nasce dal dialogo, dal confronto e dalla cooperazione. Ciò implica che gli Stati Uniti dovranno accettare la nascita di un sistema multipolare, nel quale non saranno più “l’unico impero”, ma uno degli attori di un sistema più equilibrato.
Trump stesso sa che la Cina dispone di un ampio margine strategico per rispondere all’aggressività americana; forse, come sostengono alcuni analisti, la sua tattica segue la logica del TACO – Trump Always Backs Down, “Trump indietreggia sempre” – alzare la tensione per poi cercare un accordo più vantaggioso. Le ultime mosse di Washington sembrano effettivamente indicare che la volontà di mantenere aperto il dialogo resta intatta.
In questo scenario, l’Europa e l’Italia avrebbero molto da guadagnare dalla costruzione di un mondo multipolare e dalla fine del cosiddetto ‘privilegio esorbitante’ del dollaro come moneta di riserva globale. Eppure, le recenti scelte politiche dimostrano il contrario: dal caso Pirelli e dalla rinuncia al Memorandum sulla Nuova Via della Seta – per quanto riguarda il governo italiano – fino alla decisione dell’esecutivo olandese di sospendere il CEO cinese di Nexperia, l’Europa continua a comportarsi come una vera e propria colonia politica ed economica degli Stati Uniti.
La nostra classe dirigente – autoreferenziale e priva di visione – sembra non comprendere che il mondo è cambiato. Se l’unica risposta ai nuovi equilibri globali continuerà a essere l’uso delle armi o la politica della forza, le conseguenze per i popoli europei saranno disastrose. La storia insegna che chi non sa leggere i mutamenti del proprio tempo è destinato a subirli.
Marco Pondrelli
19/10/2025 https://www.marx21.it/










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