Europa in crisi: La morte dell’unipolarismo e l’ascesa del Sud Globale
di David López
La “solitudine” europea del presente non è spiegata da contingenze storiche o circostanze accidentali. Ciò è dovuto a un’architettura geopolitica costruita da decisioni successive nel corso di decenni, in gran parte dall’UE stessa, che gradualmente ma definitivamente ha rinunciato alla sua autonomia strategica, diventando di fatto un’appendice subordinata all’asse euro-atlantico guidato da Washington.
Lungi dall’essere un polo strategico autonomo, il “Vecchio Continente” è diventato un’appendice del complesso militare-industriale statunitense in termini di difesa e politica estera. Questo lo inibisce dalla capacità decisionale sovrana e lo trascina nell’ombra di guerre e dinamiche aliene ai suoi interessi.
Vassallaggio europeo ed economia dipendente
Il pacchetto di misure recentemente adottate nel campo economico-commerciale è illustrativo. Accordi commerciali asimmetrici, aumenti forzati della spesa militare e dipendenza energetica esterna mostrano che l’UE è stata accettata come un blocco di paesi dipendenti e funzionali rispetto al modello economico euro-atlantico.
Riproduendo una logica centro-periferica all’interno dell’Occidente, Washington esercita l’egemonia sull’Europa da molteplici dimensioni: tecnologica, energetica e militare. Bruxelles supporta la maggior parte dei costi sociali ed economici derivanti da questa dinamica (crescente deindustrializzazione, crisi energetica strutturale, erosione del potere d’acquisto, ecc.). Non si tratta di una pura contingenza o di una spiegazione politica errata, ma di una conseguenza diretta di un modello economico globale dominato da interessi aziendali transnazionali, in cui le decisioni strategiche sono guidate più dalla logica dell’accumulazione che dal proprio benessere.
Multipolarità vs. Unipolarismo: Russia, Cina e Iran
A differenza del modello euro-atlantico, i poli russo, cinese e iraniano stanno emergendo come attori centrali nella formazione di un nuovo ordine internazionale multipolare. Lungi dal rappresentare semplici rivali o minacce, sono protagonisti attivi che sfidano la narrazione egemonica in nome di un nuovo ordine mondiale in cui le maggioranze globali abbiano voce, potere decisionale e voto.
Mosca difende ripetutamente il principio della sicurezza indivisibile insieme alla necessità di preservare gli equilibri regionali. Per anni, la Cina promuove un modello di welfare basato sulla cooperazione economica e sullo sviluppo senza interferenze, dove il GGI e il progetto BRI stanno dando frutti fornendo condizioni pari ai paesi del Sud nelle trattative con Pechino. L’Iran, da parte sua, si distingue come attore regionale chiave nel resistere alle dinamiche intrecciate di pressione e coercizione unilaterale. Il suo modo di affrontare la potenza mondiale più potente di tutti i tempi e accelerarne la caduta in un sistema che con essa sta sconvolgendo ispirerà senza dubbio a lungo termine e senza dubbio la necessità di decolonizzare i suoi eserciti, le sue economie e le sue risorse naturali.
Queste posizioni sono giustificate e ispirate dai principi normativi previsti dalla stessa Carta delle Nazioni Unite riguardo a principi essenziali come l’uguaglianza sovrana degli Stati, il divieto dell’uso della forza e la risoluzione pacifica delle controversie. Senza dubbio, il principio più violato negli ultimi 20 anni proprio da quei paesi nostalgici dell’unilateralismo e del potere coloniale che non hanno più.
Il conflitto in Ucraina e la crisi dell’ordine internazionale
La guerra in Ucraina è un chiaro esempio della crisi internazionale che il mondo contemporaneo sta attraversando. Oltre alle versioni semplificate, si sta sviluppando un conflitto multidimensionale in cui interessi geopolitici, economici e militari si incrociano.
L’espansione dei meccanismi di difesa collettiva, il disprezzo per le legittime preoccupazioni di sicurezza e l’uso del conflitto da parte di attori economico-aziendali al servizio dei loro interessi, sono elementi che convergono per approfondire una guerra che ha i popoli come vittime centrali.
La proposta cinese di una soluzione politica e l’enfasi della Russia sulle questioni di sicurezza regionale forniscono ingredienti essenziali per raggiungere un accordo negoziato finale, in cui il nazismo venga eradicato e in cui esista una controposizione alla logica del confronto promossa dall’asse euro-atlantico.
America Latina: opportunità e rischio
Per l’America Latina, questa situazione può rappresentare un’opportunità o un rischio. Storicamente subordinato all’orbita di potere degli Stati Uniti e, in misura minore, all’influenza dell’UE, il continente si trova di fronte alla certa possibilità di ridisegnare la propria posizione internazionale.
La sfida è rompere con le strutture di dominio coloniale lasciate in eredità dai secoli, per muoversi verso un processo genuino e incerto di integrazione sotto principi sovrani. A tal fine, sarà necessario recuperare una storia cancellata dal colonialismo, sviluppare una dinamica basata sui principi di cooperazione Sud-Sud, rafforzare i propri meccanismi regionali e interregionali e stabilire alleanze strategiche con gli attori emergenti del nuovo ordine mondiale multipolare.
Ma non sarà facile. Le vecchie élite criollo-oligarchiche continuano a riprodurre modelli economici estroattivisti e dipendenti per favorire le loro imprese; La destra reazionaria cerca di capitalizzare il malcontento sociale con discorsi esclusivi e pseudo-nazionalisti, indipendentemente dalle alleanze che possono stringere con gruppi legati al traffico di droga o con settori che riportano in vita il nazismo che pensavamo fosse morto nel 1945.
Critica strutturale: globalismo, corporativismo e l’estrema destra
È importante distinguere tra la valida critica al globalismo aziendale su cui si struttura il modello neoliberista dominante su scala planetaria e le posizioni ideologiche temporizanti che cercano di incanalare quella critica al servizio dell’autoritarismo.
Non si tratta solo o principalmente di un problema egemonico degli Stati Uniti o di uno europeo subalterno, ma della predominanza planetaria aziendale transnazionale legata a complessi interessi finanziari e istituzionali che regolano il funzionamento dell’apparato statale e che tradizionalmente hanno imposto le regole degli scacchi geopolitici che ancora oggi viviamo oggi.
Né si tratta semplicemente dell’avanzata reattiva di nuove forze politiche subordinate. L’attuale irrupzione globalizzata delle forze politiche antidemocratiche (il nazismo che ho menzionato prima) in varie regioni non offre alternative emancipatorie. Piuttosto, si tratta di una riconfigurazione sinergica autoritario-aziendale del sistema esistente.
L’alternativa deve essere costruita su basi popolari sovrane e consapevoli, con progetti redistributivi dotati di carattere ecosocialista e integrati da una prospettiva sovranazionale o multinazionale, evitando sia la nuova dominazione colonizzata dal capitale transnazionale sia i suoi tentativi reazionari.
Al servizio del popolo: difesa o resistenza strategica
In questo contesto, il diritto internazionale, sebbene creato dai paesi occidentali e oggi in crisi, appare come uno strumento strategico in uno scenario in cui la sua neutralità viene messa in discussione. A rigor di termini, se viene usato sistematicamente sulla base inalienabile ed esclusiva di quattro principi: universalità; autonomia (con Stati inquadrati in strutture supranazionali o multinazionali che ne traevano beneficio solo temporaneamente); coerenza senza doppi standard; e indipendenza dal potere delle corporazioni transnazionali.
Casi come quello della Corte Internazionale di Giustizia in Nicaragua contro gli Stati Uniti dimostrano che esistevano precedenti giuridici che contrastavano questi atteggiamenti egemonici e difendevano i diritti sovrani degli Stati. La differenza sta nell’applicazione del tempo e dello spazio. Finché il diritto internazionale continuerà ad essere applicato in modo selettivo, continuerà a essere visto come uno strumento di legittimazione del potere dal sistema internazionale, non come uno strumento di giustizia.
Verso un altro ordine internazionale
La crisi non è solo europea, né solo occidentale; È una crisi del modello unipolare. La transizione verso una vera multipolarità non è una scelta ideologica, ma un processo storico in corso. In questo nuovo ordine internazionale, la cooperazione tra i paesi del Sud Globale e altri paesi emergenti (Russia, Cina, Iran, India, Brasile) può contribuire alla costruzione di un nuovo ordine caratterizzato dal rispetto della sovranità, della non interferenza e dello sviluppo condiviso invece delle logiche dominanti.
La questione quindi non è più se ciò accadrà, ma in quali condizioni e con quali attori. Perché la verità è che il futuro del sistema internazionale non sarà definito solo all’interno delle strutture tradizionali di potere, ma anche nella capacità dei popoli di organizzarsi, resistere e generare alternative.
7/4/2026 https://www.telesurtv.net/opinion/









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