Francia, il razzismo in divisa contro gli studenti in rivolta
L’inchiesta di Mediapart denuncia violenze, insulti razzisti e umiliazioni sessiste contro minorenni fermati dalla polizia. Nelle periferie popolari la repressione assume anche una dimensione di classe e razziale.
«Adesso non dici più Allahu akbar?». È una delle frasi che, secondo le testimonianze raccolte da Mediapart, sarebbero state pronunciate da agenti di polizia nei confronti di adolescenti fermati durante la rivolta studentesca che da settimane attraversa la Francia. Una frase che, nella sua apparente semplicità, contiene una precisa forma di umiliazione: il riferimento alla religione musulmana utilizzato per colpire una persona già sottoposta al potere coercitivo dello Stato. Non siamo più soltanto davanti alle immagini delle cariche, dei lacrimogeni, degli studenti trascinati sull’asfalto o delle mutilazioni provocate dalle armi antisommossa. L’inchiesta pubblicata il 9 ottobre da Marie Turcan e Laura Wojcik porta l’attenzione su ciò che accade durante gli arresti e nelle ore successive, quando i ragazzi si trovano nelle mani degli agenti e lontano dagli sguardi delle telecamere. Le giornaliste hanno raccolto denunce di violenze fisiche, insulti razzisti e osservazioni sessiste rivolte a minorenni prima e durante la custodia di polizia. Alcuni episodi sono stati oggetto di denunce formali. Le responsabilità individuali dovranno essere accertate, ma il materiale raccolto pone una questione che supera i singoli comportamenti: quale rapporto esiste tra repressione del conflitto sociale, discriminazione razziale e controllo poliziesco delle giovani generazioni?
La vicenda di Leïla, quattordici anni, arrestata il 1° ottobre mentre la mobilitazione dei liceali si estendeva in tutta la Francia, rappresenta uno dei casi raccontati da Mediapart. Dopo la custodia di polizia, secondo la testimonianza della madre, la ragazza appariva profondamente cambiata, quasi dissociata da quanto aveva vissuto. Non è possibile ricostruire, sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, tutti i dettagli del suo fermo, ma il racconto familiare richiama l’attenzione sulle conseguenze che un’esperienza di privazione della libertà può avere su una persona minorenne. L’arresto non costituisce soltanto un provvedimento temporaneo: può rappresentare un’esperienza di intimidazione particolarmente intensa, soprattutto quando viene accompagnato, secondo quanto denunciato, da comportamenti umilianti. Il rapporto tra un adolescente e gli agenti che lo custodiscono è inevitabilmente asimmetrico. Chi viene fermato non dispone degli stessi strumenti di controllo della situazione e dipende dalle autorità per l’esercizio di diritti fondamentali, compresi l’assistenza legale, la comunicazione con i familiari e la tutela della propria integrità fisica e psicologica.
L’inchiesta di Turcan e Wojcik interviene mentre la Francia attraversa una delle più estese mobilitazioni studentesche degli ultimi anni. Le proteste sono nate soprattutto nei licei delle periferie popolari, dove la mancanza di insegnanti, il deterioramento degli edifici, l’insufficienza del personale di sostegno e le classi sovraffollate rendono sempre più evidente la distanza tra il principio repubblicano dell’uguaglianza scolastica e le condizioni concrete dell’istruzione. Gli studenti contestano anche i meccanismi di selezione che condizionano l’accesso all’università, a cominciare da Parcoursup, e una gestione dell’istruzione nella quale la responsabilità del successo o dell’insuccesso viene progressivamente trasferita sugli individui. La mobilitazione non nasce dunque da un generico rifiuto della scuola, ma dalla richiesta di poter studiare in condizioni dignitose e di non vedere il proprio futuro determinato in anticipo dalla posizione sociale della famiglia o dal quartiere nel quale si vive.
La risposta delle autorità è stata caratterizzata da un ricorso massiccio agli strumenti di ordine pubblico. Davanti ai licei si sono moltiplicati gli interventi degli agenti antisommossa, l’impiego di lacrimogeni, i fermi e gli arresti. In diverse città adolescenti hanno riportato lesioni gravissime durante operazioni di polizia, comprese mutilazioni e danni permanenti alla vista. Sono vicende sulle quali sono stati avviati accertamenti e che hanno riaperto la discussione sull’impiego delle armi antisommossa nei confronti dei minorenni. Ma le testimonianze raccolte da Mediapart mostrano un ulteriore livello del problema. Accanto alla violenza fisica denunciata dai manifestanti compare una dimensione verbale e simbolica fatta di riferimenti all’origine, alla religione e al genere. È una dimensione che rischia di rimanere invisibile quando l’attenzione pubblica si concentra esclusivamente sugli scontri di strada.
Il riferimento ad «Allahu akbar» assume in questo contesto un significato particolare. Si tratta di un’espressione religiosa utilizzata quotidianamente da milioni di musulmani, ma che nel linguaggio pubblico europeo viene frequentemente associata, attraverso una rappresentazione selettiva, al terrorismo e alla minaccia islamista. Quando un’espressione di questo tipo viene utilizzata per schernire un adolescente durante un fermo, secondo quanto denunciato, non siamo davanti a un insulto generico. L’identità religiosa reale o presunta diventa uno strumento di umiliazione. Il ragazzo non viene più trattato soltanto come una persona accusata di aver partecipato a una manifestazione o di aver commesso un determinato comportamento, ma viene ricondotto a un’appartenenza collettiva presentata implicitamente come sospetta. È precisamente questo il meccanismo della razzializzazione: trasformare caratteristiche attribuite a una persona in elementi che ne condizionano il trattamento sociale e istituzionale.
La questione non può essere separata dalla storia delle periferie francesi. Le banlieue popolari sono da decenni luoghi nei quali si concentrano disuguaglianze economiche, segregazione residenziale, discriminazioni nell’accesso al lavoro e pratiche di controllo poliziesco particolarmente intense. I giovani appartenenti a famiglie di origine nordafricana o subsahariana denunciano da tempo una maggiore esposizione ai controlli d’identità, alle perquisizioni e agli interventi coercitivi. Numerose ricerche sociologiche e indagini istituzionali hanno documentato il carattere discriminatorio di una parte di queste pratiche. Non significa che ogni agente agisca per motivazioni razziste o che ogni intervento sia discriminatorio, ma che il rapporto tra polizia e popolazioni dei quartieri popolari è attraversato da disuguaglianze strutturali che non possono essere spiegate soltanto attraverso la condotta dei singoli.
Le ricerche del sociologo Salvatore Palidda permettono di collocare queste pratiche all’interno di un processo più ampio di criminalizzazione delle classi popolari e di razzializzazione del controllo sociale. In Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale (Feltrinelli, 2000), Palidda analizza il funzionamento concreto delle istituzioni di polizia, mostrando come l’attività repressiva non sia riconducibile alla semplice applicazione neutrale della legge, ma risenta delle trasformazioni economiche, delle gerarchie sociali e delle rappresentazioni attraverso le quali vengono individuate le popolazioni considerate pericolose. Nel precedente saggio La criminalisation des migrants, pubblicato nel 1999 sulla rivista francese Actes de la recherche en sciences sociales, aveva già esaminato i meccanismi attraverso i quali immigrazione, marginalità sociale e insicurezza vengono progressivamente associate, contribuendo a legittimare pratiche selettive di sorveglianza e repressione. In questa prospettiva, il razzismo non rappresenta necessariamente una deviazione occasionale dal normale funzionamento dell’apparato poliziesco, ma può diventare una componente delle modalità attraverso le quali viene esercitato il controllo su determinati gruppi sociali. Le periferie popolari francesi costituiscono un terreno particolarmente significativo di questi processi: giovani appartenenti a famiglie immigrate, spesso già esposti a controlli d’identità e interventi di polizia, rischiano di essere considerati sospetti prima ancora che vengano accertati comportamenti illeciti. Le testimonianze raccolte da Mediapart acquistano così un significato che va oltre la denuncia dei singoli abusi. Gli insulti razzisti, le umiliazioni e le violenze riferite dagli studenti mostrano come la repressione di una mobilitazione per il diritto all’istruzione possa intrecciarsi con pratiche consolidate di discriminazione e controllo delle classi popolari. Il giovane che protesta contro le disuguaglianze scolastiche viene così esposto a un duplice processo di stigmatizzazione: come appartenente a una popolazione già sottoposta a sorveglianza e come soggetto che, attraverso il conflitto collettivo, mette in discussione l’ordine sociale esistente.
La repressione delle mobilitazioni studentesche permette di osservare come questi meccanismi possano estendersi dal controllo ordinario dei quartieri alla gestione del conflitto politico. Uno studente che partecipa a un blocco scolastico esercita una forma di protesta collettiva, sulla cui liceità concreta possono naturalmente sorgere controversie. Ma quando intervengono pratiche discriminatorie, il trattamento rischia di dipendere non soltanto dai comportamenti contestati, bensì anche dall’identità sociale attribuita al manifestante. La condizione di giovane, l’appartenenza a una periferia popolare, il colore della pelle o l’origine familiare possono concorrere a costruire una figura percepita come più pericolosa, meno credibile e meno meritevole di tutela. È il passaggio attraverso il quale la repressione del dissenso può intrecciarsi con forme preesistenti di discriminazione razziale e sociale.
Un collettivo di lavoratori dell’istruzione francese, intervenuto il 9 ottobre sulle pagine del Club de Mediapart, ha denunciato proprio questa continuità tra le pratiche istituzionali di controllo e la repressione delle proteste. Secondo il collettivo, gli studenti contestano una scuola che non soltanto seleziona e sanziona, ma tende anche a sorvegliare e disciplinare. Le violenze denunciate durante le manifestazioni vengono collocate in un quadro più ampio, nel quale razzismo, disuguaglianze di classe e rapporti di potere ereditati dalla storia coloniale continuano a incidere sul funzionamento delle istituzioni. Si tratta di una lettura politica proposta dagli autori del documento, ma che pone una questione concreta: perché la richiesta di maggiori risorse per la scuola può incontrare, soprattutto in determinati territori, una risposta fondata prioritariamente sulla presenza della polizia?
La dimensione sessista denunciata nell’inchiesta merita altrettanta attenzione. Le adolescenti fermate raccontano di aver ricevuto osservazioni umilianti legate al genere, oltre alle violenze fisiche e verbali. Anche in questo caso non si tratta semplicemente di aggiungere una categoria di offese a quelle già documentate. Il sessismo può costituire una modalità specifica attraverso la quale viene esercitato un rapporto di dominio, soprattutto quando chi lo subisce si trova in una condizione di privazione della libertà. L’umiliazione può riguardare il corpo, la sessualità, l’aspetto fisico o l’identità personale, producendo conseguenze che non sempre lasciano tracce materiali. La presenza di ragazze minorenni tra le persone che denunciano questi comportamenti rende ancora più rilevante l’esigenza di verifiche indipendenti e di garanzie effettive durante gli arresti e la custodia.
È importante soffermarsi anche sul ruolo della garde à vue, la custodia di polizia prevista dall’ordinamento francese. Si tratta di uno strumento investigativo disciplinato dalla legge e sottoposto a garanzie procedurali, che non può essere assimilato automaticamente a una condanna o a una detenzione penitenziaria. Tuttavia, il suo impiego nei confronti di adolescenti coinvolti in mobilitazioni collettive solleva questioni particolarmente delicate. Il fermo comporta l’interruzione delle relazioni ordinarie, l’allontanamento dalla famiglia e l’assoggettamento a un’autorità coercitiva. Se durante questa fase vengono pronunciati insulti razzisti o sessisti, la privazione temporanea della libertà rischia di trasformarsi in un’esperienza di intimidazione. È per questo che le denunce raccolte da Mediapart non riguardano soltanto la responsabilità disciplinare o penale degli agenti eventualmente coinvolti, ma l’effettività dei meccanismi di controllo sull’esercizio del potere di polizia.
La Francia dispone di organismi incaricati di indagare sulle condotte degli agenti, a cominciare dall’Inspection générale de la police nationale, l’IGPN. Il problema dell’indipendenza e dell’efficacia di questi controlli è tuttavia da tempo oggetto di discussione pubblica. Le associazioni per i diritti umani e i familiari delle vittime di violenze poliziesche contestano la difficoltà di ottenere accertamenti tempestivi, l’asimmetria tra le testimonianze degli agenti e quelle delle persone fermate e la scarsa trasparenza di alcuni procedimenti. Le denunce presentate dagli adolescenti coinvolti nella rivolta scolastica dovranno essere esaminate sulla base delle prove disponibili, senza anticipare conclusioni giudiziarie. Ma proprio la gravità delle accuse rende necessario che le verifiche siano effettive e che le persone coinvolte possano esercitare pienamente i propri diritti.
Un ulteriore aspetto riguarda la rappresentazione mediatica della protesta. Le testimonianze raccolte da Le Monde nei giorni precedenti descrivono il sentimento di disprezzo avvertito dagli studenti, frequentemente rappresentati come vandali, irresponsabili o giovani manipolati da organizzazioni politiche. Questa delegittimazione non è estranea alla questione della repressione. Quando una mobilitazione viene descritta prevalentemente attraverso gli incidenti, gli incendi o i danneggiamenti, le sue rivendicazioni tendono a scomparire e l’intervento delle forze dell’ordine viene presentato come il principale strumento di risposta. La figura dello studente che denuncia la mancanza di insegnanti lascia il posto a quella del giovane pericoloso da contenere. Se a questa rappresentazione si aggiungono stereotipi razziali e religiosi, il processo di criminalizzazione può assumere un carattere ancora più marcato.
Le proteste dei liceali francesi mettono dunque in discussione due aspetti strettamente collegati del funzionamento delle istituzioni. Il primo riguarda la distribuzione delle risorse educative: chi può studiare in scuole adeguatamente finanziate, chi deve affrontare carenze strutturali, quali studenti dispongono degli strumenti necessari per proseguire gli studi. Il secondo riguarda il trattamento riservato a coloro che contestano queste disuguaglianze. Se le richieste provenienti dalle periferie popolari incontrano un apparato di sicurezza particolarmente invasivo, la disuguaglianza non si limita all’accesso all’istruzione, ma investe anche l’esercizio concreto dei diritti di manifestazione e di partecipazione politica.
È qui che la questione razziale incontra quella di classe. Le popolazioni dei quartieri popolari francesi non costituiscono un gruppo omogeneo, ma le condizioni economiche, la segregazione urbana e le discriminazioni legate all’origine si sovrappongono frequentemente. La scuola, la polizia e il mercato del lavoro intervengono su queste stesse popolazioni attraverso funzioni differenti. La prima dovrebbe garantire istruzione e mobilità sociale, il secondo dovrebbe assicurare l’applicazione della legge e la tutela dei diritti, il terzo distribuisce opportunità e redditi. Quando l’accesso all’istruzione si deteriora e il rapporto con le istituzioni assume prevalentemente una dimensione disciplinare, il rischio è che la promessa di uguaglianza venga sostituita da un sistema nel quale alle disuguaglianze materiali si aggiunge una maggiore esposizione al controllo coercitivo.
L’inchiesta di Marie Turcan e Laura Wojcik ha il merito di spostare lo sguardo dalle sole immagini della repressione di piazza alle esperienze raccontate da chi è stato fermato. Le denunce di insulti razzisti, osservazioni sessiste e violenze fisiche devono essere accertate nelle sedi competenti, ma non possono essere liquidate come dettagli marginali rispetto agli scontri. Riguardano il modo in cui viene esercitato il potere nei confronti di persone giovani, spesso appartenenti ai settori sociali più esposti alle disuguaglianze e alle discriminazioni. La domanda non è soltanto se determinati agenti abbiano violato la legge, ma quali condizioni organizzative e istituzionali possano favorire o impedire comportamenti di questo tipo.
La rivolta studentesca francese continua a chiedere insegnanti, scuole dignitose, risorse pubbliche e un futuro meno condizionato dall’origine sociale. Le testimonianze pubblicate da Mediapart aggiungono una rivendicazione che riguarda direttamente il rapporto tra cittadini e istituzioni: il diritto di manifestare senza subire discriminazioni, violenze o umiliazioni da parte di chi esercita il potere coercitivo dello Stato. Le due questioni non sono separate. Una società nella quale le opportunità educative dipendono sempre più dalle condizioni economiche e territoriali, mentre il conflitto che ne deriva viene affrontato attraverso strumenti di sicurezza, rischia di riprodurre le disuguaglianze anche nell’esercizio dei diritti fondamentali. È questa la contraddizione che le proteste francesi stanno rendendo visibile, ben oltre le mura dei licei.
12/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/









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