ELEMENTI PER UN’ANALISI CRITICA DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

di Elio Limberti *

A proposito dell’esito del referendum sulla giustizia ritengo sia utile compiere un salto di qualità nell’analisi della vittoria del NO allo stravolgimento degli assetti costituzionali della magistratura. Il voto ci dice che il 54% dei votanti non desidera cambiare l’assetto attuale del governo della magistratura. Dare un significato più ampio o, addirittura, diverso al voto espresso va a danno della correttezza d’analisi. Allo stesso tempo il voto mette in evidenza che il 46% dei votanti concorda con il desiderio di porre la magistratura sotto la diretta tutela dell’esecutivo.

Quest’ultimo dato merita un’attenzione specifica. Che i votanti il SI’ concordino con una fascistizzazione dello Stato è senz’altro un’espressione eccessiva e da rigettare ma, contemporaneamente, occorre prendere atto che quasi la metà dei votanti plaude ad una volontà autoritaria, che condivide una visione del tutto autoritaria dello Stato. In altri termini, 12 milioni e mezzo di italiane/i non si oppongono ad una drastica riduzione della libertà costituzionale. Quest’ultimo dato è davvero il centro di un’analisi che sarà doveroso compiere da parte di tutti. Questi elettori non sono certo tutti fascisti ma rappresentano innegabilmente la base su cui può poggiare seriamente un tentativo di marca autoritario/repressiva da parte delle compagini politiche che governino lo Stato. Alle ultime elezioni politiche del 2022, la somma di FdI, Lega e FI ha raggiunto un risultato molto simile: 12 milioni di voti. Mentre l’analisi politica di quel risultato elettorale poneva l’accento sulla tendenza a destra dell’elettorato in chiave restauratrice su cui si potevano sommare una quantità x di votanti delusi dal governo precedente, l’esito referendario dice chiaramente che oltre 12 milioni di italiani/e non si opporrebbe ad una guida autoritario dello Stato. Un ventre molle su potrebbe poggiare con sicurezza qualsiasi progetto autoritario e anticostituzionale per ulteriori restrizioni al tasso reale di democrazia di oggi, già gravemente danneggiata dalle leggi elettorali e dalle norme repressive.

Veniamo ora all’entusiasmo che a sinistra ha accolto l’esito referendario. Pur condividendo la soddisfazione per aver sventato un così grave attacco all’assetto democratico, non penso sia possibile né lecito rovesciare questo esito in chiave di possibili adesioni elettorali ai partiti della sinistra e del centro-sinistra. Impossibilità data dallo scarto notevole fra i votanti al referendum e i votanti alle precedenti elezioni politiche. Scarto che dice chiaramente che ai seggi si sono recate persone che in precedenza si erano astenute dal voto politico.

Qui occorre fare chiarezza sulla differenza della natura dei diritti civili e delle garanzie costituzionali da una parte e delle preferenze politiche dall’altra. Nulla dice che la quota differenziale tra elettori politici e votanti il referendum sia disponibile al prossimo voto politico. Invocare l’avvenuta mobilitazione di coscienze grazie alle mobilitazioni relative alla solidarietà internazionale, vedi verso la Palestina, predicendo che tale maggiore coscienza si riverserà su prossimo voto politico a sinistra è pura demagogia e neppure della migliore qualità.

Se è doveroso distinguere la sinistra dal centro-sinistra, è altrettanto doveroso distinguere tra sinistra del centro-sinistra e sinistra d’opposizione o alternativa che dir si voglia. Nella proiezione sul versante elettorale abbiamo quindi tre distinti targets: centro-sinistra, sinistra del centro-sinistra, sinistra d’alternativa.

La base elettorale del centro-sinistra, ergo il PD, si rifà grossolanamente ad una visione debolmente riformista ma anche attenta al governo dello statu quo sociale quale garanzia contro ogni sovversione. Sostanzialmente funge da supporto alle esigenze del capitale nella gestione della società e vede coincidere gli interessi del capitale con gli interessi di Stato, vedi la posizione del PD verso la guerra in Ucraina, verso la NATO, verso Israele, verso gli USA.

Gli elettori della sinistra del centro-sinistra (leggi AVS) penso siano accomunati dal desiderio di “tirare” a sinistra un centro-sinistra che in nulla vuole caratterizzarsi come sinistrorso. Una funzione decorativa che placa le coscienze e che cerca negli anfratti della politica le possibilità di strappare qua e là qualche punto a proprio favore ma con la certezza che i reali contenuti della sinistra (uguaglianza sociale, dignità del lavoro per tutti, diritto alla salute per tutti, diritto all’istruzione per tutti, diritto alla casa per tutti) rimangano estranei ai risultati dell’azione politica. Tuttavia, questa modalità politica paga in termini di immagine: passaggi televisivi, incasso di finanziamenti elettorali che sono indispensabili per mantenere la struttura di partito e garantire altra visibilità alla comunicazione politica. Ciò ripaga evidentemente i medesimi suoi elettori, paghi delle dichiarazioni roboanti dei leader di AVS pur in assenza di ogni risultato evidente dell’azione politica. Non vedo come cittadine/i che non hanno votato prima, debbano correre a votare AVS domani: a fronte di quale causa dovrebbero cambiare abitudine al non voto? Altro è ipotizzare che AVS possa domani rastrellare nuovi voti da votanti scontenti delle contraddizioni del PD o da quella esigua frangia di voti dispersi, vedi su tutti i votanti PRC e/o di altre formazioni improvvisate cui il PRC ha aderito che, volendo votare, non vogliano più che il proprio voto venga considerato fra i dispersi (meccanismo del voto utile). In questo caso non c’è incremento dei votanti ma solo travasi di voto da uno schieramento all’altro.

Perché votare a sinistra? Solo la volontà di rovesciare l’ordine esistente (la struttura della società, quindi) a favore di un’organizzazione per una sociale migliore, ugualitaria e solidale può giustificare razionalmente questo voto. Sicuramente vi è anche una componente fortemente ed esclusivamente ideologica ma credo sia minoritaria rispetto alla richiesta razionale. La volontà di cambiamento sociale, però, si nutre del conflitto sociale, in assenza di questo langue e tende al disimpegno o al nichilismo. Solamente nel conflitto sociale si crea la coscienza di alterità dalla norma e l’incompatibilità con l’ordine esistente, da non confondersi con le richieste di diritti civili. Senza questa componente, il rifugio nel confronto puramente ideologico-identitario è quasi d’obbligo. La sinistra, in quanto tale, in quanto incompatibile con l’ordine esistente, non può sperare di crescere sul terreno elettorale fine a sé stesso. Può solo farsi motore di agitazione sociale per facilitare la ripresa della conflittualità sociale poiché solamente in quella dimensione trova giustificazione di sé stessa. Solo all’interno della crescita del conflitto esiste un senso logico al voto a sinistra. Facendosi promotore del conflitto sociale, il partito può essere riconosciuto come “utile” alla parte soccombente la società. Questo è l’esclusivo terreno di crescita della sinistra che si ponga come alternativa al centro destra e al centro sinistra.

Immaginare di catturare l’attenzione elettorale di quanti non si riconoscano negli altri partiti solo sulla base di una decantata “alterità” significa auto-ingannarsi per poter procedere nella strada dell’abitudine a una militanza fine a sé stessa e non mirata alla crescita del conflitto sociale. Una militanza autoriflessiva di squisito stampo identitario.

Occorre chiarirsi sulla differenza abissale tra la sensibilità etico-morale verso le ingiustizie e il posizionamento politico della medesima sensibilità. Nulla dice che l’individuo sensibile all’olocausto palestinese o verso gli orrori della guerra sia anche spinto al voto verso un partito che si presenti come “di sinistra”. Soprattutto se lo stesso partito è “sparito” dai territori, dai conflitti latenti o meno che il territorio esprime. Solo sapendo legare tra loro le contraddizioni materiali di vita della classe dei lavoratori (e dei non-lavoratori forzati: i disoccupati) e la solidarietà internazionale si è autorizzati a sperare in una crescita della sinistra di classe. E’ nel conflitto sociale reale, contingente, che la sensibilità etico-morale trova lo spirito politico.

La sensibilità etico-morale porta di per sé il senso di alterità dalla realtà, considerata inaccettabile, porta facilmente così al rifiuto della politica, giudicata colpevole dello statu quo e no certamente come risolutrice delle contraddizioni dello stato presente delle cose.

I non-elettori del 2022 sono stati ca. 19 milioni, il 36,1%; gli astenuti del 2018 sono stati il 27%. Nell’assenza di mutamenti radicali del quadro politico e nella pressoché assenza di conflitto sociale, quale potrebbe essere il motivo per cui alle prossime elezioni politiche il dato sugli astenuti dovrebbe diminuire a favore di chicchessia?

Mi pare chiaro che la sinistra non possa pretendere di attingere a nuovi voti verso gli astenuti, a meno che non si faccia artefice di nuovo conflitto sociale. Ma, per poter ritornare sul territorio e agire proficuamente deve dismettere gli abiti ideologici che vengono percepiti come identitari e farsi promotrice di conoscenza del tessuto sociale reale. Il vecchio strumento dell’inchiesta è qui indispensabile sia per conoscere gli attori reali dell’eventuale conflitto, sia come modalità di approccio e di ri-territorializzazione, in altre parole: farsi popolo, farsi classe. Da qui ogni possibile crescita all’interno del conflitto, percepita come “utile” dalla classe di riferimento, i lavoratori.

Immaginare compagini nate dall’assemblaggio di infiniti collettivi solipsistici con realtà organizzate come il PRC e/o PaP e credere che questo sia sufficiente per superare le soglie elettorali da qui ad un anno o poco più significa credere nelle fole, è null’altro che la trasmutazione idealistica del desiderio in realtà.

*Collaboratore del mensile Lavoro e Salute

27/3/2026 2026

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