Escalation globale, crisi del diritto internazionale e militarizzazione del discorso pubblico. Siamo già dentro un conflitto globale che va fermato
C’è sempre un momento, prima di ogni guerra, in cui le parole cambiano funzione. Non servono più a comprendere la realtà ma a renderla accettabile. È in quel passaggio quasi invisibile che la violenza diventa pensabile.
L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran è stato accompagnato dal lessico consueto: “difesa preventiva”, “minaccia esistenziale”, “risposta necessaria”, “obiettivi legittimi”. Il presidente Donald Trump ha parlato di pace come esito dei bombardamenti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha evocato la liberazione dal regime.
La guerra non si presenta mai come aggressione. Si presenta come risposta. Ogni attacco è una reazione. Ogni escalation è una necessità. Ma questa necessità è costruita.
L’architettura retorica della guerra
Ogni conflitto moderno viene introdotto da una struttura narrativa che si ripete quasi identica.
La guerra è anzitutto un atto di liberazione. Non si attacca: si salva un popolo. Il nemico è descritto come incarnazione del male, un tiranno sanguinario, una minaccia assoluta. In questa cornice, la questione del diritto internazionale o delle conseguenze geopolitiche diventa un dettaglio tecnico.
Poi arriva l’argomento morale più potente: la difesa delle donne, dei bambini, delle minoranze. È un dispositivo efficace perché mobilita un sentimento autentico e lo converte in legittimazione militare. È accaduto in Afghanistan. Riemerge oggi quando si suggerisce che i bombardamenti possano aprire la strada alla libertà delle iraniane. Ma nessuna emancipazione nasce sotto le bombe.
Segue la dimensione identitaria: la guerra come riaffermazione di grandezza. “Rendere di nuovo grande” una nazione, dimostrare forza, ristabilire prestigio. La competizione per le sfere di influenza si trasforma in missione storica.
Intanto si prepara il racconto del sacrificio. I morti diventano eroi. Il linguaggio epico sostituisce l’analisi politica. Il dolore viene sublimato in patriottismo.
La guerra, inoltre, sarà breve. Ogni conflitto viene annunciato come rapido, chirurgico, risolutivo. È l’illusione ricorrente della vittoria immediata, che ignora sistematicamente ciò che segue: destabilizzazione, radicalizzazione, terrorismo, nuove guerre.
Infine, si restringe il campo del dissenso. Chi dubita è accusato di ingenuità o di complicità con il nemico. Il dubbio morale viene delegittimato prima ancora che discusso.
È così che la guerra diventa accettabile: non perché sia inevitabile, ma perché il linguaggio ha già ridotto lo spazio dell’alternativa.
Il mito del “cambio di regime”
La storia recente del Golfo dovrebbe aver insegnato prudenza. Dal conflitto Iran-Iraq del 1980 alla guerra del 1990-91, fino all’invasione americana dell’Iraq nel 2003, ogni intervento è stato presentato come decisivo e liberatorio. Ogni volta si prometteva stabilità. Ogni volta si è prodotto l’opposto.
In Afghanistan, dopo vent’anni di occupazione occidentale, i taleban sono tornati al potere. In Iraq, la caduta di Saddam ha aperto un ciclo di guerra civile, milizie settarie e ascesa dell’Isis. Nessuno di quei conflitti ha generato una democrazia stabile.
Perché dovrebbe accadere oggi in Iran?
Il popolo iraniano non è un soggetto passivo in attesa di missili occidentali. I movimenti di protesta, dal 2009 fino al “Donna, vita, libertà”, sono nati dall’interno della società. Le donne che hanno sfidato il regime non lo hanno fatto su invito di Washington o Tel Aviv.
Ogni aggressione esterna rischia invece di rafforzare la repressione interna. La minaccia esterna compattala società attorno al potere. Il nazionalismo diventa un collante.
Geopolitica, risorse, sfere di influenza
Per l’amministrazione americana, l’Iran appare come l’anello più vulnerabile di un blocco instabile tra Cina e Russia. È membro dei BRICS, collabora con Mosca, commercia con Pechino, ma non è un alleato strategico pienamente integrato. È un nodo fragile in una competizione globale per influenza e risorse.
L’Iran è centrale anche dal punto di vista energetico. Lo stretto di Hormuz è uno snodo vitale del commercio mondiale di petrolio. In caso di chiusura, le conseguenze sarebbero immediate e globali. L’Europa, marginale diplomaticamente, scoprirebbe la guerra attraverso l’impennata dei prezzi.
La retorica dell’“intervento giusto” oscura questa dimensione materiale. Ma la storia delle guerre del Golfo racconta altro: non la diffusione della democrazia, bensì la riorganizzazione delle gerarchie regionali e il controllo delle risorse.
Diritto internazionale e torsione interna
Secondo l’inchiesta di The Intercept, diversi esperti di diritto hanno messo in dubbio la legittimità dell’operazione sul piano della Carta dell’ONU e della War Powers Resolution statunitense. Quando la guerra si sgancia dai limiti giuridici e dal controllo parlamentare, non resta confinata all’esterno.
La retorica della sicurezza può diventare giustificazione per restringere libertà civili, per invocare poteri straordinari, per normalizzare l’emergenza permanente. La linea tra guerra esterna e disciplina interna è sottile.
Se la violenza viene resa inevitabile nel discorso pubblico, anche il diritto perde forza normativa e diventa linguaggio rituale.
Non è una crisi regionale. È un conflitto sistemico
Non siamo davanti a un episodio isolato. Non è una “fiammata”. Non è un’operazione circoscritta. Siamo dentro una dinamica di conflitto che attraversa più teatri — Medio Oriente, Ucraina, Mar Rosso, Indo-Pacifico — e che intreccia competizione energetica, ridefinizione delle sfere di influenza, crisi del diritto internazionale e torsioni autoritarie interne.
Quando potenze nucleari agiscono fuori dai vincoli multilaterali, quando il linguaggio della “difesa preventiva” diventa prassi, quando il dissenso viene delegittimato come complicità con il nemico, non siamo più in una normale fase di tensione geopolitica. Siamo dentro una transizione violenta dell’ordine mondiale. E questa transizione non riguarda solo i governi. Riguarda le società.
La guerra non si combatte solo con missili e droni. Si combatte nella trasformazione delle economie, nella militarizzazione della spesa pubblica, nella normalizzazione dell’emergenza, nella costruzione del nemico interno, nella compressione dei diritti. Si combatte quando il linguaggio bellico entra nel lessico quotidiano e sostituisce quello della mediazione.
Per questo la risposta non può essere soltanto diplomatica. Deve essere politica e culturale.
Se la guerra comincia nel linguaggio, la resistenza deve cominciare dal rifiuto del linguaggio che la rende inevitabile. Significa disertare le parole della necessità, della grandezza, della vendetta. Significa rifiutare la retorica della liberazione tramite interventi imperialistici. Significa chiamare le cose con il loro nome: aggressione, distruzione, dominio.
Ma non basta.
Serve un movimento capace di boicottare la guerra nelle sue forme concrete: nella produzione, nelle complicità economiche, nelle narrazioni mediatiche, nelle scelte politiche. Un movimento che tenga insieme opposizione alla guerra esterna e difesa delle libertà interne. Che rifiuti il ricatto tra sicurezza e diritti. Che non accetti il falso dilemma tra dittatura e bombardamento.
Siamo già dentro un conflitto di portata mondiale. Fingere che sia una crisi lontana è una forma di autoinganno.
La domanda non è più se la guerra ci riguarda. Ci riguarda già.
La domanda è se vogliamo continuare a parlare la lingua che la giustifica — o iniziare a costruire quella che la rende impraticabile.










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