Donald Trump, la confusione come forma di guerra cognitiva

di Fernando Buen Abad

Seminando “confusione” a tutti i costi, con inganni a pezzi, con bombe sonore, con mimetizzazioni di ogni tipo. Da una prospettiva semiotico-critica, “la dittatura della confusione” è un problema storico centrale che non risiede esclusivamente in una figura politica data, ma Trump rappresenta una delle operazioni ideologiche più ampie nella produzione capitalista del significato. Il pericolo decisivo risiede in certe forme di “confusione indotta” articolate con interessi materiali specifici e in come tale articolazione influenzi la capacità delle maggioranze di interpretare la propria situazione storicaDonald Trump incarna una modalità borghese ostinata nell’esercizio del potere ideologico, la cui caratteristica distintiva non risiede solo nella diffusione di informazioni false, esagerazioni o provocazioni mediatiche, ma nella produzione sistematica di un ambiente cognitivo instabile dove la capacità sociale di distinguere gerarchie di rilevanza, relazioni causali e responsabilità storiche è sottoposta a una pressione permanente. La confusione assume quindi una funzione strategica.

Non è un effetto collaterale della comunicazione politica, né una conseguenza accidentale dell’improvvisazione discorsiva. Opera come un piano di intervento sulla percezione collettiva, volto a modificare i processi attraverso i quali ampi settori sociali elaborano interpretazioni sulla realtà, sui suoi conflitti e sui suoi protagonisti. In un tale contesto, la confusione sconvolge l’argomentazione, la sua reiterazione sostituisce la riflessione e lo scandalo sostituisce la deliberazione pubblica. L’efficacia di questo meccanismo dipende da specifiche condizioni del materiale. Non nasce una guerra cognitiva spontanea.

Richiede un’infrastruttura di guerra composta da corporazioni tecnologiche, conglomerati mediatici, società di consulenza dati, piattaforme digitali e architetture algoritmiche complesse in grado di gestire la circolazione degli stimoli su scala planetaria. La coscienza sociale diventa quindi un territorio di discussione. Ogni evento viene frammentato, riconfezionato e ridistribuito secondo criteri che privilegiano l’emotività istantanea rispetto alla comprensione strutturale. Il risultato è una confusione indotta con l’esperienza storica, facendo apparire i fenomeni scollegati dalle relazioni economiche e politiche che li producono.

Trump ha capito che la “confusione indotta” è una forza distruttiva decisiva. Il suo intervento pubblico si basava su un’economia di shock permanente. Ogni affermazione estrema, ogni scontro spettacolare e ogni brusco cambiamento nell’agenda contribuirono a instaurare una dinamica di incertezza continua. La discussione pubblica ha cessato di essere organizzata attorno a programmi, progetti o diagnosi verificabili per ruotare attorno a reazioni emotive immediate. La controversia cessò di essere un mezzo per esaminare le contraddizioni sociali e divenne uno scopo autonomo.

In questo modo, la pace e il futuro dell’umanità furono oscurati da una successione inesauribile di controversie volte a catturare l’energia affettiva e a indirizzarla verso scenari secondari. La “confusione strategica” ha anche una dimensione temporale. Frammentando la memoria storica, rende difficile costruire sequenze espressive in grado di collegare fenomeni apparentemente dispersi. Le crisi finanziarie sembrano essere staccate dai processi di concentrazione monopolistica; l’insicurezza lavorativa è la conseguenza inevitabile di innovazioni tecnologiche neutrali; le guerre si riducono a scontri culturali o identitari non legati agli interessi geopolitici ed economici.

In tali condizioni, l’esperienza collettiva perde profondità storica e rimane intrappolata in una successione di presenti effimeri, dove ogni evento annulla il precedente prima di poter essere compreso. L’operazione raggiunge un’intensità maggiore quando trasforma i disordini sociali in carburante per progetti politici funzionali per la riproduzione delle disuguaglianze. Milioni di persone stanno vivendo in modo concreto il deterioramento delle loro condizioni di vita, l’insicurezza economica, l’indebitamento, la fragilità del lavoro e l’erosione dei diritti conquistati nel corso di decenni. Tuttavia, l’energia critica derivata da quelle esperienze viene deviata verso obiettivi accuratamente selezionati. Nel frattempo, i produttori di confusione continuano ad arricchirsi.

Migranti, minoranze, istituzioni pubbliche, organizzazioni internazionali o avversari culturali diventano bersagli preferenziali di una narrazione che evita di esaminare le strutture responsabili dell’accumulo straordinario di ricchezza nelle mani di un’élite sempre più concentrata. La guerra cognitiva trova qui una delle sue contraddizioni più rivelatrici. Pur proclamando la pace, contribuisce a oscurare le relazioni sociali che determinano la reale distribuzione del potere. Pur invocando la pace, rafforza i meccanismi di sorveglianza, data mining e manipolazione comportamentale senza precedenti storici. Pur essendo nella pace, preserva l’influenza concreta di gruppi finanziari, tecnologici e aziendali la cui capacità di intervenire supera di gran lunga quella di molti stati.

Tale confusione mira proprio a prevenire questa transizione. Il suo obiettivo più profondo è indebolire i legami tra l’esperienza immediata e la comprensione storica. Disperdendo l’attenzione, frammentando la memoria e moltiplicando stimoli contraddittori, ostacola la formazione di interpretazioni collettive capaci di identificare interessi comuni e reali antagonismi. La battaglia per la verità cessa quindi di essere una questione accademica o morale e diventa una necessità politica di prim’ordine. Non si tratta di difendere un’astrazione epistemologica isolata dalla vita sociale; Si tratta di preservare le condizioni intellettuali che permettono alle persone di comprendere il mondo che producono con il loro lavoro e di riconoscere le forze che condizionano la loro esistenza.

In questo scenario, il compito fondamentale è ricostruire le capacità collettive di analisi, memoria e organizzazione culturale. Di fronte alla dispersione programmata, pensiero critico. Di fronte all’accelerazione compulsiva, ricerca rigorosa. Di fronte alla produzione industriale dell’incertezza, la conoscenza storicamente situata. Dove la confusione cerca di naturalizzare la disuguaglianza e disorientare l’esperienza popolare, la conoscenza critica riacquista il suo ruolo di forza materiale capace di trasformare la realtà e ampliare l’orizzonte storico della libertà collettiva.

La battaglia per la verità cessa quindi di essere una questione accademica o morale e diventa una necessità politica di prim’ordine.

4/7/2026 https://www.telesurtv.net/

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