DIRITTO AL DISSENSO E DIRITTI UMANI
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Di recente mi è capitato di seguire due eventi che mi hanno fatto riflettere molto sulla attuale situazione storica. Un webinar tenuto da Alessandra Algostino sull’idea di giustizia e diritto collegati alla legittimità e necessità del dissenso e della disobbedienza civile in un sistema democratico e una conferenza tenuta a Chieri da del Centro Studi Sereno Regis. Zaira è impegnata presso l’ONU come attivista per il Movimento Nonviolento in casi di advocacy per gli obiettori di coscienza. La conferenza riguardava il tema dell’ONU e delle sue effettive possibilità di intervento nell’ambito del Diritto internazionale.
Io sono nata negli anni del dopoguerra e mi sono trovata a vivere negli anni della Ricostruzione, poi del cosiddetto “miracolo economico”, e, dal ’68 in poi, negli anni della contestazione sociale di operai e studenti e del Movimento femminista.
La contestazione era osteggiata, naturalmente, ma nessuno ne metteva in discussione la legittimità. Per quanto riguarda la situazione internazionale, si era oltremodo sicuri che, almeno in Europa, ci fossero sufficienti anticorpi che tenessero a bada lo scoppio di una possibile guerra in territorio europeo.
E’ vero, c’era la guerra fredda, ma proprio perché congelata nella ideologia e nella propaganda, ci faceva stare abbastanza tranquilli, nonostante “l’incidente” di Cuba e le guerre guerreggiate nelle altre parti del mondo.
Ci sentivamo abbastanza protetti dietro lo scudo del Diritto internazionale: in effetti l’ONU era nata proprio per prevenire i conflitti ed evitare le guerre.
Inoltre, eravamo appena usciti dagli orrori della Shoà che aveva contagiato tutta l’Europa con la persecuzione degli Ebrei e di altri gruppi sociali e politici presi di mira dalla barbarie nazifascista. E da allora, in tutte le scuole, in tutti i programmi educativi era d’obbligo trattare quell’argomento come culmine del male cui si era potuti giungere, per eliminarlo persino dal dicibile. “Mai più!”. Si era persino istituita la Giornata della Memoria, per tramandarne l’impegno alle nuove generazioni.
Oggi assistiamo a qualcosa di spaventoso che ci fa retrocedere di molto nella storia della civiltà. Un genocidio in diretta, che dura ormai da anni. Perpetrato da discendenti di coloro che, a loro volta, avevano subito l’orrore dei pogrom e dei campi di concentramento – sterminio.
A scanso di equivoci, tendo a sottolineare che non si vuole certo attribuire agli Ebrei in quanto tali la responsabilità dello sterminio a danno dei Palestinesi, e neppure agli Israeliani in quanto tali, ma sicuramente al governo e all’esercito israeliano e ai loro alleati. Ma
qui esplode la domanda: e l’ONU? Dov’è l’ONU e il suo impegno a prevenire i conflitti armati, a evitare persecuzioni e stermini? E non era questo il suo impegno, la ragione per cui era nata? E dov’è il rispetto del Diritto internazionale? E la tutela effettiva dei Diritti umani?
Le ragioni sono emerse chiare durante la discussione, caso mai qualcuno avesse ancora dei dubbi. La Zafarana ha parlato addirittura di “bullismo Internazionale”. E’ che le varie Organizzazioni collaterali all’ONU sono ostaggio dei veti delle Grandi Potenze che di fatto ne limitano l’applicazione delle risoluzioni. E le grandi potenze sono quelle che detengono i grandi capitali e le tecnologie più avanzate, soprattutto negli armamenti. Inoltre, il “multilateralismo” auspicato dall’ONU in realtà è ancora un unilateralismo predatorio e feroce da parte della superpotenza americana di cui Europa occidentale e Stato di Israele sono succursali telecomandate.
Zafarana sottolineava che anche i famosi G7 e simili altro non sono che circoli d’élite, in cui vengono presi accordi antidemocratici solo dai pochi eletti. Le altre nazioni vengono escluse. Solo nell’Assemblea delle Nazioni Unite uno vale uno.
E quando sulle questioni importanti non si raggiunge l’unanimità e diversi Stati si astengono o addirittura votano contro provvedimenti di giustizia effettiva? O di condanna dei crimini di guerra? Netanyahu, ad esempio, si è reso colpevole di un crimine gravissimo: usare la fame come arma di guerra! Ma non tutti i governi degli Stati hanno riconosciuto questo crimine come tale, tra cui il governo italiano.
E allora? E allora, secondo Zafarana, chi fa la differenza è la società civile. Certo, le mobilitazioni della società civile a favore di Gaza e dei civili palestinesi sono state moltissime e molto diffuse. Sicuramente hanno prodotto una coscienza collettiva di opposizione ai crimini del governo israeliano. Purtroppo però questo non ha impedito i massacri, anche a danno dei bambini, e le morti per fame nella popolazione civile. Sta di fatto che ancora oggi lo sterminio perpetrato dai sionisti israeliani dimostra tutta la tragica impotenza del diritto internazionale e la sua posizione purtroppo subordinata a quella dei Poteri Forti (che detengono soldi e armi) e di chi li sostiene (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale).
A livello delle singole nazioni, certo che vale il principio ricordato dall’ Algostino: il dissenso, esplicitato anche come protesta e come “disobbedienza civile” deve avere il suo spazio di riconoscimento effettivo. Spesso, la disobbedienza civile come violazione di una legge invoca un altro principio giuridico più legittimo sul piano della giustizia. La libertà deve diventare liberazione effettiva: anzitutto dal bisogno, poi dall’oppressione e dalla repressione. Il principio Persona deve essere un principio universalistico: è la Persona in sé ad essere portatrice di diritto e i diritti umani hanno come soggetti di riferimento ogni singola persona! Ma anche sotto questo aspetto in diversi Stati oggi le cose vanno diversamente. Non esclusa l’Italia dove, per effetto dei Decreti Sicurezza, si cerca non solo di limitare o di vietare il dissenso, ma addirittura di criminalizzarlo. Praticamente si sbandiera il diritto alla sicurezza contro la sicurezza dei diritti!
E un’altra riflessione sollecitata dal discorso dell’Algostino. Spesso si usano parole come se fossero sinonimi con significato equivalente. Ad esempio, le parole “conflitto”, “lotta”, “guerra”. Ma queste tre parole hanno valore semantico molto diverso! Ci può essere conflitto senza che ci sia lotta, anche se la lotta presuppone un conflitto. Ma la lotta non è necessariamente guerra. La lotta potrebbe essere nonviolenta anche se con un alto grado di disobbedienza civile. La resistenza passiva nonviolenta è lotta, come quella nelle carceri o nei CPR. Per l’affermazione di diritti umani, anche dei detenuti e dei migranti, considerati in primo luogo come Persone portatrici di diritti! Pertanto, in un sistema che si definisce “democratico” il dissenso con lotta per la conquista di diritti umani è ampiamente legittimato!
Per la guerra il discorso è diverso. La guerra parte da una idea di “nemico” che è disumanizzante e che deve essere diffusa, introiettata dalla coscienza collettiva in modo tale che l’unica soluzione diventi l’intervento armato. Nella guerra viene automaticamente abolito il primo dei diritti umani, che è il diritto alla vita. La licenza di uccidere diventa legge e obbligo per i militari.
Inoltre, se l’idea del “nemico” viene costruita e diffusa come una operazione manipolatrice del potere, essa deve passare al di sotto della soglia della ragionevolezza e diventare operazione di aprioristico rifiuto di tutto quanto appartiene al nemico, come fosse qualcosa di assolutamente privo di valore, se non demoniaco in sé. E’ quanto sta avvenendo nei confronti di ciò che appartiene alla cultura russa – letteratura, arte, musica – assolutamente boicottato e rifiutato dal nostro potere politico in nome di una assurda quanto irrazionale “russofobia”. L’opposizione ad essa viene etichettata come “filoputinismo” così come l’opposizione ai crimini di Netanyahu viene sbrigativamente liquidata come “antisemitismo”.
Anche in questo l’opposizione della società civile ha fatto la differenza: le piazze si sono riempite a favore dei Palestinesi e l’evento di Angelo D’Orsi sulla russofobia – estromesso dai “canali ufficiali” – ha avuto attraverso canali alternativi un seguito molto superiore a qualsiasi aspettativa. Anche perché – detto chiaramente – la cultura è sempre “patrimonio dell’umanità”. In Russia non si sognerebbero mai – dall’esperienza che ne ho io – di “mettere al bando” una possibile recitazione nella loro lingua della Divina Commedia perché, per i Russi, Dante è un genio intoccabile.
Ma c’è di più. La connotazione di “nemico” non dipende solo dalla provenienza etnica, ma anche – e forse soprattutto – dall’estrazione sociale. L’idea del “nemico” così si allarga a inglobare i “socialmente pericolosi” perché semplicemente più poveri, come i migranti.
E allora? E allora, se la libertà deve essere anzitutto “liberazione dal bisogno” – e deve garantire a ogni essere umano dignitose condizioni di vita – ciò non può avvenire senza una adeguata redistribuzione della ricchezza in modo tale che ciascuno abbia ciò di cui ha bisogno in quanto “essere umano”, che poi sarebbe ciò a cui ciascuno ha diritto: la vita, la salute, il cibo, l’abitazione, l’istruzione, un’occupazione adeguata alle sue possibilità e alle sue capacità.
Questo è quanto è scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E poiché “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà alla sicurezza della propria persona” (art. 3) è la guerra che deve essere messa al bando dal vivere civile. Come? Riconoscendo non solo per ogni cittadino, ma per ogni popolo il diritto all’obiezione di coscienza contro la guerra. Diritto riconosciuto e tutelato dall’ONU.
Zaira Zafarana sosteneva che, nonostante le inadempienze sul piano del diritto internazionale, gli strumenti per agire ci sono. Se questi strumenti vengono resi inefficaci, semplicemente ritorniamo a uno stadio di civiltà pregiuridica. Cioè, torniamo alla “legge del più forte”. Del più potente, del più ricco, del più armato. E allora davvero non avrà più senso parlare di diritti umani e di diritto internazionale!
Rita Clemente
Scrittrice – Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
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