Gaza: la guerra che cancella i corpi
Immagine scattata da personale umanitario che ha richiesto di restare anonimo nel gennaio e febbraio 2026*
A Gaza non si muore soltanto. Si scompare. Non è una formula retorica, ma la descrizione che medici, soccorritori e familiari ripetono da settimane per spiegare ciò che resta dopo alcune esplosioni: niente corpi, nessun frammento riconoscibile, solo polvere e vuoto
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche e analisi di esperti militari, nella Striscia sarebbero stati impiegati ordigni ad altissimo potenziale distruttivo, compatibili con armi termobariche o sistemi esplosivi a pressione prolungata. Si tratta di bombe che non si limitano a deflagrare: rilasciano prima una nube di aerosol che penetra negli ambienti, poi innescano un’esplosione capace di generare temperature elevatissime e un’onda d’urto prolungata. L’effetto, soprattutto in aree urbane densamente popolate e in edifici chiusi, è devastante.
In alcuni quartieri di Gaza City e Khan Younis, dopo i bombardamenti, i soccorritori hanno raccontato di aver trovato interi appartamenti svuotati di presenze umane, con tracce biologiche minime o irriconoscibili. Da qui l’espressione, brutale e controversa, di persone “vaporizzate”. Le cifre circolate parlano di migliaia di dispersi che non figurano nei registri tradizionali dei morti proprio per l’impossibilità di recuperare o identificare i resti.
La questione è complessa e altamente sensibile. L’uso di armi termobariche non è di per sé vietato dal diritto internazionale, ma il loro impiego in contesti civili densamente abitati solleva interrogativi profondi sulla proporzionalità e sulla protezione della popolazione non combattente. Gaza, con una delle più alte densità abitative al mondo, amplifica ogni effetto.
Il risultato visibile è una distruzione che supera la dimensione materiale. Non si tratta solo di edifici collassati, ma di interi nuclei familiari cancellati senza possibilità di lutto. Senza corpo, non c’è funerale. Senza funerale, non c’è chiusura. Le famiglie restano sospese tra speranza e disperazione, in un limbo giuridico ed emotivo.
Sul piano umanitario, la situazione si intreccia con il collasso delle infrastrutture. Ospedali danneggiati, reti idriche compromesse, elettricità intermittente. Le operazioni di recupero sono ostacolate dalla mancanza di mezzi pesanti, carburante e sicurezza. Molti edifici distrutti non vengono nemmeno scavallati integralmente: troppo rischioso, troppo costoso, troppo poco tempo.
La guerra urbana contemporanea, a Gaza, assume così una dimensione ulteriore: non solo uccidere, ma dissolvere. Non solo distruggere, ma rendere impossibile la contabilizzazione. In questo contesto, anche le statistiche diventano terreno di conflitto. Il numero ufficiale delle vittime continua a crescere, ma accanto ai morti certificati si estende l’area grigia degli scomparsi.
L’inverno 2025-2026 aggrava la crisi. Migliaia di persone vivono in rifugi di fortuna, tende o edifici semidistrutti. Pioggia e freddo penetrano tra pareti instabili. Le malattie respiratorie aumentano. Le infezioni non curate diventano fatali. Le morti indirette – per mancanza di assistenza, per condizioni igieniche precarie, per assenza di farmaci – rischiano nel tempo di superare quelle causate direttamente dalle esplosioni.
I bambini crescono tra macerie e scuole chiuse o trasformate in centri di accoglienza per sfollati. L’istruzione è frammentaria, quando non del tutto assente. Il lavoro è quasi azzerato: l’economia locale è collassata, il commercio ridotto ai minimi termini, la dipendenza dagli aiuti umanitari totale ma insufficiente.
In questo scenario, anche il sistema sanitario è sottoposto a pressioni estreme. Uno dei principali ospedali ancora operativi nel sud della Striscia è finito al centro di polemiche per la presenza di uomini armati al suo interno. Alcune organizzazioni mediche internazionali hanno denunciato rischi per la sicurezza di pazienti e operatori, decidendo di sospendere parte delle attività non urgenti. Le autorità locali hanno replicato parlando di misure necessarie a garantire l’ordine in un contesto ancora instabile. Resta il fatto che la percezione di una possibile militarizzazione di strutture sanitarie indebolisce ulteriormente la protezione che il diritto internazionale riconosce agli ospedali.
Parallelamente si muove il dossier politico sul disarmo di Hamas. In alcune ipotesi negoziali discusse a livello internazionale, sarebbe stata ventilata la possibilità di consentire il mantenimento di armi leggere individuali, registrate e soggette a progressiva dismissione, in cambio della consegna di armamenti pesanti e sistemi offensivi più sofisticati. L’idea, nelle intenzioni dei promotori, sarebbe quella di evitare un vuoto immediato di sicurezza interna favorendo una transizione graduale.
La proposta resta però altamente controversa. Per Israele una smilitarizzazione parziale non garantirebbe sicurezza sufficiente; per Hamas qualsiasi disarmo è legato a garanzie politiche e alla fine dell’assedio. Il nodo resta irrisolto. E mentre si discute di registri, controlli e consegne, la realtà quotidiana della popolazione non cambia.
Gaza oggi è il paradigma di una guerra che supera il campo di battaglia tradizionale. Le armi ad altissimo potenziale distruttivo, l’ambiguità degli spazi civili, il collasso delle infrastrutture, la fragilità delle tregue e la politicizzazione degli aiuti compongono un quadro in cui la distinzione tra emergenza umanitaria e questione militare si assottiglia fino quasi a scomparire.
La polvere che ricopre le strade non è solo quella del cemento frantumato. È anche quella delle vite interrotte senza traccia, dei nomi che non entrano nelle liste, delle storie che non avranno una tomba. In una guerra che cancella i corpi, il rischio più grande è che venga cancellata anche la memoria.
Giacomo Cioni
18/2/2026 https://www.unimondo.org/










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