Energia in guerra, Europa e Italia in crisi
di Leopordo Nascia
Di fronte al blocco di Hormuz e alla spirale rialzista, l’immobilismo del governo italiano, che ha ridotto solo temporaneamente le accise, rischia di lasciare il Paese in balia degli eventi. Misure da prendere ci sarebbero, come porre un tetto al prezzo del gas, potenziare le rinnovabili, il modello iberico.
La guerra in Iran sta rimettendo l’Europa e l’Italia davanti a una verità che nel 2022 avevamo già pagato carissima: il nostro sistema energetico è troppo esposto alle logiche della finanza, che amplificano le ingiustizie e indeboliscono la competitività delle imprese. Basta che si alzi la tensione in Medio Oriente perché petrolio e gas tornino a correre, aprendo la strada a una nuova ondata inflazionistica scaricata sulle famiglie. Non è un incidente. È il risultato di un sistema costruito male e difeso peggio. La catena tra rialzo del petrolio, aumento dei carburanti, rincaro del GNL, il gas liquefatto, e delle bollette dell’energia elettrica e del gas sta esponendo il Paese a una nuova fiammata inflazionistica che culminerà con la fine delle risorse del PNRR e con il rischio di una nuova stagflazione a scapito dei cittadini.
Lo Stretto di Hormuz non è la principale via diretta di approvvigionamento del gas europeo. Ma proprio per questo ciò che sta accadendo è ancora più rivelatore. Da quel passaggio transita quasi il 20% del commercio mondiale di GNL, e nel 2025 quasi il 90% di quei volumi era destinato all’Asia. Per l’Europa il rischio non è tanto restare subito senza gas, quanto essere trascinata in una competizione globale più feroce per i carichi disponibili: le gasiere vanno dove si paga di più, i noli salgono e la finanza trasforma l’instabilità in rendita. Nel frattempo l’immobilismo del governo italiano, che ad oggi ha ridotto solo temporaneamente le accise sui carburanti, rischia di lasciare il Paese inerme, in balia degli eventi, perché non in grado di interrompere la catena negativa che deriva dal rialzo del petrolio.
I problemi scaturiscono dalla politica europea, che non ha voluto, alla prova dei fatti, andare oltre la retorica della sicurezza energetica “riconquistata”.
Sostituire il gas russo con il mercato globale del GNL ha significato spezzare una dipendenza per costruirne un’altra, meno visibile ma non meno rischiosa: prezzi e approvvigionamenti ora dipendono molto di più da rotte marittime, tensioni geopolitiche, noli, dazi, concorrenza globale e dai rapporti sempre più tesi con l’ex alleato a stelle e strisce. Inoltre l’Unione Europea ha preferito lasciare intatto il cuore del problema, ovvero difendere il primato del prezzo di mercato anche quando quel prezzo smette di riflettere i fondamentali fisici e incorpora la speculazione. Lo stesso price cap europeo sul gas è stato in realtà un’arma spuntata, fissato a un livello dei prezzi così alto da non doverlo mai attivare. Specialmente oggi il TTF (Title Transfer Facility), il benchmark europeo del gas, viaggia con quotazioni intorno ai 59 €/MWh: siamo sotto il picco dei 300 €/MWh dell’agosto 2022, ma con la prospettiva di rialzi continui nelle prossime settimane e ancora assai lontani dalle tutele del price cap.
Il TTF è un mercato in cui trading e finanza contano anche più dei flussi fisici di gas. Basta scorrere l’elenco delle ragioni sociali degli utenti del TTF, almeno di quelli che hanno accettato di rendere pubblica la propria identità, per cogliere quanto sia forte la componente speculativa.
Non è un caso che l’aumento dei volumi scambiati dopo il 2022 non abbia corrisposto a un analogo aumento del gas fisico disponibile in Europa, ma sia stato alimentato soprattutto da più trading e più finanza. Il TTF resta poco trasparente ed è oggi ancora più finanziarizzato anche per la debolezza dell’azione politica europea, legata all’ideologia del mercato, da non contaminare con interventi diretti anche quando devasta l’economia reale e scarica i costi sulle famiglie.
Se il benchmark del gas è un’infrastruttura decisiva per tutta l’economia europea, non può essere lasciato alla sola logica della finanza e l’Unione Europea dovrebbe intervenire rapidamente per garantire obblighi di trasparenza sugli operatori e strumenti automatici credibili di contenimento dei rialzi nelle fasi di stress.
Anche i governi italiani si sono mossi dentro questo schema. Draghi ha affrontato lo shock del gas soprattutto come un’emergenza di prezzi, intervenendo con bonus, tagli degli oneri e sostegni fiscali per contenere l’impatto immediato su famiglie e imprese. Meloni ha invece puntato di più sulla diversificazione delle forniture e sui rigassificatori, rallentando però sulle rinnovabili e intervenendo tardi su carburanti e bollette. Due approcci diversi, ma con lo stesso limite: nessuno dei due ha rotto davvero il meccanismo che trasferisce gli shock energetici alle famiglie.
Lo si vede anche nella politica dei rigassificatori. L’Italia dispone ormai di una capacità di rigassificazione pari a quasi la metà del consumo annuo di gas, un livello molto elevato per un Paese che può contare anche su numerosi gasdotti. Ma la strategia si è concentrata sugli approdi, trascurando un anello decisivo della filiera del GNL: le gasiere. In ogni crisi i noli aumentano e le navi si dirigono dove il gas viene pagato di più. Per questo, accanto ai rigassificatori, avrebbe avuto senso rafforzare anche il controllo pubblico sulla logistica marittima, ad esempio con l’acquisto di alcune metaniere.
Il mercato italiano del gas non è affatto autonomo: quando il TTF sale, il PSV, cioè il mercato all’ingrosso italiano, gli va subito dietro, e così ogni tensione del mercato europeo arriva rapidamente anche nelle bollette italiane. Nel 2024, secondo di ARERA, il prezzo medio è stato di 34,4 €/MWh al TTF e di 36,7 €/MWh al PSV: segno che l’Italia non solo subisce gli shock europei, ma finisce spesso per pagarli più della media.
La fragilità italiana deriva anche dal fatto che il gas continua a pesare molto nella produzione elettrica. È vero che le rinnovabili, secondo i dati del GSE (Gestore dei Servizi Energetici), sono cresciute fino a coprire il 51,83% dell’energia elettrica immessa in rete nel 2024, ma il gas naturale vale ancora il 42,01% e, sommando carbone e prodotti petroliferi, i fossili arrivano complessivamente al 44%. Nel 2022 i fossili pesavano addirittura il 58,16%, con il solo gas al 48,66%: il progresso c’è stato, ma non basta ancora a spezzare la dipendenza strutturale dell’Italia dal prezzo del gas.
Il meccanismo italiano di formazione dei prezzi, attraverso il PUN — il prezzo unico nazionale — lascia trasferire i rincari del gas nelle bollette elettriche perché il prezzo finale dell’elettricità di ogni giorno viene fissato dall’ultima tecnologia necessaria a coprire la domanda, spesso a gas o petrolio: tutta l’energia, anche quella prodotta a costi più bassi, si paga al prezzo della fonte più cara. Nonostante la quota di energie rinnovabili sia cresciuta nel mix elettrico superando il 51% nel 2024, la bolletta elettrica rimane esposta al prezzo del gas, come se le rinnovabili non esistessero.
Il prezzo marginale nel PUN nasce per ordinare gli impianti in base al costo e garantire un prezzo unico per ogni ora. Ma in un sistema in cui il gas resta spesso la fonte marginale, finisce per scaricare su tutta l’elettricità il costo della tecnologia più cara, anche quando oltre metà della produzione arriva da fonti rinnovabili. È qui che pesa l’assenza di correttivi veri. Una possibile soluzione è il modello iberico sperimentato da Spagna e Portogallo nel 2022: mantenere il mercato elettrico, ma introdurre un tetto al prezzo del gas impiegato nella generazione, così da attenuare la trasmissione dei picchi del gas alle bollette. Non è una misura perfetta, perché richiede compensazioni e gestione pubblica, ma dimostra che il legame tra gas ed elettricità può essere corretto senza lasciare famiglie e imprese in balia del mercato.
Le soluzioni per ridurre l’impatto della crisi esistono e non si esauriscono certo nel modello iberico. La prima è accelerare davvero la transizione verso le rinnovabili, le uniche fonti che possono ridurre in modo strutturale la nostra dipendenza dalle crisi energetiche globali. Questo percorso non passa solo dalla costruzione di nuovi impianti, ma anche dal repowering di quelli esistenti. Questa è la misura più rapida: aumenta la produzione senza nuovo consumo di suolo, sfrutta connessioni già esistenti o più facilmente potenziabili e valorizza infrastrutture già inserite nel sistema, a partire dalle migliaia di centrali idroelettriche spesso assai obsolete. Pur disponendo della leva delle concessioni, i governi non riescono a imporre ai gestori obblighi stringenti di investimento, ammodernamento e aumento della capacità produttiva, pena il mancato rinnovo o l’assegnazione ad altri soggetti.
Sulle bollette elettriche vanno ristabilite condizioni di tutela per gli utenti, con una semplificazione dei costi sul modello del mercato della telefonia mobile.
Quanto alla finanziarizzazione del mercato del gas, cioè del TTF, una misura radicale ma rivelatrice sarebbe imporre agli operatori che vi partecipano l’obbligo di dimostrare capacità effettiva di ritiro e stoccaggio del gas. In un colpo solo verrebbe ridimensionata una parte importante dell’attività puramente finanziaria che oggi pesa sulla formazione dei prezzi. È una provocazione, certo, ma serve a mostrare il punto essenziale: per riportare il mercato del gas verso l’economia reale bisogna tornare a premiare chi produce, trasporta e utilizza energia, non chi specula sulla sua volatilità.
Il problema non è avere usato troppo poco mercato o troppo poco Stato. Il problema è avere affidato a un mercato di breve periodo il governo di un bene strategico. La nuova crisi sta mostrando, ancora una volta, il prezzo di questa fede ideologica nel mercato anche quando non funziona.
Il rischio vero è che noi siamo di fronte alla prima fiammata dei prezzi del petrolio e del gas. Se la crisi in Medio Oriente dura o si allarga, l’Europa può entrare in un regime di energia strutturalmente più cara. In un sistema in cui i salari recuperano lentamente l’inflazione, questo significa una redistribuzione regressiva del reddito: meno potere d’acquisto per lavoratori e famiglie, più rendite per i segmenti forti della filiera energetica e finanziaria. Proprio per scongiurare tale evenienza il governo italiano non si deve limitare al taglio delle accise ma dovrebbe fare scelte chiare e a favore delle famiglie, quello europeo dovrebbe superare la subordinazione al mercato che caratterizza da anni le sue politiche economiche prima di trovarsi a gestire una nuova crisi che veramente potrebbe sferrare un colpo mortale alla costruzione europea, già sotto attacco quasi ogni giorno dagli ex alleati americani e dalla Russia di Putin.
23/3/2026 https://sbilanciamoci.info










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