Dossier guerra e capitale. Le tracce di Maidan
Una ricostruzione indiziaria – Prima parte
Brigitte Tye
Ucraina, un Paese diviso.
Bastille, Haymarket Square, Tienanmen, Alimonda, Tahrir: nomi di piazze che hanno valicato il loro significato topografico assumendo quello di luoghi della Storia mondiale. Anche noi parleremo di una piazza che, ancora oggi, a distanza di dodici anni, indica un punto di svolta irreversibile nella vita di una nazione, l’Ucraina. Maidan è diventata un simbolo, oggi si direbbe divisivo: una parte la addita come la piazza del martirio per la libertà, l’altra come l’epicentro di un colpo di Stato.
Adottando, senza presunzione di storici, il modello del paradigma indiziario di Ginzburg (così come lo storico lo formulò nel saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario, 1979) e traducendolo in un reportage dal passato, proveremo a seguire le tracce che dalla dichiarazione di indipendenza del 1991 portano a piazza Maidan e agli avvenimenti che vi si svolsero.
Due Ucraine 1991-2013
Cominciò con un sì quasi unanime e questo è il primo fatto che chiunque voglia capire l’Ucraina deve tenere a mente.
Il 1° dicembre 1991, chiamati a confermare con un referendum la dichiarazione di indipendenza votata dal Parlamento tre mesi prima, gli ucraini risposero SI al 92%. Era una percentuale che oltrepassava ogni regione, ogni lingua, ogni storia. Votarono sì i contadini cattolici della Galizia occidentale e gli operai russofoni delle acciaierie di Donetsk. Per un momento, un momento solo, l’Ucraina si presentò come un Paese unito.
Chi rilegge oggi quei numeri sa già come andò a finire. Ma all’epoca nessuno lo poteva immaginare. Vale la pena chiedersi: che cosa accadde in quei ventidue anni? Perché un paese che era nato con il 92% di consensi finì spaccato in due metà che si guardavano come nemiche?

La frattura che c’era già
La risposta andava ritracciata nel passato. Perché lo Stato che nacque nel 1991 era un’entità politica nuova, ma costruita sopra fratture vecchie di secoli.
A occidente c’era la Galizia: austro-ungarica fino al 1918, poi polacca, mai parte dell’impero degli zar. Lì l’identità nazionale ucraina si era forgiata in opposizione agli occupanti (Vienna prima, Varsavia poi, Mosca per ultima). La chiesa era greco-cattolica. Gli eroi erano i nazionalisti dell’Oun (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, quella di Stepan Bandera) e il loro braccio armato, l’Upa (l’Esercito Insurrezionale Ucraino) che negli anni Quaranta avevano combattuto i sovietici, spesso alleandosi coi nazisti. La lingua era l’ucraino e basta.
A oriente e a sud c’era un’altra Ucraina. Industrializzata dai piani quinquennali di Stalin, popolata da chi parlava russo per nascita o per convenienza, ortodossa di rito, legata a Mosca dalle rotte del gas e dai mercati dell’acciaio. Le sue città (Donetsk, Luhansk, Kharkiv) guardavano a est come la cosa più naturale del mondo.
In mezzo stava Kyiv (o Kiev nella grafia russa, divisi anche in quello) e con la capitale il centro del paese: indeciso, oscillante, contendibile.
Non era un’invenzione della propaganda russa. Era la stratificazione di duecento anni di storie diverse vissute sullo stesso suolo. Nessuno dei governi nazionali che si succedettero riuscì mai a saldarle.
Russi e ucraini: un confine che sfugge ai numeri
Qui conviene fermarsi, perché è il punto dove si annida il luogo comune più resistente: quello delle due etnie, i russi da una parte e gli ucraini dall’altra, come se bastasse un cognome o un cromosoma a stabilire l’identità personale. La realtà, a guardarla da vicino, è molto più sfuggente, e smonta sia la retorica di Mosca che quella di Kyiv.
Quando i censimenti parlano di ucraini etnici e russi etnici usano una categoria che viene dall’Unione Sovietica, e che con l’identità vissuta ha poco a che fare. Nella tradizione sovietica la natsionalnost’ non era una libera autodichiarazione: era una classificazione burocratica, ereditaria, scritta nel passaporto interno. Se i due genitori erano della stessa nazionalità, quella diventava per legge la tua. Se erano di nazionalità diverse, a sedici anni, al momento del primo passaporto, potevi scegliere tra le due, e quella scelta restava per sempre. In un paese dove nel 1989 un quarto delle famiglie aveva coniugi di nazionalità diversa, questo sistema produceva etichette che dicevano più di un calcolo anagrafico che di un sentimento.
Cosa succede allora quando l’Ucraina indipendente fa il suo primo censimento, nel 2001, dopo che i nuovi passaporti hanno cancellato la casella dell’etnia? Accade una cosa rivelatrice: una porzione consistente di chi nel 1989 si era dichiarato russo si dichiara ora ucraino. Non perché sia cambiata la popolazione, ma perché è cambiato il contesto della domanda. Lo studioso Cherviakov ha quantificato il fenomeno: il 73,1% del guadagno ucraino e il 78,8% della perdita russa tra i due censimenti derivano da spostamento identitario nel corso della vita, non da nascite, morti o migrazioni (che spiegano appena il 15-17% del totale). È la stessa gente che si riposiziona, una volta caduto il vincolo del passaporto. Le persone non erano cambiate: era caduto l’obbligo burocratico che le incasellava.
E poi c’è la lingua, che è la vera linea di faglia, quella che conta davvero. Perché la lingua che parli a tavola dice molto più dell’etichetta scritta su un documento. Una parte larga degli ucraini etnici dell’Est era e rimase russofona: già nel 2001 il 14,8% di chi si dichiarava ucraino indicava il russo come prima lingua, e nelle regioni orientali la percentuale saliva molto più in alto. Specularmente, una quota di russi etnici votava fin dal 2004 per candidati pro-occidentali. Ridurre l’Ucraina allo scontro tra russi e ucraini è perciò un errore di metodo prima che di merito, un errore che entrambe le propagande commettono con entusiasmo simmetrico: perché a Mosca serve l’idea di un popolo russo da proteggere, e a Kyiv quella di un popolo ucraino da emancipare. La realtà sul terreno è un continuum di parlate, fedeltà e memorie che nessuna delle due cartoline riesce a contenere.
Su questo continuum lo Stato non restò neutrale. Il curriculum scolastico dell’Ucraina occidentale, fin dagli anni Novanta, costruì sistematicamente un pantheon nazionale in cui l’Oun e l’Upa erano gli eroi, tacendo dei rapporti col Nazismo e dei genocidi di ebrei e polacchi. Due ragazzi cresciuti a Leopoli e a Donetsk ricevevano due versioni opposte e incompatibili della stessa storia.
Sul versante della lingua il movimento fu di segno opposto, ma di pari forza: le scuole con il russo come lingua d’insegnamento, che nel 1989 erano 4.633, nel 2001 si erano già più che dimezzate, ridotte a 2.001 (un calo del 57%). Nel 1994, intanto, un referendum a Donetsk e Luhansk aveva chiesto di fare del russo una seconda lingua ufficiale: vinse il sì con circa il 90%. Kyiv annullò il risultato. Si tenga a mente quel gesto: a una metà del paese si stava dicendo che la sua voce, anche quando era schiacciante, non sarebbe stata ascoltata.
Quanti e dove erano
Le percentuali, da sole, restano astratte. Per capire il peso reale della frattura bisogna tradurle in teste, e i numeri della popolazione al 2013 (gli ultimi prima che la guerra cambiasse tutto) danno al nostro indizio una consistenza particolare.
Alla vigilia della crisi l’Ucraina contava circa 45,4 milioni di abitanti, Crimea inclusa. Le sette regioni occidentali (l’area galiziana e quelle contigue: Leopoli, Ivano-Frankivsk, Ternopil, Rivne, Volyn, Zakarpattia, Chernivtsi) contavano circa 9,4 milioni: il 20,7% del totale, poco più di un ucraino su cinque. Kyiv e il blocco centrale del paese arrivavano a circa 13,6 milioni, il 29,9%. L’Est e il Sud insieme (Donetsk e Luhansk del bacino carbonifero, Kharkiv, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia, Odessa, Mykolaiv, Kherson, Sumy, più Crimea e Sebastopoli) sfioravano i 22,5 milioni: il 49,5%, quasi metà della Nazione.
Il dato va fissato perché è il contrappeso quantitativo a tutto ciò che verrà dopo. La macroregione che fornirà al movimento del Maidan il suo nucleo identitario, simbolico e organizzativo (l’Ovest, dove il consenso alle proteste toccherà punte dell’80%) pesava per un quinto del paese. La metà che guardava a Est, che del Maidan sarà spettatrice diffidente quando non ostile, era più del doppio. Tenere insieme questi due numeri (un quinto contro una metà) è la chiave per leggere senza ingenuità tutto quello che accadde a partire dal novembre 2013: una minoranza geografica intensamente mobilitata, e una maggioranza silenziosa che si sentiva esclusa dal racconto. Nessuno dei due gruppi, da solo, era l’Ucraina. Ed è precisamente questo il problema che nessun governo seppe risolvere.
Il decennio del collasso
Il primo presidente fu Leonid Kravchuk, già segretario del partito comunista ucraino, convertitosi al nazionalismo nel giro di poche settimane. Ereditò un’economia in caduta libera. La produzione industriale crollò del 40% in tre anni. L’iperinflazione del 1993 bruciò i risparmi di un’intera generazione. Nel 1994 gli ucraini lo punirono alle urne e scelsero Leonid Kuchma, ingegnere missilistico di Dnipropetrovsk, che aveva promesso due cose: rimettere in piedi l’economia e riavvicinarsi a Mosca.
Kuchma rimase al potere dieci anni e la sua eredità va osservata da vicino, perché è in quel lasso di tempo e in quello spazio che molti dei nodi vennero al pettine.
Sul terreno economico fu l’uomo delle grandi privatizzazioni: quelle che consegnarono l’industria pesante, le banche e le televisioni a una manciata di uomini che il mondo avrebbe imparato a chiamare oligarchi: Akhmetov, Pinchuk, Kolomoisky. Sul terreno geopolitico inventò la formula che gli sopravvisse: la politica multivettoriale, abbastanza filorussa da garantirsi il gas a prezzo d’amico, abbastanza filooccidentale da incassare aiuti e rispettabilità. Sul terreno interno non fece nulla per ricucire la frattura del Paese. Un conto rimandato.
Poi ci fu il caso che ne segnò la fine. Nel 2000 il giornalista Georgiy Gongadze, autore di varie inchieste sulla corruzione in cui compariva anche il nome del premier, sparì; il suo corpo decapitato fu ritrovato in un bosco fuori Kyiv. Alcune registrazioni clandestine (i nastri di Melnichenko, dal nome della guardia del corpo che le aveva fatte) parevano collegare Kuchma all’ordine di togliere di mezzo quel giornalista scomodo. Non si arrivò mai a una condanna definitiva. Ma agli occhi dell’opposizione e, quel che più conta, dell’Occidente, la legittimità di Kuchma fu cancellata per sempre.
Tre settimane di arancione
Si arrivò così alle presidenziali del novembre 2004, il primo vero spartiacque.
Da una parte Viktor Yanukovych, delfino di Kuchma, uomo del Partito delle Regioni, figlio di Donetsk, con alle spalle due condanne giovanili per reati minori e beniamino dell’elettorato russofono dell’Est. Dall’altra Viktor Yushchenko, ex governatore della banca centrale diventato volto dell’opposizione liberale e nazionalista.
Il secondo turno, il 21 novembre, proclamò vincitore Yanukovych. Ma i conti non tornavano: gli osservatori internazionali non riuscivano a far quadrare i risultati ufficiali con i dati che uscivano dai seggi. I brogli c’erano, ed erano grossolani (schede moltiplicate in alcune regioni dell’Est, intimidazioni, registri manomessi).
È qui che, nella nostra storia, compare per la prima volta Maidan. Kyiv si tinse di arancione. Per tre settimane, sotto il gelo di novembre, centinaia di migliaia di persone occuparono la piazza. La Corte Suprema annullò il voto e ordinò di ripeterlo. Al terzo turno vinse Yushchenko.
L’Occidente lo raccontò come il trionfo della democrazia ucraina. Mosca lo bollò come un colpo di Stato pilotato da Washington. Tutte e due le versioni mancavano il bersaglio. Il punto, la traccia che fu nascosta, stava nei numeri che vennero dopo.
Il sostegno all’Unione Europea, che prima del 2004 era maggioritario perfino nelle regioni orientali e meridionali, crollò sotto il 50%. In quelle regioni non sarebbe mai più risalito. In Crimea l’onda separatista, fino ad allora un’inclinazione sottotraccia, montò raggiungendo il 73% nei rilevamenti del 2008. L’est e il sud non avevano vissuto la Rivoluzione Arancione come una vittoria della democrazia. L’avevano introiettata come la conquista del loro territorio da parte dell’altra metà, per di più con l’aiuto di mani straniere. E quella percezione, registrata da istituti di sondaggio che non avevano alcun interesse a costruirla, avrebbe segnato la politica ucraina per dieci anni.
La Rivoluzione Arancione non aveva sanato la frattura. L’aveva approfondita e, per la prima volta, l’aveva portata al punto di rottura.
Il pendolo torna indietro
Yushchenko governò male. La coalizione arancione si disfece in pochi mesi tra rivalità personali e veleni. L’economia non ripartì. Nel 2010 gli elettori imboccarono una strada che la narrazione occidentale tende a passare sotto silenzio: rimisero al potere l’uomo che avevano cacciato sei anni prima.
Alle presidenziali di febbraio Viktor Yanukovych vinse con il 48,95% contro il 45,47% di Yulia Tymoshenko, l’eroina arancione. Yushchenko, il presidente uscente, il simbolo stesso della rivoluzione del 2004, si fermò sotto il 6%, quinto al primo turno. Stavolta gli osservatori dell’Osce non ebbero nulla da eccepire: parlarono di elezioni condotte in modo «professionale e trasparente». Il verdetto delle urne era inequivocabile. I sei anni del campo pro-occidentale erano stati bocciati.
Nel febbraio 2010, insomma, Yanukovych non era ancora il corrotto filorusso della vulgata successiva. Era il presidente legittimamente eletto di un Paese diviso, che gli aveva concesso una seconda possibilità.
La scelta impossibile
Fu negli anni seguenti che scattarono le trappole.
Tra il 2010 e il 2013 Yanukovych portò avanti, in parallelo, due trattative che non potevano stare insieme.
Con la UE negoziava un Accordo di Associazione e di libero scambio (Dcfta, Deep and Comprehensive Free Trade Area) che, secondo Bruxelles, avrebbe agganciato l’economia ucraina agli standard europei, aperto i mercati, spinto verso una modernizzazione del sistema giuridico. La prospettiva era seducente: l’Unione Europea era il primo partner commerciale dell’Ucraina e una firma avrebbe segnato senza equivoci la direzione del paese. Ma nessuno parlava di adesione. Era un accordo di associazione, non un biglietto d’ingresso nel club.
Con Mosca, intanto, il governo Yanukovych trattava l’ingresso nell’Unione Doganale (il blocco che riuniva Russia, Bielorussia e Kazakistan). Sul tavolo c’erano un prestito da quindici miliardi di dollari e uno sconto sul gas, di cui l’Ucraina era importatrice vorace a prezzi già calmierati. I vantaggi erano immediati, concreti e in contanti. Le condizioni quasi inesistenti.
Il guaio era che le due strade si escludevano a vicenda. L’Unione Europea lo aveva messo nero su bianco: un paese dentro l’Unione Doganale russa non poteva firmare il libero scambio con l’Europa. Bisognava scegliere.
E qui entrava in scena il terzo soggetto: il Fondo Monetario Internazionale. Perché l’accordo europeo, da solo, non bastava a tenere in piedi i conti ucraini durante la transizione: serviva un sostegno finanziario. L’Fmi, nel novembre 2013, dettò le sue condizioni. Immediato aumento del 40% delle tariffe del gas domestico. Tagli agli organici del pubblico impiego. Salari statali congelati. Riforma delle pensioni con l’età pensionabile delle donne portata da 55 a 60 anni — la stessa misura che il Parlamento ucraino aveva già bocciato nel 2011. Sussidi energetici, che valevano il 7,5% del Pil, da sforbiciare. Settore del gas da privatizzare.
Tradotto dalla lingua dei tecnici a quella di una famiglia di Kharkiv o di Dnipropetrovsk, significava una cosa sola: bollette del gas quasi raddoppiate in pieno inverno e pensioni che si allontanavano di cinque anni. In una regione dove lo stipendio medio era già magro e il riscaldamento una voce pesante del bilancio domestico, non era un’astrazione contabile: era il timore concreto di non arrivare a fine mese. Ecco perché metà del Paese guardava la corsa verso Bruxelles non come una promessa, ma come un conto da pagare in prima persona.
Il premier Mykola Azarov definì in pubblico quelle condizioni estremamente severe. Yanukovych, in una conversazione di cui rimane testimonianza, disse al vicepresidente americano Biden che se le condizioni restavano quelle, di quei prestiti l’Ucraina poteva fare a meno.
Il 21 novembre 2013 sospese i negoziati con l’Unione Europea.
L’Occidente lesse la mossa come una resa alla pressione del Cremlino. Mosca come una libera scelta sovrana. Tutt’e due, ancora una volta, dicevano ciascuna la propria mezza verità. La pressione russa era reale e documentata. Ma era altrettanto reale una crisi economica che mordeva e un pacchetto di condizioni che chiedeva agli ucraini più poveri di pagare subito il conto della transizione, in bollette più care e pensioni più magre, in cambio di benefici che, semmai, sarebbero arrivati anni dopo.
L’Ucraina era un paese di quarantacinque milioni di abitanti, dei quali quasi la metà viveva nell’Est e nel Sud. Quella metà aveva già ingoiato la sconfitta del 2004. Osservava la corsa verso Bruxelles con una diffidenza che cresceva di mese in mese. Quello che venne dopo il mese di novembre l’avrebbe vissuto come un vero e proprio tradimento, ma lo vedremo più avanti. La piazza stava per riempirsi di nuovo. Ma questa volta non sarebbe finita con un terzo turno elettorale.
Fonti primarie
Referendum 1° dicembre 1991: Verkhovna Rada dell’Ucraina, atti ufficiali; Commissione Elettorale Centrale ucraina, risultati regionali (risultati per oblast disponibili negli archivi della Commissione e riportati in letteratura politologica standard: la percentuale del 92% è accertata su base primaria).Censimento ucraino 2001: State Statistics Committee of Ukraine, All-Ukrainian Population Census 2001, dati su composizione etnica, linguistica e distribuzione regionale.
Cherviakov V. — Post-Soviet Affairs, 2002: quantificazione dello spostamento identitario inter-censimentare 1989-2001 (73,1% guadagno ucraino / 78,8% perdita russa da riposizionamento nel corso della vita).
Scuole con lingua russa d’istruzione: Ministero dell’Istruzione ucraino, dati storici 1989-2001 (da 4.633 a 2.001, calo del 57%); citati in Katchanovski e in Razumkov Center.
Osce/Odihr — Election Observation Mission Final Report, Ukrainian Presidential Election 2004: documentazione dei brogli al secondo turno, annullamento della Corte Suprema.
Osce/Odihr — Election Observation Mission Final Report, Ukrainian Presidential Election 2010: giudizio di elezioni condotte professionalmente e con trasparenza.
Risultati presidenziali 2010: Commissione Elettorale Centrale ucraina — Yanukovych 48,95%, Tymoshenko 45,47%, Yushchenko quinto con meno del 6%.
Fmi — Condizioni novembre 2013: Imf Country Report No. 14/106 (aprile 2014); Imf Press Release Imf Executive Board Concludes 2013 Article IV Consultation, settembre 2013. Dichiarazione pubblica di Azarov (estremamente severe): Interfax-Ukraine, novembre 2013.
Yanukovych-Biden: Dichiarazione di Yanukovych riportata da Interfax-Ukraine, dicembre 2013; citata anche in Jamestown Foundation, novembre 2013.
Razumkov Center — Sondaggio 2008 su separatismo in Crimea (73%).
Fonti secondarie di riferimento
Katchanovski, Ivan — The Russia-Ukraine War and its Origins, Palgrave Macmillan, 2026 (capp. 1, 2, 4, 7): analisi dei dati sondaggistici regionali e del quadro politico 1991-2014.
Rapawy, S. — Ethnic Reidentification in Ukraine, US Bureau of the Census, IPC Staff Paper No. 90, 1997: previsione del riposizionamento identitario inter-censimentare.
Foreign Policy, 21 febbraio 2014 (The Loan That Launched a Crisis): analisi comparativa delle condizioni Ue/Fmi vs. offerta russa.
La nazione come campo di battaglia
C’è una frase, o per meglio dire una spia, che illumina il percorso di questo articolo. La pronuncia un uomo che non aveva ragione di mentire. Settembre 1991: il muro di Berlino è caduto da due anni, l’Unione Sovietica sta per dissolversi. Sul «Washington Post» esce un articolo dal titolo curioso – Innocence Abroad: The New World of Spyless Coups, firmato da David Ignatius, all’epoca responsabile esteri del giornale. Fra le righe, una citazione di Allen Weinstein, co-autore della legge che nel 1983 aveva istituito la National Endowment for Democracy (Ned): «Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto di nascosto venticinque anni fa dalla Cia».
Il fondatore di un’istituzione statunitense ne descrive la funzione con la franchezza di chi non immagina che, trent’anni dopo, quella frase diventerà un indizio. E qui torna in gioco il paradigma di Ginzburg. La traccia è tanto più significativa se un soggetto ammette qualcosa contro il proprio interesse. Mosca che accusa Washington è scontato; Washington che si denuncia da sola pesa moltissimo.
La regola del gioco
Scopriamo subito le carte. Non vogliamo dimostrare l’equivalenza morale tra le due potenze che hanno agito sul terreno ucraino, sarebbe un giudizio non un’indagine. Cerchiamo la simmetria delle prove: le stesse domande poste all’ingerenza occidentale e a quella russa, lo stesso scetticismo applicato alle due narrative. Quella occidentale dipinge il 1991-2013 come la lenta maturazione democratica di un popolo; quella russa come un complotto pluridecennale ordito a Langley (sede della Cia). Cominceremo prendendo sul serio entrambe e le metteremo alla prova.
Le due ipotesi di lavoro
Come Ginzburg con il quadro, con la cartella clinica, con l’impronta: due ipotesi di partenza, una per versante, che vengono via via corrette dalle tracce rinvenute sul percorso.
Prima ipotesi, lato americano: esisteva una strategia chiara e continuativa, in cui l’Ucraina non era il fine ma la leva, la pedina il cui spostamento determinava la statura e la forza della Russia.
Seconda ipotesi, lato russo: dal 2000, con l’arrivo di Putin, anche Mosca, dopo un percorso a zig-zag, smette di subire e si dà una strategia: ritornare a essere una superpotenza con uno spazio il più ampio possibile su cui esercitare influenza e controllo.
Si potrebbe obiettare subito: «gli Stati Uniti non sono una mente sola; il Pentagono, il Dipartimento di Stato, la Ned, le diverse amministrazioni avevano gradi diversi di ambizione». È vero, ma riguarda gli strumenti, i tempi, la soglia di rischio, non la direzione e l’obiettivo finale. Una nazione delibera in modo plurale e agisce in modo unitario: alla fine vota un bilancio, firma un comunicato di vertice, muove un’ambasciata. Quella sintesi è esattamente l’oggetto della nostra indagine: leggere l’impronta e non l’intenzione. Quando quattro soggetti istituzionali diversi (un sottosegretario alla Difesa, un consigliere per la sicurezza nazionale, il presidente di una fondazione, un diplomatico) indicano lo stesso fine, che attraversa quattro amministrazioni e due partiti, quella convergenza è strategia nazionale.
Lo stesso metro lo applicheremo a Mosca.
Parte prima: La traccia occidentale
Il telaio permanente
Marzo 1992: il «New York Times» pubblica stralci di un documento di pianificazione del Pentagono, la Defense Planning Guidance redatta sotto Paul Wolfowitz, sottosegretario alla difesa dell’amministrazione George H. W. Bush. Il primo obiettivo strategico è formulato con chiarezza: impedire «il riemergere di un nuovo rivale», e dissuadere qualunque potenza dall’aspirare a un ruolo regionale o globale maggiore. Non parla di Ucraina, parla di Eurasia, ma è il puzzle di cui l’Ucraina diventerà la tessera fondamentale.
Il puzzle lo completa, cinque anni dopo, l’uomo che più di ogni altro ha pensato lo spazio post-sovietico come una scacchiera. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, 1997: l’Ucraina è un «perno geopolitico», e, questa è la tesi che conta, senza l’Ucraina la Russia «cessa di essere un impero eurasiatico». La frase è pubblica, stampata, citata mille volte. L’’Ucraina non interessa per sé stessa, interessa come grandezza che, sottratta o aggiunta, ridimensiona o ingrandisce la Russia. Con Kyiv nel campo occidentale, Mosca resta una potenza nazional-regionale; senza, può tornare impero. Ma, attenzione, ridimensionare non è dissolvere.
L’investimento paziente
L’articolo di Ignatius contiene, già nel 1991, un dettaglio che allora nessuno notò: la Ned, scrive il giornalista del «Washington Post», finanziava «il movimento per l’indipendenza ucraina noto come Rukh». Prima dell’indipendenza, dentro l’Unione Sovietica ancora in piedi. Lo confermerà, trent’anni dopo, il presidente della stessa Ned, Damon Wilson: partner dell’Ucraina «dal 1989, prima dell’indipendenza». Due fonti, due epoche, lo stesso fatto: l’indizio si concretizza.
Quindi la natura dell’operazione non è quella del colpo di mano, piuttosto quella della semina. Per tutto il primo decennio gli strumenti sono tre e lavorano in parallelo. C’è l’apparato istituzionale: Usaid (United States Agency for International Development, l’agenzia statunitense per la cooperazione internazionale), la Ned, gli istituti dei due partiti statunitensi che formano i quadri politici filo-occidentali. C’è il condotto culturale: borse di studio, scambi, la formazione di una generazione di giornalisti grazie a strutture come Internews, attiva dal 1995. E c’è il canale economico attraverso il quale si ridefiniscono le norme: il Fmi (Fondo monetario internazionale) e la Banca Mondiale, che legano i prestiti a privatizzazioni e liberalizzazioni, cioè a riforme che riducono, passo dopo passo, la dipendenza strutturale dall’economia russa.
Nessuno di questi canali è clandestino. Sono visibili, rendicontati con tanto di bilanci. Weinstein l’aveva teorizzato: la trasparenza non è neutralità. Finanziare selettivamente una metà di un paese diviso è una forma di ingerenza, anche quando il bonifico è tracciabile. Anzi, diceva Weinstein, la visibilità «è la sua stessa protezione».
La leva Nato
A questo si aggiunge una leva strutturale che a Mosca pesa più di ogni finanziamento: l’allargamento dell’Alleanza atlantica. I cicli del 1999 e del 2004 portano il confine Nato fin alle porte della Russia; il vertice di Bucarest del 2008 dichiarerà che Ucraina e Georgia «diventeranno» membri, senza però offrire un percorso d’adesione reale. È la formula peggiore possibile dal punto di vista della stabilità: abbastanza per allarmare definitivamente Mosca, non abbastanza per proteggere Kyiv. Teniamo a mente questa data, 2008, perché sarà uno snodo anche sull’altro versante.
Il collaudo
Poi arriva il 2004, e la semina sembra produrre i suoi frutti. La Rivoluzione Arancione non nasce dal nulla: è l’ultimo anello di una catena che gli stessi protagonisti hanno raccontato. Serbia 2000, il gruppo Otpor, Resistenza, abbatte Milošević con tecniche apprese da Gene Sharp (teorico della disobbedienza civile e della nonviolenza strategica) e dal colonnello Robert Helvey, ex preside della scuola d’intelligence militare americana; Georgia 2003, il modello è replicato da Kmara, Basta; Ucraina 2004, tocca a Pora, È ora, i cui attivisti vanno a imparare il mestiere dai veterani serbi. Il trasferimento è documentato e ammesso dai formatori stessi.
E qui Helvey lascia la traccia più rivelatrice. Interrogato sulla natura di quella formazione nonviolenta, risponde: «Le rivoluzioni nonviolente sono anch’esse una forma di azione militare e vanno considerate tali». Il suo manuale insegnava a individuare i «pilastri di sostegno» del regime (controllo dei media, fedeltà delle forze di sicurezza) e a pianificare la «campagna» con lessico clausewitziano. Nonviolenta negli strumenti, militare nell’architettura: la falsa dicotomia tra protesta spontanea e operazione si scioglie qui. In realtà sono la stessa cosa.
I limiti di una strategia
A questo punto l’ipotesi forte (Ucraina come pedina di una strategia destinata a un altro soggetto) sembrerebbe confermata. Infatti, lo è con un limite da sottolineare: la sua fallibilità. Cosa produsse, davvero, il 2004? Prima della Rivoluzione Arancione il sostegno all’integrazione europea era maggioritario perfino nelle regioni orientali e meridionali, fra il 60 e l’80 per cento; dopo, crolla sotto il 50 e non risale più. Il separatismo in Crimea, misurato dal Razumkov Center, sale al 73 per cento nel 2008. E Yushchenko, l’uomo della riscossa Arancione, nel 2010 raccoglie il 5,5 per cento: viene battuto, in elezioni che l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) certifica regolari, proprio da quel Yanukovich che la piazza aveva rovesciato sei anni prima.
L’intervento occidentale non integrò né unì l’Ucraina: la spaccò più a fondo. Se la strategia era così padrona della scacchiera, perché produsse l’opposto del suo scopo? La risposta è istruttiva: la direzione era unitaria, ma il controllo dell’esito no. Una strategia esisteva; l’onniscienza no. Lo conferma anche ciò che accadrà nel 2008 in Georgia e nel 2014 in Crimea, dove Washington verrà còlta di sorpresa dalla reazione russa. E chi pianifica il crollo dell’avversario non viene sorpreso dalla sua difesa. Semmai questi inciampi lasciano emergere un’altra traccia che completa il quadro. L’obiettivo documentato è il ridimensionamento della Russia, non la sua crisi terminale o la sua frammentazione; quella retorica apparterrà a un’altra stagione, dopo il 2022. Retrodatarla al nostro arco temporale sarebbe un falso.
Il premio
Il sigillo lo mette, nel settembre 2013, Carl Gershman, presidente della Ned, in un editoriale sul Washington Post: l’Ucraina è «il premio più grande». È l’esplicitazione pubblica, a tre mesi dal Maidan, di una strategia ventennale. Gershman aggiunge che la scelta europea di Kyiv potrebbe mettere Putin «dalla parte dei perdenti» non solo nell’Eurasia, ma «dentro la Russia stessa». Qui le parole vanno pesate bene: «dentro la Russia» significa erosione del sistema Putin, la sua delegittimazione, non lo smembramento dello Stato russo. La differenza è fra ciò che dicono le fonti e quello che la propaganda avversaria fa dire loro.
Parte seconda: La traccia russa
Ora lo stesso metro, sull’altro versante geopolitico. E qui la prima cosa da dire è che, per quasi un decennio, una strategia russa semplicemente non esiste. O almeno non è rintracciabile.
La fase del vuoto (1991-1999)
Negli anni Novanta la Russia non poteva competere, perché era essa stessa in disfacimento: crollo del Pil, iperinflazione, privatizzazioni predatorie, prima guerra cecena, uno Stato che si stava liquefacendo. La sua influenza sull’Ucraina era più un’eredità che un disegno: dipendenze economiche sovietiche, lingua condivisa, reti personali e, soprattutto, il gas. Mentre l’Occidente costruiva reti attive, Mosca si appoggiava a dipendenze passive. Uno squilibrio che smonta in partenza la simmetria pigra delle «due potenze che fanno la stessa cosa»: nel primo decennio non la fanno e basta. Una progetta il futuro, l’altra sperpera un’eredità che si consuma.
La cesura del 2000
Poi, al Cremlino, arriva Putin, e qui collochiamo la seconda supposizione. Ipotizziamo cioè, e dovremo verificarlo perché mancano i documenti che avevamo sul versante americano, che dal 2000 Mosca punti via via a ritornare a essere una superpotenza che controlla lo spazio ai suoi confini e determina le scelte di un’area nevralgica per il mondo: l’Eurasia. Ma il disegno non è lineare, anzi, avanza a zig-zag.
Il partner deluso
Il primo Putin non è antioccidentale. Nel marzo 2000, in un’intervista alla Bbc, arriva a non escludere un ingresso nella Nato, «a condizione che la Russia sia trattata come un partner alla pari». Apertura tattica, certo; ma è il segno di un’epoca in cui quella frase era ancora pronunciabile. Dopo l’11 settembre 2001 è il primo leader a telefonare a Bush; offre sostegno logistico alla guerra in Afghanistan, acconsente di fatto alle basi americane in Asia centrale, il cortile di casa russo. Questo atteggiamento smentisce l’ipotesi del revisionismo congenito: chi ha un piano di sfida non apre il proprio fianco meridionale all’avversario. Il Putin dei primi anni cerca un posto al tavolo, non il suo rovesciamento.
La maturazione interna
Lo sguardo di Putin, all’inizio, si concentra su altro. Sulla ricostruzione dell’autorità dello Stato all’interno della Russia. La seconda guerra cecena ripristina con la forza il dominio dei territori; il caso Yukos, con l’arresto dell’oligarca Khodorkovsky nel 2003, riporta sotto il controllo del Cremlino il settore energetico e rimette in riga gli oligarchi. Da qui in avanti il gas non è più solo una materia prima: diventa uno strumento di pressione, una leva di politica estera che le crisi del 2006 e del 2009 (quest’ultima lasciò mezza Europa orientale senza riscaldamento in pieno inverno) mostreranno al mondo. È la differenza tra possedere un’arma e decidere di usarla.
Le rotture percepite
Tra il 2003 e il 2007 si accumula, dal punto di vista di Mosca, una sequenza di sgarbi. L’allargamento Nato del 2004 fino ai Baltici; le rivoluzioni colorate in Georgia e in Ucraina, lette dal Cremlino non come moti spontanei ma come operazioni occidentali condotte sull’uscio di casa (la nostra prima parte dimostra che quella lettura, sia pure parziale, non era infondata); il progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca; sullo sfondo, il precedente del Kosovo del 1999, la secessione strappata con i bombardamenti Nato che Mosca rinfaccerà come prova del doppio standard occidentale. Una ragnatela di nodi che, alla fine, disegna il tappeto della strategia.
Monaco 2007
Il 10 febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Putin pronuncia il suo discorso-manifesto: denuncia il mondo unipolare, «un solo padrone, un solo sovrano», bolla l’espansione Nato come «una seria provocazione», rivendica un ordine internazionale a più poli, dove la Russia abbia lo spazio che le compete. È una dichiarazione. Dice quello che Putin vuole far sapere. Nel nostro percorso vale meno di un gesto sfuggito, ma resta un fatto di cui prendere atto. Collocato al suo posto nella cronologia, rivela una cosa: Monaco non è l’origine della strategia russa, è il suo punto di arrivo. È il momento in cui, dopo sette anni di delusioni, l’aspirante partner si trasforma in sfidante. La strategia si è delineata strada facendo, reattiva e cumulativa, cristallizzando a Monaco ciò che una serie di rotture avevano sedimentato.
Quale strategia?
Letta dalle tracce non è la ricostruzione dell’URSS né la conquista dell’Europa: è un revisionismo difensivo. Tenere il vicino estero fuori dalle alleanze avversarie (la neutralità dell’Ucraina); resistere all’ordine unipolare; usare le leve disponibili (il gas, i media, gli oligarchi e, più in là nel tempo, la forza) per impedire che la linea rossa ucraina venga superata. Gli strumenti russi sono asimmetrici rispetto a quelli occidentali: meno politici e più economici, meno civili e più militari, meno trasparenti perché passano per canali privati e non rendicontati. Il finanziamento al Partito delle Regioni, quello di Yanukovich, stimato da fonti occidentali fra i 50 e i 300 milioni di dollari, è il caso esemplare. La forbice enorme della stima ci dice che quel denaro non lascia impronte. Asimmetria di trasparenza, non di intensità.
E un nome, in Ucraina, riassume alla perfezione il metodo russo: Viktor Medvedchuk, capo dell’amministrazione presidenziale di Kuchma fra il 2002 e il 2005. Legato personalmente a Putin, le sue reti televisive presidiavano l’informazione nell’est russofono. Mentre l’Occidente formava giornalisti, Mosca comprava emittenti. Due modi di influenzare la stessa opinione pubblica.
L’epilogo annunciato
Le due traiettorie convergono nel novembre 2013. Yanukovich, eletto regolarmente, con un programma non antieuropeo, si trova stretto in una tenaglia. Da un lato il Fmi: prestito legato all’aumento del 40 per cento delle tariffe del gas, tagli alla spesa, riforma delle pensioni. Yanukovich lo dice esplicitamente: «Biden mi assicura che il prestito è quasi fatto, ma se le condizioni restano queste, non ci servono quei soldi». Dall’altro lato la Russia: 15 miliardi, senza condizioni e sconto di un terzo sul prezzo del gas. Il presidente ucraino sospende l’accordo con Bruxelles; le piazze si riempiono. Ciò che accadrà dopo (il Maidan, i cecchini, il governo di transizione e, molto più avanti, l’invasione, il tavolo di Istanbul fatto saltare ecc.) appartiene alle puntate successive. Ci fermiamo sulla soglia, qui si chiude questa parte del percorso.
Nota sulle fonti
La Rivoluzione Arancione e il modello Otpor-Canavas. Per la catena Serbia-Georgia-Ucraina e la formazione di Pora: bilanci pubblici della National Endowment for Democracy (Ned); Anders Åslund, How Ukraine Became a Market Economy and Democracy (Peterson Institute for International Economics, 2009).Sulle dichiarazioni di Robert Helvey e l’impianto strategico della nonviolenza: Peace Magazine, v19n2 (2003); Robert Helvey, On Strategic Nonviolent Conflict: Thinking About the Fundamentals (Albert Einstein Institution, 2004); Gene Sharp, From Dictatorship to Democracy (Albert Einstein Institution, 1993).Sul paradosso degli effetti (polarizzazione anziché integrazione): sondaggi del Razumkov Center, 2002-2008.
Le condizioni Fmi e la sospensione dell’accordo UE, International Monetary Fund, Country Report No.
14/106 (aprile 2014) e No. 15/69 (marzo 2015); comunicato FMI del 20 dicembre 2013.Dichiarazioni pubbliche di Mykola Azarov e Viktor Yanukovych, «Interfax-Ukraine», dicembre 2013.Jamila Trindle, The Loan That Launched a Crisis, «Foreign Policy», 21 febbraio 2014.
Nrd, Usaid e il livello istituzionale. Carl Gershman, Former Soviet States Stand Up to Russia. Will the U.S.?, «Washington Post», 26 settembre 2013; discorso di Victoria Nuland alla «US-Ukraine Foundation», Washington, 13 dicembre 2013 (i 5 miliardi).
La telefonata Nuland-Pyatt e le ammissioni americane. Registrazione resa pubblica il 6 febbraio 2014 (autenticità mai contestata).Chris Murphy, dichiarazione su C-SPAN, 25 febbraio 2014; Barack Obama, intervista a Fareed Zakaria, Cnn, 1° febbraio 2015; Jeffrey Sachs, intervista pubblica, 2023.
La Defense Planning Guidance e il quadro strategico. Stralci pubblicati dal «New York Times», marzo 1992 (documento redatto sotto Paul Wolfowitz).Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, Basic Books, 1997.
L’espansione Nato e il contesto. «National Security Archive», Nato Expansion: What Gorbachev Heard, briefing book del 12 dicembre 2017; dichiarazione del vertice Nato di Bucarest, aprile 2008.
La traiettoria di Putin. Intervista alla Bbc (David Frost), marzo 2000; discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, 10 febbraio 2007.Per il caso Yukos e l’arresto di Khodorkovsky (2003): cronaca contemporanea.
Le ingerenze russe: gas, media, finanziamenti. Crisi del gas russo-ucraine del 2006 e 2009 (contratti Gazprom-Naftogaz).Per i finanziamenti al Partito delle Regioni (stima 50-300 milioni di dollari) e il ruolo di Viktor Medvedchuk: stime di fonti occidentali, riprese in Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026).
Dati elettorali e sondaggi. Osce/Odihr, rapporti finali delle missioni di osservazione elettorale (Ucraina 2004 e 2010).
Sondaggi Razumkov Center, 2001-2011.«Pew Research Center», Indagine sulla Crimea, aprile 2014.
Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie).
13/7/2026 https://www.ahidaonline.com/









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