Dopo i missili di Leonardo SpA sui bambini di Gaza si aprono le porte delle carceri per gli attivisti Pro Pal

Hannoun, Hamas e le doppie morali della politica. La storia che si ripete

Il 1977 non è una data sbiadita negli archivi della storia giudiziaria e dei movimenti: è un monito vivente. Allora, il teorema del giudice Pietro Calogero pretese di saldare, con una penna inquisitoria, Autonomia Operaia alle Brigate Rosse. Un’operazione che travolse intellettuali, operai, militanti, e tra gli arrestati, insieme al professor Toni Negri, e a Franco Piperno con cui ho poi condiviso una vita di lotte per la giustizia sociale e le libertà civili, c’ero anch’io, Luciano Vasapollo. In quelle celle non c’erano “capi occulti del terrorismo”, ma compagni fraterni, amici cresciuti condividendo il pane delle nostre case, l’affetto delle nostre madri, la trama irripetibile delle famiglie e delle vite. Accuse infami, costruzioni ideologiche, destinate a dissolversi nel nulla: ma non prima di avere prodotto ferite, esili, fughe, demonizzazioni, stigma. Il 7 aprile 1979 – culmine di quell’impianto accusatorio – finì per sgretolarsi, lasciando un processo privo della sua tesi fondativa. Nulla fu dimostrato, nulla confermato, tutto politicamente orientato.

Oggi la storia si ripete, ma con nuovi nomi, nuove piazze, nuovi bersagli. Non più Autonomia Operaia, ma il movimento di solidarietà al popolo palestinese. Una solidarietà che osa chiamare crimine il colonialismo, genocidio la guerra ai civili, occupazione l’apartheid. E allora, come nel 77, si cerca il colpevole prima della prova, l’associazione ideologica prima del fatto, il “teorema politico” prima dell’indagine. La differenza è che questa volta non stiamo parlando di qualche migliaio di militanti: stiamo parlando di milioni di persone scese in piazza, a volto scoperto, in nome di un diritto internazionale che non è un’opzione ma un vincolo, in nome di una decolonizzazione che non è una minaccia ma una promessa. Criminalizzare i solidali oggi significa imboccare la stessa china: costruire incompatibili per trasformarli in potenziali terroristi, “nemici interni”, soggetti da sorvegliare, intimidire, reprimere. Mentre si consente a Leonardo spa, azienda dello Stato, di cedere ordigni micidiali a Israele, Ucraina e alla coalizione anglo-araba-americana che da un decennio massacra lo Yemen, colpevole di volere la propria sovranità sottraendosi al potere feudale.

La retorica securitaria che oggi avanza in Italia pretende di disegnare un recinto di compatibilità, dove la solidarietà è tollerata solo se è decorativa, mai se è trasformativa, mai se denuncia l’imperialismo. È la stessa logica che a Torino colpì Askatasuna, che nel Paese colpisce i centri sociali, che ora punta il dito contro chiunque non si limiti a una solidarietà da cartolina. Se si va avanti così, il carcere non sarà più un luogo d’eccezione: diventerà il dormitorio della solidarietà criminalizzata. E allora mi ritroverò di nuovo in cella, non più solo con i miei compagni del sindacato o dell’università, ma con chi, da decenni, pratica solidarietà vera: Salvatore Izzo, il cardinale Zuppi, il Papa, l’Unicef, la Caritas, Sant’Egidio. Paradossi? No. Conseguenze. Perché, in questo clima, chi aiuta i popoli oppressi viene trattato come un sospetto, chi si oppone alla colonizzazione come una minaccia, chi sogna l’orizzonte della liberazione come un pericolo.

Il teorema Hannoun e la paura del dissenso incompatibile

C’è un richiamo simbolico potente, che negli anni ha incarnato il destino dei popoli criminalizzati dal potere: la frase attribuita a Cavallo Pazzo, il capo Sioux, quando disse che l’obiettivo dei teoremi repressivi non è soltanto colpire, ma isolare, separare, cancellare l’identità di chi resiste. Perché un teorema non si limita a etichettare qualcuno come “colpevole”: costruisce attorno all’accusato un deserto, un isolamento politico, ideologico e perfino sociale, affinché il criminalizzato appaia esattamente come il potere lo vuole, non per ciò che è.

Negli anni Settanta, l’obiettivo strategico fu sradicare la possibilità che esistesse un movimento di rottura a sinistra del Pci. Non un movimento eversivo – l’eversione reale fu sempre quella del terrorismo di Stato e del terrorismo fascista – ma un movimento con forme sovversive, sì: e io rivendico il senso più alto della parola “sovversivo”, che significa rivoluzionario, radicale, volto al cambiamento profondo dei rapporti sociali e produttivi.

Il cosiddetto “Teorema 7 aprile” non mi è mai piaciuto come definizione, perché non colpì soltanto l’Autonomia: colpì l’idea stessa che potessero esistere soggetti, compagni, collettivi, organizzazioni non allineati al revisionismo e al tradimento della sinistra istituzionale. Non erano, come diceva il Pci berlingueriano, “fascisti mascherati di rosso”, ma espressione di una spinta rivoluzionaria che il sistema non poteva tollerare.

Non fu un caso che la magistratura più pesantemente impegnata in quella repressione fosse una magistratura vicina al Pci, incarnata da figure come Calogero e dai pubblici ministeri che agirono come braccio operativo di una strategia che nasceva altrove: nel potere politico, negli apparati di sicurezza, nella polizia, nei servizi segreti, e poi trovava forma nelle procure, nei tribunali inquisitori, nelle carceri, nelle *istituzioni totali* della repressione.

Oggi vedo lo stesso schema riproporsi nel caso di Mohammad Hannoun e degli attivisti palestinesi arrestati. È il *teorema del dominio imperiale*, che usa ogni strumento disponibile per neutralizzare il dissenso incompatibile, quello che non accetta i “paletti” imposti dalle compatibilità sioniste e imperiali dei poteri costituiti, dell’Unione Europea, della Nato, dei governi subalterni. Se il dissenso resta verbale, simbolico, innocuo, se non mette in discussione l’architettura del potere, allora viene tollerato, persino esaltato dai media. Lo abbiamo visto: alla prima manifestazione promossa da Usb, Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, alcuni commentatori televisivi – perfino Mentana – ne riconobbero l’importanza, quasi con un’apertura calcolata per riportare quelle forze dentro il recinto del sistema. Ma quando quelle stesse realtà hanno dichiarato senza ambiguità l’appoggio all’autodeterminazione dei popoli, alla resistenza concreta, alla causa palestinese non sterilizzata, allora il tono è cambiato: da “bravi” a “pericolosi”, da “movimento sociale” a “possibili fiancheggiatori del terrorismo”.

Perché? Perché il teorema scatta quando si teme che fuori dalla sinistra istituzionale, anche quella più “radicale” ma interna al Campo Largo, possa ricostruirsi un fronte non omologato. Un fronte che non si limiti a cene di solidarietà, ma che dica parole chiare: che il Venezuela di Maduro non è una dittatura, ma una democrazia partecipativa; che i Cdr cubani non sono cellule autoritarie, ma forme di democrazia popolare; che l’Alba di Cuba, Venezuela e Nicaragua, così come il Vietnam o la Cina, rappresentano ancora oggi ipotesi di sovranità e socialismo fuori dall’ordine sistemico occidentale; che il socialismo comunitario di base non è un residuo folkloristico, ma un modello politico reale; e che la resistenza palestinese non è una formula astratta, ma una lotta per la terra e la dignità che un impero non può accettare.

Quando si osa questo, si diventa “incompatibili”, e il potere non chiede prove: costruisce isolamento. E allora i parlamentari della stessa area progressista istituzionale cominciano a dire “non lo conoscevo”, “non stavo nel collettivo”, “ho fatto solidarietà ma solo a cena”, come accadeva negli anni Settanta quando la paura della repressione faceva rinnegare anche ciò che era pubblico, legale, alla luce del sole.

Il messaggio implicito è chiaro: puoi dissentire finché non proponi un’alternativa reale al potere. Se lo fai, diventi un bersaglio. E il caso Hannoun non va letto come un fatto isolato, ma come un’operazione politica internazionale: criminalizzare, isolare, disciplinare, spingere la sinistra a temere la propria ombra, a rinunciare alle parole “resistenza” e “autodeterminazione” per paura di uscire dai confini dell’ammissibile.

Accettare questa cornice, anche solo nel linguaggio, significa già abdicare al teorema e consegnarsi alle sue conseguenze. E noi, che invece vogliamo davvero cambiare il mondo, non possiamo permettercelo.

Hoka Hey. Non un motto di morte, ma un giuramento di presenza: dignità di onorare ogni istante della vita, come insegnava il grande capo lakota Cavallo Pazzo, il condottiero che non piegò mai la schiena davanti all’impero. Se è un buon giorno per morire, allora deve essere un buon giorno per lottare, per sognare, per attraversare l’orizzonte e vincerlo. Una battaglia per raggiungere l’orizzonte, un orizzonte per rafforzare il socialismo, l’autodeterminazione della Palestina e di tutti i popoli combattenti per la decolonizzazione. Un buon giorno per morire, sì, ma solo per poter vivere senza condizioni, senza se, senza ma, qui e ora: vivere la liberazione per farla storia, vivere il socialismo per farlo futuro.
Se non ora, quando? Un buon giorno per morire, per poter finalmente vivere, senza se e senza ma, qui e ora. Socialismo.

Luciano Vasapollo

29/12/2025 https://www.farodiroma.it/

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