Diritti e salute sul lavoro dai referendum Cgil. Diritto alla cittadinanza


Il nostro è un Paese la cui storia è stata modellata da una lunga serie di dominazioni straniere e da “parentesi interne” apparentemente passeggere – dal famigerato “ventennio”, agli anni in cui nessuno era disposto a dichiararsi “democristiano” ma (chissà come e perché) la D.C. rappresentava l’unico “passa-partout” disponibile, passando attraverso il “vivace” berlusconismo e fino all’attuale compagine di destra/destra – in un contesto democratico che, troppo spesso, ha mostrato gravi sintomi di fragilità. Al punto di compromettere la stabilità e, soprattutto, la credibilità delle stesse Istituzioni repubblicane.
Gli ultimi quarant’anni, in particolare, sono stati caratterizzati da forme di egemonia politica interna rappresentate da nuove figure che hanno pesantemente tentato – talvolta riuscendoci – di ridefinire modelli istituzionali diversi da quelli costituzionalmente previsti e garantiti.
Abbiamo così affrontato la forte personalizzazione del potere politico, l’esasperazione della comunicazione mediatica e l’esaltazione dell’individualismo attraverso la visione neo/liberista – tesa a ridimensionare drasticamente le tutele sociali ed il ruolo del sindacato – di un Silvio Berlusconi pesantemente condizionato da evidenti conflitti d’interesse, dall’esigenza di disporre di leggi ad personam e dall’insanabile conflitto con la Magistratura.
Così, come oggi, siamo costretti ad affrontare la destra/destra al potere che non smette mai di “digrignare i denti” e mostrare tendenze autoritarie.
Lo dimostrano i numerosi e reiterati attacchi ai c.d. “diritti civili”, alle Ong umanitarie, alle “diversità” e l’idea di una gestione della sicurezza impostata prevalentemente sulla repressione delle proteste ed una moltiplicazione dei reati.
E’ questo quindi il contesto nel quale, al tentativo di un forte accentramento del potere esecutivo, si accompagnano una fase di criminalizzazione della solidarietà e l’idea di realizzare strategie tendenti a ridurre lo spazio civico ed istituzionale!
Le immediate conseguenze sono evidenti.
Una tra tutte è rappresentata dall’assordante ed inquietante “silenzio istituzionale” – quasi come se si trattasse di un argomento scomodo e da non affrontare – che accompagna quello che, invece, dovrebbe essere caratterizzato da un intenso dibattito pubblico (attraverso campagne informative che consentissero ai cittadini di comprendere la posta in gioco e formarsi un’opinione consapevole): l’imminente appuntamento referendario dell’8 e 9 giugno.
Si tratta di 5 quesiti referendari, di carattere “abrogativo”. Di questi, quattro riguardano temi del lavoro quali:1) il reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati nelle aziende con più di 15 dipendenti (abolizione del “Contratto a tutele crescenti”), 2) il superamento dell’attuale “tetto” al risarcimento per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle aziende con meno di 16 dipendenti, 3) il ripristino della “causale” per i contratti a termine anche di breve durata e 4) il ripristino della “responsabilità solidale” tra committente, appaltatore e subappaltatore per gli infortuni sul lavoro. Il quinto referendum mira ripristinare la vecchia norma – antecedente il 1992 – secondo la quale gli stranieri extracomunitari possono richiedere la cittadinanza italiana dopo 5 anni di residenza legale nel nostro Paese (per i cittadini di un altro Stato membro dell’U.E. sono già sufficienti 4 anni di residenza legale in Italia e, francamente, considero immotivata, inspiegabile e discriminatoria la differenza di trattamento).
Nello specifico, già altri – molto meglio di quanto potrei fare io in questa sede – hanno ampiamente svolto approfondite riflessioni e sviluppate ampie considerazioni “di merito” rispetto ai cinque quesiti. A me preme, in particolare, rilevare alcuni aspetti di carattere “procedurale”.
In questo senso, appare assolutamente inconcepibile – e un’aggravante rispetto a ciò che, genericamente, definivo “silenzio istituzionale” – l’atteggiamento di alcune figure, tra cui alcuni ministri e il Presidente del Senato, che piuttosto che farsi garanti della libertà di scelta di ciascuno dei nostri connazionali e del diritto di voto, si spingono fino all’incredibile punto di sconsigliarne l’esercizio, invitando i cittadini ad ignorare l’appuntamento referendario e a scegliere una bella giornata al mare piuttosto che le urne!
Si tratta di un messaggio che non solo è discutibile dal punto di vista istituzionale, ma contribuisce a minare e svilire ogni principio di partecipazione democratica: una grave offesa alla democrazia.
Eppure, a leggere le cronache di questi giorni, appare incredibile ma, purtroppo, possibile che nessuno – tra i tanti “pennivendoli” (evidentemente) troppo impegnati a contare e ricontare le vittime di Hamas dal dimenticare di adeguatamente informare l’opinione pubblica circa le decine di migliaia di vittime palestinesi (in massima parte donne e bambini) del genocidio in atto ad opera di Israele – si sia accorto della gravità di certi atteggiamenti.
Si tratta, in sostanza, di ricorrere al silenzio quale ulteriore strumento politico.
La strategia del silenzio, il palese tentativo di evitare il confronto e stroncare il dibattito, rappresentano una tattica che tende a ridurre la partecipazione e, direi, ad anestetizzare l’opinione pubblica, per neutralizzarne il peso e gli effetti non graditi alle classi dirigenti e politiche.
Una vera e propria distorsione del processo democratico, perchè la democrazia non può che nutrirsi di opinioni diverse e di scelte libere e consapevoli.
Invece, quando chi detiene la seconda carica dello Stato rivolge reiterati ed insistenti inviti pubblici alla non partecipazione al voto referendario, invia un messaggio devastante alla cultura civica; soprattutto a quella delle generazioni più giovani.
“La politica non riguarda i cittadini, il voto non è importante ed il cambiamento è inutile”!
Se a esprimere un invito del genere fosse stato un comune cittadino, avrebbe rappresentato una contestabile ma legittima opinione personale. Quando è un Presidente del Senato a suggerire di non votare, diventa tutt’altra cosa: è un messaggio che svilisce il senso della partecipazione e legittima un inaccettabile atteggiamento di disinteresse rispetto alle scelte collettive.
In conclusione: La Russa – e, con lui, tanti suoi degni compari – non ha rinunciato all’ultima occasione (solo in ordine di tempo) per confermare tutto il male che è legittimo pensare sul suo conto.
A tutti coloro che, invece, non intendono avallare il mortificante silenzio della classe dirigente e di quella politica tocca il gravoso compito di evitare l’ignavia e l’indifferenza rispetto ad un diritto/dovere teso ad evitare l’erosione della democrazia: perché la storia del mondo insegna che nulla è mai garantito per sempre e la libertà va difesa ogni giorno attraverso la libera informazione, l’impegno civile e, soprattutto, il voto.
“SI” o “NO”, dunque, ma mai scegliere il silenzio!
Renato Fioretti
Esperto Diritti sul lavoro. Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute
13/5/2025










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