Effetti nascosti della guerra ai soccorsi umanitari in mare

In una sola giornata si sono verificati due eventi che tra loro risultano strettamente connessi perchè frutto della stessa guerra che si è scatenata all’inizio del 2017 contro le organizzazioni umanitarieche salvavano decine di migliaia di vite di migranti in fuga dalla Libia e da altri paesi nei quali non erano più garantite le libertà fondamentali della persona. Una guerra iniziata con una campagna di disinformazione abilmente orchestrata dalle destre europee, poi sfociata in una denuncia di Frontex, subito ripresa da alcuni magistrati che hanno aperto indagini contro le ONG. Indagini che oggi appaiono archiviate o in evidente difficoltà, per la difficoltà di individuare un quadro probatorio che potesse fondare le gravissime accuse di collusione con i trafficanti, che per un intero anno sono state diffuse sui principali canali informativi, arrivando persno in Parlamento. Dalla collusione con scafisti e trafficanti si passa adesso al profilo di responsabiltà derivante dallo scarico di rifiuti pericolosi per la salute. Una accusa ancora più infamante per organizzazioni, come  MSF, che salvano da anni migliaia di vite in tutto il mondo. E che sono presenti in Libia, come ieri, quando trattavano per la liberazione di decine di migranti ostaggio delle poliitiche europee di sbarramento dei porti e finiti sotto attacco su un cargo panamense che li aveva soccorsi, in trappola nel porto di Misurata.

Da Catania, con l’accusa di aver scaricato rifiuti pericolosi illecitamente, è partito un provvedimento di sequestro contro la ONG SOS Mediterraneè, relativo alla nave Aquarius ed a alcuni conti correnti, con la incriminazione di numerosi membri del direttivo belga ed olandese, e di diversi comandanti e capomissione che nei due anni in cui hanno potuto operare hanno salvato la vita ad oltre 80.000 persone, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, e utilizzando i porti indicati dal ministero dell’interno.Una attività umanitaria che non è certo paragonabile, anche dal punto di vista normativo, al trasporto di merci, alle crociere passeggeri o allo scalo di petroliere di varie dimensioni. Che forse sarebbe stato meglio tracciare, almeno come si è fatto dalle parti di Malta con le ONG, per scoprire su vasta scala traffici illeciti come quello emerso con l’operazione Dirty Oil, che appare solo la punta dell’iceberg di untraffico molto più ampio che parte proprio da quei porti, come Zawia, in Libia, che sono anche punto di partenza dei barconi carichi di disperati diretti verso l’Europa. Attendiamo da Catania altre notizie, magari su questa delicata inchiesta avviata dal precedente procuratore Salvi.

A Misurata si è consumato l’epilogo cruento del soccorso operato da un cargo, la NIVIN, intervenuta al limite della zona SAR ( ricerca e salvataggio) libica e maltese, dopo che le autorità italiane e maltesi avevano indicato nella centrale di coordinamento libica (JRCC) la autorità responsabile per l’azione di soccorso e per la indicazione di un “porto sicuro di sbarco”, come se in Libia potessero esistere porti sicuri di sbarco. Dopo dieci giorni di trattativa, con i migranti che si rifiutavano di scendere a terra per ritornare nell’inferno dei centri di detenzione dai quali erano fuggiti, sono intervenute con le armi in pugno le milizie giunte a bordo della NIVIN dopo essere passati delle motovedette della Guardia costiera di Tripoli, con un esito gravissimo. Almeno dieci feriti, tra cui cinque molto gravi, in ospedale a Misurata, colpiti a distanza ravvicinata dai proiettili di gomma sparati dai fucili dei guardiacoste, durante il blitz delle forze armate “libiche” per sgomberare la NIVIN, dopo che i pochi giornalisti presenti e gli operatori ( in prevalenza libici) delle Organizzazioni UNHCR ed OIM delle Nazioni Unite si erano dovuti allontanare. Per un procuratore libico addirittura, i migranti che si rifiutavano a sbarcare avrebbero tentato di dare fuoco al carico del cargo, ipotesi tutte smentite dall’armatore e dal comandante della nave, ma questo è bastato per fare scattare per alcuni di loro l’arresto, con l’accusa pesantissima di pirateria e di terrorismo, un’accusa che in Libia può costare anche la pena di morte.

Non si conosce altro sulla sorte delle persone sbarcate dalla NIVIN e portate in carcere, le altre, dopo lo sbarco forzato sono state distribuite in dversi centri di detenzione, come quello di Misurata, ma anche a Zawia, uno dei più famigerati. Centri nei quali i trafficanti possono riuscire asequestrare i prigionieri che appaiono più “redditizi” per farne oggetto di un vero e proprio mercato degli schiavi. Per le donne e per i minori non c’è scampo, gli abusi sono quotidiani. Per chi non riesce a pagare le torture possono durare anche mesi. Le persone ritenute “particolarmente vulnerabili” che lOIM e l’UNHCR riescono a rimpatriare, con i cosiddetti “rimpatri assistiti” sono solo una minoranza, si stima attorno al 10 per cento delle persone presenti nei centri di detenzione, ma non appena gli scontri tra le milizie si intensificano, come succede periodicamente da settembre, il personale internazionale delle Nazioni Unite viene ritirato in posti più sicuri, ed i migranti intrapolati nei centri di detenzione rmangono alla mercè di chi controlla il territorio.

I due eventi, l’irruzione armata a Misurata sul cargo NIVIN, per fare scendere a terra i naufraghi, e l’iniziativa giudiziaria promossa a Catania contro una ONG che ha inviato una nave umanitaria per soccorrere decine di migliaia di persone in acque internazionali, sono collegati dall’allontanamento dal Mediterraneo centrale, imposto alle ONG, anche con la minaccia, che oggi si inasprisce, di sanzioni penali. Sanzioni penali che adesso si prospettano anche per i migranti che a bordo della NIVIN hanno fatto resistenza di fronte all’ordine di scendere a terra per ritornare nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti.

Per effetto del venir meno delle navi umanitarie, conseguenza anche della sciagurata decisione dell’IMO di riconoscere una vastissima zona SAR libica, di fatto rimessa al potere di controllo della Guardia costiera del governo Serraj, con coordinamento misto italo-libico, le attività di soccorso in acque internazionali a nord della Libia sono state affidate a navi commerciali, le uniche rimaste operative su quelle rotte, oltre ad una miriade di navi militari che monitorano tutto, ma sono ormai assenti, addirittura invisibili, quando si tratta di salvare vite umane. Lo scorso anno i migranti soccorsi dalla NIVIN a 60 miglia dalla costa sarebbero stati presi a bordo da un mezzo di Frontex, dell’operazione EunavforMed o di una nave umanitaria e avrebbero potuto raggiungere un porto sicuro di sbarco. Oggi, con il plauso della maggioranza ( apparente) dell’opinione pubblica italiana, e dei politici che su questo odio hanno basato le proprie fortune elettorali, per chi fugge dalla Libia l’alternativa è morire annegati in mare, o essere intercettati dalle motovedette donate dall’Italia al suo fedele alleato di Tripoli. Solo una piccola parte delle persone in fuga dalle coste libiche ( si può calcolare il dieci-quindici per cento delle persone che riuscivano ad arrivare lo scorso anno) riesce ad essere soccorsa e poi viene sbarcata in un paese europeo, Malta e Italia. Mentre alcuni raggiungono direttamente Lampedusa, ma si tratta in prevalenza di tunisini che salpano dai porti del loro paese.

Avremo tempo e modo nelle sedi opportune, per approfondire la dimensione giuridica dei procedimenti penali avviati, o ancora in corso contro le ONG, in Italia, unico paese europeo che ha scelto lo strumento penale per contrastare sistematicamente le attività di soccorso in mare. Come se in questo modo si potesse ridurre il numero delle persone, in maggior parte richiedenti asilo, che si dovevano poi ammettere sul territorio nazionale. Dal caso Cap Anamur del 2004, fino al caso del sequestro della Open Arms, non ci sono state condanne definitive contro operatori umanitari, ritenuti a più riprese “colpevoli” di avere fatto entrare sul territorio nazionale persone soccorse in mare. Sentenze di condanna che i media hanno invece anticipato, con un effetto propagandistico devastante, un vero e proprio attacco di sistema alla solidarietà ed a coloro che, non solo in mare, continuano a praticarla, in conformità ai valoiri ed ai diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione.

Vedremo adesso su quali motivazioni si basano le accuse a MSF, e quale sarà il verdetto dei giudici del tribunale del Riesame che si dovranno occupare di questa materia. Ma si dovrà seguire anche il processo che i procuratori libici intenteranno contro i naufraghi sbarcati con la forza dalla NIVIN, con una attenzione particolare, e qui ci vorrà tutto l’impegno delle agenzie delle Nazioni Unite (UNHCR, OIM e UNSMIL) presenti in Libia, perchè non si pratichino altre torture o trattamenti disumani o degradanti. Non sembra che la Libia oggi, nelle sue diverse partizioni, offra garanzie di un giusto processo e possa essere considerata come uno stato di diritto. Ma se andiamo su questo terreno qualche amara riflessione potremmo rivolgerla anche al nostro paese.

Qui, oggi, vogliamo solo ricordare i centri di detenzione nei quali continuano a soffrire in Libia decine di migliaia di migranti intercettati in mare,con l’aiuto delle autorità degli stati europei, e riportati a terra, lo stesso destino che adesso tocca ai migranti soccorsi da navi commerciali che devono obbedire, per effetto della creazione della zona SAR libica, a ricondurre i migranti in luoghi nei quali i corpi e la stessa vita sono degradati al valore di merce. Sono questi i centri di detenzione, che qualcuno chiama anche lager, anche se si riesce a venirne fuori, chi ne esce rimane annientato nella sua dignità e spesso nella sua integrità fisica, come decine di donne e di minori sistenaticamente abusati. Le loro voci sono arrivare anche in Italia, ma nessuno li ha ascoltati, i loro corpi non sono pericolosi perchè ci portano malattie, ma perchè le ferite che li segnano sono una condanna della nostra indifferenza. Che diventa complicità quando si stringono accordi con quelle milizie, se non con autorità statali, che permettono che nei centri di detenzione si pratichino abusi di ogni genere.

Quando qualcuno elogerà le politiche di contenimento degli sbarchi, avviate già lo scorso anno da Minniti, ed adesso perfezionate da Salvini, quando si saluteranno con favore iniziative della magistratura che tendono evidentemente a parallizzare la complessiva attività delle ONG che ancora si ripropongono interventi in acque internazionali e attività di monitoraggio per salvare vite umane in mare, risponderanno le urla dal silenzio di chi è prigioniero nei campi che l’Europa e l’Italia trova funzionali per ridurre di qualche decina di migliaia di persone il numero degli “sbarchi”. Che sbarchi non erano ma azioni di soccorso. I migranti sbarcati a forza dalla Nivim sono stati portati nei centri di detenzione di El Karareem a Misurata, a Khoms ed a Zawia. Luoghi che evocano testimonianze terribili di abusi, anche se si tratta di centri di detenzione ” governativi”. Oltre ai feriti in ospedale, rimane incerta la sorte dei “dannati” della Nivin che sono stati arrestati e portati in carcere. E’ questo il prezzo che si deve accettare per assecondare quella parte di italiani che sostiene il governo in carica, il blocco dei porti, la guerra alle ONG ed alla solidarietà, ed anzi vorrebbe ancora maggiore cattiveria contro i migranti ? Anche quando è sempre più evidente che cosa significa “aiutiamoli a casa loro”.

Preferiamo stare dalla parte di chi deve affrontare un processo penale per avere svolto attività di salvataggio in mare e per avere offerto un minimo di umanità a persone massacrate dalle frontiere che gli stati europei hanno innalzato anche in acque internazionali, oltre che in Africa,a loro esclusiva difesa, e dei loro interessi economici, anche in violazione di quel principio fondamentale di non respingimento, garanzia per chi fugge da paesi dove si rischia la vita o la propria integrità fisica, affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra, e nel caso del nostro paese, dall’art. 10 della Costituzione italiana. Che impone tra l’altro, all’art.117, il rispetto immediato delle Convenzioni internazionali che disciplinano i soccorsi in mare. Chiediamo canali legali di ingresso per lavoro e per protezione, il ripristino delle missioni umanitarie di soccorso in mare e la garanzia che i migranti intrappolati in Libia possano essere difesi dalle scorrerie delle milizie armate e dai trafficanti, spesso sotto la stessa bandiera. Altro che collusione con le ONG.

Se non sarà possibile fare valere i diritti dei migranti internati nei centri di detenzione libici, per effetto delle frontiere liquide del Mediterraneo, frontiere sulle quali si sta perdendo l’anima costitutiva dell’Unione Europea, e la dignità di un intero paese, continueremo certo nel lavoro di denuncia e di documentazione, perchè, come successo in passato, ritornerà un tempo in cui si potranno stabilire le responsabilità di politiche, e prassi conseguenti, che si configurano come veri e propri crimini contro l’umanità.


Questo il Comunicato di Medici Senza Frontiere di martedì 21 novembre

Condanniamo con forza la decisione delle autorità giudiziarie italiane di sequestrare la nave Aquarius per presunte irregolarità nello smaltimento dei rifiuti di bordo. Una misura sproporzionata e strumentale, tesa a criminalizzare per l’ennesima volta l’azione medico-umanitaria in mare.


Questa la mappa dei centri di detenzione in Libia e la situazione delle persone che vi sono rinchiuse. Anche di quelle persone intercettate in mare dalla Guardia costiera di Tripoli e rigettate nelle stesse strutture detentive dalle quali erano riusciti a fuggire. E non ci vengano a raccontare che in questo modo combattono i trafficanti, che stanno continuando a lucrare sugli sbarramenti alle frontiere e sulla totale assenza di canali legali di ingresso in Europa. Il problema della sicurezza delle persone intercettate in mare e riportate in Libia non si risolve offrendo qualche saponetta allo sbarco.

“Libya continues to be a transit point for departure from North Africa towards Europe. UNHCR’s interventions at disembarkation points in Libya focus on the provision of life-saving assistance and protection monitoring, to identify persons in need of international protection, as well as vulnerable individuals, such as unaccompanied and separated children, elderly, medical cases, women at risk or victims of trafficking. UNHCR through its partner International Medical Corps provides medical services and core relief items. In addition, UNHCR rehabilitated WASH facilities at six disembarkation points, in Azzawya, Tripoli (3), Tajoura (Al Hamidiyah) and Alkhums”.


Questa la suddivisione dei campi di azione della cosiddetta Guardia Costiera libica, dove si trova davvero la Centrale di coordinamento (JRCC) definita “congiunta” e quanto dipende dalle segnalazioni delle numerose unità militari europee operanti nelle acque internazionali a nord della Libia ?


E questi invece sono i cd. disembarkation points nei quali vengono portati i migranti intercettati in alto mare dalla cd. Guardia costiera “libica”. In realtà la situazione oggi è molto fluida, anche per i continui movimenti sul territorio delle milizie, e sembra che gli sbarchi a Tripoli, siano fortemente diminuiti, dopo la partenza della nave Caprera della missione italiana Nauras, di stanza per sei mesi nel porto militare di Abu Sittah.

Fulvio Vassallo Paleologo

20/11/2018 Associazione Diritti e Frontiere

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