Giornalismo etico e dignità, una battaglia centenaria
Intervista a Anthony Bellanger, Segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti (FIJ) riunita in questi giorni a congresso a Parigi
di Sergio Ferrari
In occasione del Congresso mondiale della Federazione internazionale dei giornalisti che si apre oggi a Parigi e in cui sarà celebrato il centenario dell’organizzazione, questa intervista ad Anthony Bellanger, Segretario generale della FIJ, ripercorre la storia della Federazione, offre una radiografia della situazione attuale del giornalismo e avanza ipotesi future per difendere la professione e il suo contributo alla democrazia. Queste riflessioni figurano anche in Una voce per informare il mondo – Un secolo di lotte e di solidarietà, un’opera che ripercorre un secolo di battaglie per la libertà di stampa e i diritti dei giornalisti. Il libro è coordinato da Anthony Bellanger stesso e da Florence Le Cam, Professoressa all’Università Libera di Bruxelles (ULB).
Anthony Bellanger, la FIJ, una storia oggi centenaria. Da dove parte?
Il 13 giugno 1926, quando sindacati di giornalisti provenienti da tutto il mondo si riuniscono a Parigi per fondare la Federazione internazionale dei giornalisti (FIJ), su invito del Syndicat des journalistes français, l’idea può sembrare audace: organizzare a livello mondiale una professione che si definisce per la sua indipendenza. Eppure questa scommessa si impone rapidamente come una necessità. Di fronte ai poteri politici, militari ed economici, i giornalisti capiscono che possono difendere il loro mestiere solo insieme. Un secolo dopo, questa intuizione appare quasi ovvia. La storia della FIJ è quella di una battaglia permanente per difendere una professione essenziale alla democrazia, ma costantemente esposta a pressioni, violenze e tentativi di controllo.
La FIJ nasce tra le due guerre. Oggi viviamo un’altra esplosione bellica in molte regioni del mondo. Le sfide sono sempre simili per i lavoratori e le lavoratrici dei media?
Sì. In effetti, la FIJ nasce in un momento in cui l’Europa scopre al contempo la potenza della stampa e la sua fragilità. I giornalisti vogliono proteggere la propria autonomia professionale, ma anche affermare che l’informazione non è una semplice merce: è un bene pubblico. Fin dai suoi primi anni, la Federazione agisce su più fronti. Sostiene il riconoscimento dello statuto professionale dei giornalisti, difende l’idea di un tesserino stampa internazionale e pone le basi di una deontologia comune. L’obiettivo è chiaro: distinguere l’informazione professionale dalla propaganda e dalle manipolazioni politiche. Quando i regimi autoritari si insediano in Europa negli anni Trenta, la FIJ si trova ad affrontare le sue prime prove. Esclude l’organizzazione della stampa tedesca quando questa adotta regole antisemite imposte dal regime nazista. Questo gesto simbolico ricorda una linea che non cambierà mai: un sindacato di giornalisti non può accettare la discriminazione o la censura come norma.
Vorrei sottolineare il tema della guerra come elemento che snatura l’esercizio del giornalismo, come hanno illustrato Gaza e la Palestina. La guerra come principale fattore di “censura” nel lavoro quotidiano di una stampa equilibrata e obiettiva. La guerra che, assassinando centinaia di colleghi, cerca di mettere a tacere la voce di un giornalismo libero e indipendente…
La situazione in Palestina, e in particolare a Gaza dall’ottobre 2023, è stata una delle prove più intense per la Federazione internazionale dei giornalisti. Il numero di giornalisti uccisi ha raggiunto livelli senza precedenti e le condizioni di lavoro sono estreme. Ma purtroppo non è l’unico fronte. I giornalisti sono presi di mira anche in Ucraina, Messico, Sudan, Yemen, Iran o nelle Filippine. Ciò che Gaza rivela, in modo brutale, è una tendenza globale: nei conflitti moderni, controllare l’informazione è diventato un obiettivo strategico, e i giornalisti ne pagano il prezzo.
Per questo la FIJ sostiene una convenzione internazionale vincolante che ne garantisca la protezione.
Torniamo alla storia della FIJ, al periodo dell’“entre-deux-guerres”
Dopo la Seconda guerra mondiale, il movimento internazionale dei giornalisti si frattura a sua volta sotto l’effetto della guerra fredda. Due organizzazioni rivali si contendono la rappresentanza mondiale della professione: la Federazione internazionale dei giornalisti a Ovest, con sede a Bruxelles, e l’Organizzazione internazionale dei giornalisti a Est, con sede a Praga. Ma nonostante queste divisioni ideologiche, la FIJ prosegue il suo lavoro di fondo: difendere la libertà di stampa, migliorare le condizioni di lavoro e rafforzare la solidarietà tra giornalisti. Con l’ondata di decolonizzazione, si apre progressivamente all’Africa, all’Asia e all’America Latina. Questo movimento trasforma profondamente l’organizzazione, che cessa di essere una federazione prevalentemente europea per diventare una vera rete mondiale. In queste regioni spesso segnate da dittature o conflitti, la FIJ svolge un ruolo discreto ma determinante: sostenere la creazione di sindacati di giornalisti, formare i reporter, difendere i giornalisti incarcerati e documentare le violazioni della libertà di stampa.
Questa trasformazione della FIJ da un’organizzazione eurocentrica a una federazione veramente mondiale ha rappresentato un’esperienza essenziale nella sua storia istituzionale.
È vero che la FIJ si è profondamente trasformata. Originariamente molto europea, è oggi un’organizzazione realmente mondiale, con una presenza particolarmente forte in America Latina, Africa e Asia, dove i sindacati di giornalisti svolgono spesso un ruolo essenziale nella difesa della professione e della libertà di stampa. E quindi della democrazia stessa.
La forza della FIJ oggi viene dalla sua universalità?
In effetti. E voglio sottolinearlo: il futuro della FIJ non si situa in una regione contro un’altra. Le sfide che i giornalisti affrontano — precarizzazione, concentrazione dei media, violenze, pressioni politiche o ancora l’impatto dell’intelligenza artificiale — sono oggi globali. La nostra forza è precisamente quella di collegare queste realtà, creare solidarietà tra i continenti e difendere standard comuni per la professione.
Un altro momento essenziale nella storia della professione si colloca alla fine del secolo scorso…
Sì. A partire dagli anni Novanta, una realtà brutale si impone: il giornalismo è diventato uno dei mestieri più pericolosi al mondo. La FIJ inizia allora a censire sistematicamente i giornalisti uccisi nell’esercizio delle loro funzioni nella sua «Killed list», il censimento annuale dei giornalisti uccisi. Il bilancio è vertiginoso: più di tremila giornalisti e operatori dei media uccisi in trentacinque anni. Contrariamente a un’idea diffusa, la maggior parte di loro non muore sui campi di battaglia. Vengono assassinati per aver indagato sulla corruzione, sulla criminalità organizzata o sugli abusi di potere. Di fronte a questa violenza, la Federazione sviluppa strumenti concreti. Crea un Fondo internazionale per la sicurezza destinato a sostenere i giornalisti minacciati e le loro famiglie. Organizza corsi di formazione alla sicurezza nelle zone di conflitto e conduce un costante lavoro di sensibilizzazione presso le istituzioni internazionali per porre fine all’impunità. Inoltre, nel 2006 e poi nel 2015, la sua azione contribuisce all’adozione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di due risoluzioni — la 1738 e la 2222 — che condannano gli attacchi contro i giornalisti nei conflitti armati.
Una questione essenziale in questo equilibrio è quella dell’etica professionale. Come esercitare la professione in circostanze difficili, talvolta estreme, mantenendo al contempo i principi deontologici del giornalismo?
La FIJ non si limita a difendere i giornalisti, ma difende anche il giornalismo in quanto tale. Nel 1954 adotta la Dichiarazione di Bordeaux, primo codice internazionale di deontologia giornalistica. Questo testo afferma principi semplici ma essenziali: ricerca della verità, rispetto dei fatti, protezione delle fonti, rifiuto della manipolazione. Questi principi verranno aggiornati nel tempo, fino all’adozione della Carta mondiale di etica dei giornalisti, adottata a Tunisi nel 2019, che tiene conto delle nuove sfide del digitale, dei social network e delle pressioni economiche. In un mondo saturo di informazioni e di disinformazione, la questione dell’etica è diventata centrale. Senza credibilità, il giornalismo perde la sua funzione sociale.
Come definirebbe la situazione del giornalismo oggi?
Oggi il giornalismo attraversa una crisi profonda. I modelli economici dei media stanno crollando, le redazioni si precarizzano e le grandi piattaforme digitali nonché i giganti tecnologici captano la parte essenziale delle entrate pubblicitarie. Nel contempo, i regimi autoritari non esitano più a colpire apertamente i giornalisti. I procedimenti giudiziari abusivi, le campagne di molestie online e la sorveglianza digitale sono diventati strumenti comuni per intimidire i reporter. Le rivelazioni sugli spyware usati contro giornalisti o i procedimenti avviati contro gli informatori mostrano che la battaglia per la libertà di stampa non si combatte più solo nelle redazioni. Si combatte anche nei tribunali, nei parlamenti e nello spazio digitale.
Negli ultimi mesi si percepisce una rottura brutale dell’ordine mondiale fondato sulle istituzioni onusiane e sul multilateralismo. Ciò richiede di ripensare il ruolo del giornalismo sotto nuove prospettive?
Sì, molto chiaramente. La messa in discussione del multilateralismo e l’indebolimento delle istituzioni internazionali cambiano profondamente l’ambiente in cui lavorano i giornalisti. Da diversi decenni esisteva almeno un quadro di riferimento — le Nazioni Unite, il diritto internazionale, alcune norme condivise — che serviva come punto d’appoggio per difendere la libertà di stampa e la protezione dei giornalisti. Oggi questo quadro è sempre più contestato o ignorato da certi Stati. In questo contesto, il ruolo del giornalismo diventa ancora più centrale: documentare i fatti, verificare i discorsi del potere, e ricordare le norme internazionali che alcuni cercano di indebolire. Ciò obbliga anche la professione a ripensare alcune pratiche: rafforzare le collaborazioni transnazionali, proteggere meglio i giornalisti di fronte alle minacce digitali e fisiche, e difendere più attivamente l’indipendenza economica e redazionale dei media. In un mondo in cui i rapporti di forza tornano in primo piano, il giornalismo rimane uno dei rari contropoteri capaci di rendere visibili — e dunque contestabili — le azioni degli Stati.
La solidarietà internazionale è sempre stata una delle principali attività della FIJ…
La missione della Federazione internazionale dei giornalisti rimane più attuale che mai. Il suo ruolo non è solo quello di difendere una professione. È quello di ricordare che la libertà di stampa è indissociabile dalle condizioni di lavoro dei giornalisti. Un giornalista precario, minacciato o isolato non può svolgere correttamente la propria missione. La qualità dell’informazione dipende quindi anche dalla protezione sociale, dall’indipendenza professionale e dalla solidarietà tra giornalisti. È probabilmente la principale lezione di questo secolo di storia: il giornalismo non è mai un dato acquisito. Deve essere difeso, organizzato e protetto. In un momento in cui la disinformazione si diffonde e i giornalisti vengono presi di mira in numerosi Paesi, questa battaglia rimane più necessaria che mai. Perché informare non è solo un mestiere. È una condizione della democrazia.
Nell’attuale situazione mondiale così complessa, quale importanza ha il Congresso della FIJ nel prossimo maggio? Ci sono decisioni strategiche da prendere?
Il Congresso della FIJ nel prossimo maggio interviene in un momento particolarmente critico per la professione. I giornalisti si trovano di fronte a un accumulo di crisi: guerre, derive autoritarie, pressioni economiche sui media e rapide trasformazioni tecnologiche. In questo contesto, il Congresso sarà anzitutto un momento essenziale per riunire i sindacati di giornalisti di tutto il mondo e riaffermare una visione comune del ruolo del giornalismo. Avrà anche una dimensione strategica. I delegati dovranno definire le priorità della Federazione per i prossimi anni: rafforzare la protezione dei giornalisti nelle zone di conflitto, proseguire il lavoro di sensibilizzazione per una convenzione internazionale vincolante alle Nazioni Unite, difendere i diritti sociali di fronte alla precarizzazione della professione e rispondere alle sfide poste dall’intelligenza artificiale. In fondo, la posta in gioco del Congresso è semplice: adattare l’azione collettiva dei giornalisti a un mondo che diventa sempre più instabile, mantenendo al contempo i principi fondamentali della professione — indipendenza, solidarietà internazionale e diritto del pubblico a un’informazione affidabile.
4/5/2026 https://www.areaonline.ch/









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