Gli interventi alla manifestazione nazionale per Cuba di sabato scorso a Roma

Intervento di Marco Papacci, Presidente dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

Intervento di Marco Papacci, Presidente dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

NdR. Pubblicato ieri Roma. L’intervento di Marco Papacci, Presidente dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, alla manifestazione nazionale per Cuba – Lavoro & Salute – Blog

Intervento di Loredana Macchietti – Fondazione Gianni Minà

Sono Loredana Macchietti e rappresento la Fondazione Gianni Minà, voluta dal giornalista un mese prima della sua scomparsa, tre anni fa.

Il primo approccio con Cuba Gianni l’ebbe quando era giornalista Rai, e andò all’Avana a fare un servizio televisivo per Il Primo Campionato Mondiale Dilettanti della boxe nel 1974.

In quella decade girò in quel continente in lungo e largo, producendo per la Rai la storia della boxe, del jazz, del rock negli Stati Uniti, del folk e del pop in tutta l’America Latina.

In Argentina dovette scappare, insieme alla sua troupe, perché in una conferenza stampa per i Mondiali, nel ’78, chiese all’organizzatore, l’ammiraglio Carlos Alberto Lacoste, dove erano finiti i desaparecidos, due intere generazioni di ragazzi che, si scoprì in seguito, furono tutti dati in pasto agli squali. In quelle terre si scontrò soprattutto con l’indigenza e la disperazione, miseri frutti di 500 anni di sfruttamento e colonizzazione.

Era ancora il tempo della guerra fredda e gli Stati Uniti non avrebbero consentito la riuscita di un altro esperimento di sinistra con il governo di Salvador Allende, in quello che Henry Kissinger definiva il loro “cortile di casa”: la rivoluzione cubana era sufficiente.

Dodici anni dopo, nel 1987, Gianni Minà fece la sua prima intervista a Fidel Castro e si rese subito conto che la conoscenza di questo paese cozzava tremendamente con la “narrazione ufficiale”: su questa piccola isola gli Stati Uniti testavano e testano le loro strategie di comunicazione e Minà ha cercato, attraverso la sua professione, di rompere il giocattolo, di svelare cioè la narrazione distorta attraverso i suoi documentari, i suoi articoli, la sua rivista “Latinoamerica”, tutto nell’archivio digitale dove chiunque può accedervi, gratuitamente, per leggere informazione, come diceva lui “certificata”, cioè verificata.

Non vi so contare quanti viaggi abbiamo fatto nel continente latinoamericano e soprattutto a Cuba per verificare le notizie: provavo sempre un certo sconcerto vedere in prima persona che tutto quello che raccontavano su questa Isola erano per lo più menzogne.  Cuba ci ha permesso, nel corso di più di 4 decadi, di farsi conoscere. E’ una terra strana, esigente, che non si fa scoprire subito, ci vuole pazienza e obiettività, superare furbizie miserande e alcune idiosincrasie.

Tutto sommato, penso che Minà più che “difendere Cuba” come sempre gli hanno imputato, abbia soprattutto difeso la sua professione di giornalista, un lavoro che sentiva molto come vocazione. Non era un eroe, era un giornalista (come alcuni, attualmente) che faceva onestamente il suo mestiere, anche quando era il solo a scrivere su certe tematiche.

Non ci sono vai tipi di giornalismo, o almeno ve lo vogliono far credere: da sempre il giornalismo è uno solo, il resto è comunicazione. Vai sul posto, ovviamente preparato vedi, riferisci ai tuoi lettori: il giornalista insomma, deve essere un ponte tra il fatto e la gente. Il resto è narrazione, ed è lì che si annida il potere: i giornalisti devono servire la democrazia, la devono difendere, non devono essere trasformati in vere e proprie armi di guerra, come purtroppo si è visto negli ultimi anni.

Oggi vediamo come siamo inondati da quantità esagerate di informazioni 24 h, ma da questa enorme disponibilità di dati, non corrisponde la capacità nelle persone (e spesso negli esperti di settore) di capire se la notizia è vera oppure no, se è stata verificata o meno. E in questo disordine informativo, Cuba come tanti altri paesi “non conformi”, diciamo così, subisce questa disinformazione da sempre.

Ma perché gli Stati Uniti ce l’hanno con Cuba? E’, semplicemente, una questione di sguardo!

Cuba, secondo Trump, è pericolosa perché è una “minaccia insolita e straordinaria”. E pensare che già nel 1891, Josè Martí (giornalista pure lui!) padre dell’indipendenza e anima dell’identità cubana, il cui ideale era una nazione sovrana e libera da influenze straniere, scrisse: “Non esiste odio di razza, perché non esistono razze.”

Per lui non esisteva l’idea di razze superiori e inferiori, come si è sempre pensato in un Occidente, da secoli predatore e colonialista. Le etnie di quelle terre hanno miracolosamente conservato le loro radici culturali attraverso il meticciato, e Cuba ne è la bandiera, perché sono forza e risorsa. Ecco perché da molte nazioni questa piccola, inerme Isola viene chiamata “la luce che illumina il continente”.

Questo è tutto il passato di cui ha potuto disporre Cuba: tutta la sua tradizione culturale è basata sulla schiavitù, sulle alterne vicende della quotazione dello zucchero, sul lavoro disumano che serviva a produrlo.

E compito degli intellettuali cubani “è stato “rovesciare” il peso della loro storia e farla diventare punto di riferimento e consapevolezza della propria identità.

La cultura occidentale ha inglobato invece il concetto di “libertà”, di “mondo libero” dalla rivoluzione industriale in poi, con lo sviluppo e la cultura del capitalismo. E il mondo libero è rappresentato dalla società che più esprime il capitalismo nella sua forma più alta e perfetta, e cioè gli Stati Uniti.

Essi quindi sono i depositari della cultura occidentale, e non manca mai giorno che ce lo ricordino, con le buone o con le cattive.

Così Cuba, anzi, il popolo di Cuba che ha abbracciato liberamente la sua particolarissima e unica forma paradigmatica, è diventata una vera e propria anomalia tanto da causargli l’esclusione dal “mondo libero”, dalla cultura e dalla civiltà occidentale.

Per molti di loro Cuba è un’ossessione, anzi, una spina nel fianco, ma come diceva l’indimenticabile Eduardo Galeano, in realtà è un piccolo paese capace di grande dignità, costantemente vittima di aggressioni esterne, che ha cercato sempre di sopravvivere dignitosamente: “Uno dei pochissimi Paesi a non competere – amava dire lui – per la coppa dello zerbino mondiale”).

Cuba è sempre stata sotto l’occhio inquisitore dei media mainstream e non solo loro: si va lì cercando sempre la pagliuzza negli occhi di questo paese, senza accorgerci della trave nell’occhio di ognuno di noi. E si fa sempre finta di niente. E questo “sguardo” è uguale per tutte le potenze che cercano una giustificazione ideologica della ricerca della supremazia e della ricchezza: “il fardello dell’uomo bianco” come la chiamavano gli inglesi.

Potrei parlare ore e ore su questo Paese, che ti sorprende sempre, che non puoi tenere in mano, che sfugge ad ogni tentativo di definizione, di rappresentazione, di spiegazione, perché è una nazione in continuo movimento. Lo disse bene l’ex ministro della Cultura ed ora direttore di Casa de las Americas Abel Prieto, in una intervista di Gianni Minà, mio marito e mentore, del 2011 per il documentario “Cuba nell’epoca di Obama”: “Ora questa piccola nazione sta vivendo momenti durissimi e amarissimi, è allo stremo, eppure va avanti, perché Cuba non può paragonarsi agli altri paesi, ma deve paragonarsi al suo stesso paradigma e il suo modello è molto esigente. Esiste una crisi economica gravissima (causata sì per il blocco, ma anche dai nostri errori) ma non c’è ancora una crisi del sistema socialista che mantiene, nonostante tutto, la maggioranza nel Paese. Ma non è possibile prevedere il futuro di Cuba, senza considerare il futuro dell’umanità”.

Abel Prieto è, prima di tutto, un poeta; ci si può fidare delle sue parole, perché i poeti, da che mondo è mondo, hanno detto sempre la verità e ci aiutano, soprattutto, a capire da che parte stare: dalla parte giusta della storia, dalla parte degli ultimi, dei vilipesi e dei maltrattati, dalla parte degli uccisi per un niente.

Questa piccola Isola molto lontana dalla mia vita e dalla mia quotidianità, anche per me, è stata importante perché: mi ha insegnato ad attendere tempi migliori con perseveranza e mi ha permesso, con il suo esempio, di amare il mio Paese, disastrato, logorato, sporcato, svuotato, che non ho mai avuto il coraggio di chiamare “Patria”, di vederlo con occhi diversi, soprattutto attraverso la sua Costituzione; Cuba, insomma, mi ha insegnato a sperare ancora per lui e per tutti noi.


Intervento di Fabrizio Chiodo – ricercatore laureato in Chimica e tecnologie farmaceutiche

Buon pomeriggio a tutte e a tutti, prima di tutto voglio ringraziare l’Associazione Nazionale di amicizia Italia-Cuba per aver promosso questa manifestazione. 

Il titolo di oggi è: “Cuba NON è una minaccia”. Io però vorrei partire con una provocazione. Io penso che Cuba sia una minaccia. Ma dobbiamo capirci: una minaccia per chi?

Partiamo da quello che conosco meglio: la scienza. Cuba ha costruito, in condizioni estremamente difficili, un sistema di biotecnologia pubblica tra i più avanzati al mondo. Durante la pandemia COVID ha sviluppato diversi vaccini propri (cinque candidati vaccinali, tre vaccini autorizzati in diversi Paesi, sviluppati da diverse Istituzioni Cubane) ha vaccinato gran parte della popolazione adulta e pediatrica e ha prodotto milioni di dosi di questi diversi vaccini. E non è solo questo. Parliamo di una biotecnologia pubblica che ha prodotti come Heberprot per il piede diabetico, Quimi-Hib unico vaccino sintetico della storia, CIMAvax-EGF vaccino terapeutico contro un tipo di tumore al polmone, e VAMENGOC-BC vaccino bivalente contro Meningocco B e C. Parliamo di innovazione reale, concreta, accessibile. Allora sì, Cuba è una minaccia. È una minaccia perché dimostra che la scienza può essere pubblica, che può essere orientata al bisogno e non al profitto. È una minaccia per quello che possiamo chiamare imperialismo sanitario ed è una minaccia per il filantrocapitalismo, che spesso si presenta come soluzione ma mantiene intatte le disuguaglianze sociali.

Ed è proprio per questo che questi settori vengono colpiti: scienza, biotecnologia, scuola, sanità. Queste non sono semplici politiche pubbliche, sono conquiste. E sono proprio queste conquiste che il blocco economico e finanziario cerca costantemente di strangolare.

Gli Stati Uniti qualche giorno fa hanno bombardato l’Istituto Pasteur di Teheran, un’istituzione con oltre cento anni di storia dedicata a salvare vite umane. Ecco, dall’imperialismo sanitario passiamo all’imperialismo. E allora allarghiamo lo sguardo. 

Non parliamo più solo di imperialismo sanitario, ma parliamo di imperialismo. L’imperialismo non è semplicemente il forte contro il debole, non è una questione morale. È una necessità del sistema economico, una dinamica strutturale del capitalismo. Un sistema economico che produce morti sul lavoro, quattro al giorno in Italia, disuguaglianze sempre più profonde, guerre e distruzione. Un sistema che oggi sostiene genocidi: in Palestina si è passati da un’economia di occupazione a un’economia di genocidio. Un sistema economico che reprime, isola e prova a eliminare chi vi si oppone radicalmente, come dimostra lo sterminio delle lotte comuniste in India.

Il capitalismo, anche nella sua fase più avanzata, più drammatica, non crollerà mai da solo come un castello di carte. In questo quadro, la scienza cubana rappresenta qualcosa di preciso: una forma di resistenza, un esempio concreto di contro-egemonia. 

E allora la domanda diventa anche politica. In questo scenario, cosa fa per esempio l’Unione Europea? Resta complice, come lo è oggi rispetto ad altri drammi globali… Eppure, la politica avrebbe uno strumento, il cosiddetto Blocking Statute del 1996, pensato proprio per contrastare l’extraterritorialità delle sanzioni. Uno strumento che potrebbe essere utilizzato per opporsi al blocco, ma che non viene applicato. Perché la politica, troppo spesso, è subordinata a un’egemonia economica, culturale e geopolitica e non ascolta i popoli, non ascolta i popoli che lottano. Su questi punti, ci saranno nei prossimi mesi iniziative al Parlamento europeo in supporto del popolo cubano.

Torniamo quindi al punto iniziale. Cuba è una minaccia. È una minaccia perché resiste, perché dimostra che un’alternativa, anche nelle condizioni più difficili, può esistere, perché prova a rompere l’egemonia dominante. 

E proprio per questo, oggi, noi siamo qui. Al fianco del popolo cubano, della resistenza cubana, della scienza cubana.

Io spero che questa giornata non sia solo un momento, ma che sia un inizio. Un inizio per coinvolgere nuove persone, per coinvolgere i giovani, per allargare questo spazio di solidarietà e di lotta, e anche per sostenere concretamente iniziative come il convoglio umanitario che partirà a fine aprile.

Diversi popoli sono stati, sono e saranno in lotta contro avversari e nemici sempre più forti, che però sono tigri di carta, vulnerabili e privi di sostegno popolare. 

Ai più giovani voglio dire una cosa semplice: innamoratevi ancora di tutte queste forme di resistenza.

Grazie.


Intervento di Ulises Mora – artista cubano residente in Italia, promotore internazionale della cultura cubana e presidente di Timbalaye

Cari amici, compagni e autorità presenti,

vi saluto con profondo rispetto e gratitudine per essere qui oggi, uniti da un sentimento di solidarietà e di memoria condivisa.

La solidarietà che ci offrite in questo momento storico non è solo un gesto: è l’espressione più luminosa dell’umanità quando l’ingiustizia tenta di oscurare tutto. In ogni mano tesa, in ogni parola che ci accoglie, riconosciamo la nobiltà dei popoli che non distolgono lo sguardo, che non si nascondono dietro il silenzio, che comprendono che la dignità si difende insieme. È il gesto che ci ricorda che nessun essere umano cammina davvero da solo, è la certezza che nessuna sfida è insuperabile quando viene affrontata insieme, con un agire altruistico e generoso capace di trasformare il dolore in forza, l’incertezza in cammino, la fragilità in coraggio condiviso.

La giustizia è un valore essenziale per una convivenza armoniosa e per la costruzione di una società più equa e felice. È un principio che si realizza attraverso atti concreti, attraverso scelte che parlano più delle parole. Così, oggi, con la vostra presenza, avete scelto l’umanità: avete scelto l’unità come via, e la dignità come orizzonte.

Il bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba è una ingiustizia, è un genocidio. Colpisce duramente ogni settore della società, compreso quello culturale. Anche La cultura cubana porta cicatrici silenziose. Il bloqueo ha chiuso le porte al mondo, ha rallentato voci, ha consumato le mani che custodiscono la memoria e la cultura come forma di vita, limitando la promozione, la commercializzazione e la produzione artistica, restringendo così, gli scambi culturali e la cooperazione internazionale.

Le scuole d’arte faticano ad accedere a strumenti musicali, abbigliamento per la danza, materiali per le arti visive; la formazione artistica si trova ostacolata, così come la pubblicazione e la circolazione di libri e opere, impoverendo un dialogo culturale che dovrebbe essere libero, reciproco e universale.

Eppure, Cuba ha continuato a creare: musica nata dall’assenza, cinema forgiato dalla genialità, arte che resiste come una fiamma contro il vento. In ogni gesto creativo vive la prova che l’immaginazione non conosce confini, che la cultura — anche ferita — continua a generare vita.

Il blocco ha ferito, ma non ci ha spento. Ha reso più duro il cammino, più preziosa la luce, più ostinato il cuore che continua a battere per non smettere di essere cultura di resistenza — una cultura che sopravvive, crea e si rialza, anche quando tutto sembra volerla piegare.

Ma noi non siamo soli: in ogni occasione come questa ci accompagnano coloro che hanno costruito la nostra storia — José Martí, Antonio Maceo, Mariana Grajales, Ernesto Che Guevara, il nostro Comandante storico Fidel Castro. Sono presenze che non svaniscono: camminano accanto a noi, ispirano il nostro coraggio, alimentano la nostra memoria e ci ricordano che la dignità si difende sempre, soprattutto insieme.

Perché ciò che abbiamo è anche il merito di essere solidali, ma non con bombe, minacce o tradimenti. Noi offriamo medici, amicizia, cultura, amore e non minacce ne odio. È questa la nostra forza: scegliere la vita e la pace come strumenti di relazione tra i popoli. La cultura ci salva!

Cuba è un popolo con una grande storia, un popolo fatto di sogni, preoccupazioni, passioni e aspirazioni. Un popolo che crea, resiste e immagina, anche quando l’imperialismo vuole metterlo alla prova.

Cito a Miguel Barnet: “L’anima di Cuba è invincibile e ci hanno salvato i valori spirituali del popolo cubano, la sua dignità e il suo coraggio”.

E concludo con una frase del nostro eterno Comandante invincibile Fidel Castro:

“La pace non si mendica, si conquista con la dignità intatta.”

Grazie

13/4/2026 https://italiacuba.it/

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