Governo di repressione: la sicurezza come narrazione

Dal messaggio di fine anno di Piantedosi alla circolare sui CPR, il racconto distorto che giustifica la stretta securitaria

Avv. Arturo Raffaele Covella

Alla fine di ogni anno si fanno i conti e il Ministro dell’Interno il 31 dicembre ha voluto fare i suoi conti con un video pubblicato su X.

Nel suo discorso, il Ministro ha sottolineato di voler “condividere i fatti, i numeri veri, contro ipocrisie e fake news”, aggiungendo inoltre che in questi tre anni il governo ha sempre lavorato per aumentare la sicurezza e la vivibilità delle nostre città. Una sicurezza fatta non solo di arresti e denunce, ma anche di ordine, decoro, rispetto delle regole.

Lo scopo del video del Ministro Piantedosi è chiaro. Rilanciare la narrazione governativa e giustificare i discussi interventi normativi adottati in questi anni soprattutto in materia di immigrazione, attraverso un richiamo al bisogno di sicurezza avvertito dal popolo italiano. Ma non solo.

Il Ministro lancia anche un secondo messaggio alla sua platea di uditori: la stretta securitaria funziona e a confermarlo sono i numeri dei rimpatri e degli ingressi in Italia di cittadini stranieri. Lo slogan è molto semplice: meno sbarchi e più rimpatri.

Non entro nel dibattito circa la correttezza dei dati forniti dal ministero. Sottolineo semplicemente che, alcuni commentatori, hanno fatto notare delle incongruenze, sollevando dubbi sulla correttezza di quanto affermato 1. Non entro in questa diatriba perché a non convincermi non sono i numeri ma il ragionamento complessivo che sorregge quei numeri e le politiche di questo esecutivo.

L’obiettivo dichiarato del ministro infatti è quello di aumentare la sicurezza. Qui nasce, a mio parere, il primo intoppo. Cosa dobbiamo intendere per sicurezza. Il Ministro Piantedosi, da buon burocrate, ha infatti una idea del concetto di sicurezza molto limitato e appiattito sul rapporto con le politiche migratorie.

Probabilmente, anzi, sicuramente, la questione è ben più complessa e coinvolge la vita dei cittadini a 360 gradi. Sicurezza non è solo protezione rispetto a fenomeni criminali. La sicurezza e la sua percezione sono determinate anche dalle condizioni generali di vita della popolazione, dalla situazione economica e sociale, dal rapporto dei cittadini con la realtà presente fatta di educazione, lavoro, salute e tempo libero, nonché dalle aspettative future.

Più correttamente, un discorso serio “sulla sicurezza e sulla vivibilità delle nostre città” dovrebbe fondarsi su un’analisi complessiva della situazione degli italiani e prevedere interventi volti a migliorare le condizioni di vita e non solo a punire i fenomeni criminali.

Viviamo una fase storica in cui oltre a dover fare i conti con gli effetti nefasti delle gravi crisi internazionali e della generale instabilità che contraddistingue lo scenario politico ed economico mondiale, scontiamo il peso di problematiche endogene e ormai ataviche.

La regressione demografica, con l’incontenibile spinta all’invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, è certamente il fattore endogeno più dirompente, ma non è l’unico. La grande questione lavorativa con un indebolimento costante del tessuto produttivo italiano e la conseguente perdita della capacità di acquisto pro capite.

La grave crisi sanitaria che si caratterizza non soltanto per la carenza di personale ma anche per la difficoltà di offrire cure adeguate alle esigenze della popolazione. La fuga verso l’estero di tante professionalità e le migrazioni interne che spingono moltissimi giovani da sud a nord e determinano lo spopolamento di moltissimi comuni del mezzogiorno. Sono solo alcuni dei fenomeni che in vario modo incidono sulla qualità di vita dei singoli e delle comunità.

Fenomeni che ingenerano insicurezza, sfiducia e timore in ampi settori della popolazione italiana. Con ciò non si vuole negare che esiste un problema legato alla criminalità e che questo problema è più avvertito nelle zone metropolitane rispetto alla vasta provincia italiana. Tutt’altro. Si vuole piuttosto affermare che a fronte di questa più estesa sensazione di insicurezza, di cui la questione criminalità è solo una parte, occorrono ben altri interventi normativi e politici.

Si vuole, in altre parole, introdurre un elemento di riflessione rispetto ad un problema, quello della criminalità, che nessuno nega ma che va riportato a realtà per evitare la propaganda portata avanti per giustificare sempre maggiori interventi securitari e sempre meno rispetto dei diritti e delle libertà dei singoli.

A sostegno del ragionamento del Ministro Piantedosi e di ogni intervento securitario portato avanti in questi anni, vi è un’equazione, tutta da dimostrare, secondo la quale a più immigrati corrisponderebbero più reati.

Una semplificazione inaccettabile frutto della volontà di piegare la realtà a logiche politiche ben precise. Non vi è alcun automatismo tra il numero di immigrati presenti in un territorio e il numero di reati commessi.

D’altra parte, anche se le campagne elettorali degli ultimi anni, in Italia e in altri Stati (europei e non), hanno riportato al centro del dibattito il tema del rapporto tra immigrazione e criminalità, gli studi 2 sul tema dimostrano che non esiste un legame causale tra immigrazione e aumento della criminalità.

Gli stessi studi che evidenziano come il perdurare del falso mito che l’immigrazione alimenti la criminalità è da ricondurre alla influenza esercitata dai media sull’opinione pubblica alla stregua della retorica politica. Non è corretto affermare che i migranti non siano coinvolti nella criminalità. Proprio come non è corretto affermare che vi sia una stretta relazione tra immigrazione e criminalità.

Peraltro, quando parliamo di stranieri presenti in Italia dovremmo iniziare a ragionare anche su tutta una serie di variabili che incidono profondamente sulla equazione semplicistica coniata da certa politica: grado di integrazione, condizioni di vita degli stranieri, lavoro e inserimento nel tessuto sociale ed economico della comunità.

Nonostante siano più di 5,4 milioni (il 9,2% della popolazione residente), la gran parte degli stranieri che vivono in Italia si trova in situazioni di marginalità sociale3.

Inoltre, gli italiani sono inclini a guardare con favore i residenti stranieri quando sono impiegati in lavori faticosi e poco qualificati, o nei servizi familiari, quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non sono propensi a credere che possano godere dei medesimi diritti di cittadinanza degli italiani autoctoni.

Ed infatti, il 58,8% degli italiani è convinto che un quartiere finisca per degradarsi quando sono presenti tanti immigrati, mentre il 54,1% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali.

Questi dati determinano quello che comunemente si definisce “il rischio percepito” che è cosa ben diversa dal “rischio reale”. Categorie che spesso non collimano in quanto, mentre la seconda si basa su dati oggettivi e misurabili, la prima, diversamente, si determina in base a sensazioni, percezioni, dati appunto soggettivi, in alcuni casi addirittura irrazionali.

Politiche inclusive possono ridurre significativamente la criminalità. Garantire uno status legale agli immigrati non solo facilita l’integrazione economica e sociale, ma porta anche a una riduzione dei comportamenti devianti.

Al contrario, misure restrittive che criminalizzano gli immigrati irregolari o impediscono loro di lavorare 4 possono paradossalmente aumentare la criminalità. Quando gli immigrati non hanno accesso al mercato del lavoro legale, sono più vulnerabili a forme di sfruttamento o attività illecite per sopravvivere.

Allo stesso modo, la detenzione amministrativa all’interno dei CPR degli immigrati irregolari, legata alla semplice mancanza di un permesso di soggiorno, nella maggior parte dei casi comporta un generale peggioramento della condizione dell’immigrato straniero anche nella fase post trattenimento.

Siamo partiti dal video messaggio di fine anno del Ministro Piantedosi e, dopo un lungo giro, è tempo di ritornare proprio a quel discorso.

Il Ministro parla di sicurezza, di ordine, di decoro e di rispetto delle regole. Certo, lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza dei propri cittadini e deve farlo anche facendo rispettare le regole, garantendo decoro e ordine.

Ma lo Stato ha un dovere più pregnante che è quello di assicurare che la sicurezza e il decoro non siano solo formali ma anche sostanziali, garantendo la tutela appunto dei diritti costituzionali di tutti i cittadini mediante educazione, lavoro, assistenza sociale e sanitaria.

Se tutto questo manca, la semplice morsa securitaria è ben poca cosa e rischia solamente di creare ulteriori attriti sociali, nuovi problemi, maggiori tensioni, oltre a far crescere la rabbia verso uno Stato che viene percepito come semplice persecutore.

Tutto questo ragionamento oggi sembra essere pura utopia, soprattutto perché è evidente che la strada che si è deciso di perseguire è ben altra. Una strada che punta tutto sul comando, sull’uso della forza, sull’irrigidimento delle posizioni.

A confermarlo non solo le parole di fine anno di Piantedosi, ma anche e soprattutto l’annunciato nuovo pacchetto di misure sulla sicurezza e la Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 con la quale si danno indicazioni in materia di trattenimento presso i CPR di stranieri socialmente pericolosi.

La direttiva è indirizzata ai Prefetti della Repubblica, ai Commissari del Governo delle Province di Trento e Bolzano, al Presidente della Regione Valle d’Aosta e a tutti i Questori e nasce espressamente dal bisogno di dare risposta “ai recenti episodi di cronaca che hanno posto all’attenzione la necessità di perseguire con la massima determinazione l’obiettivo, prioritario per la sicurezza pubblica, del rimpatrio degli stranieri irregolari presenti sul territorio nazionale che si siano evidenziati per comportamenti pericolosi”.

Una dimostrazione del peso che gli eventi di cronaca, veicolati attraverso i media, esercitano sulle scelte politiche andando a determinare una percezione distorta della realtà. La costante necessità di rispondere alle domande che vengono poste da questo o quel fatto di cronaca, che immediatamente si trasforma in emergenza, è una costante del nostro tempo.

La direttiva dunque ha una genesi ben precisa e il suo contenuto è in linea con questa genesi. Occorre continuare la lotta contro gli stranieri irregolarmente presenti in Italia e per farlo, bisogna impegnare tutte le risorse economiche e umane che si hanno. Le Questure dovranno allora utilizzare ancora più risorse per garantire l’accompagnamento degli stranieri nei CPR.

Dovranno essere impiegate ancora più risorse per la manutenzione dei Centri già esistenti al fine di garantirne la piena capacità. Si dovranno accettare ingressi nei CPR anche senza certificazione di idoneità impegnandosi a compiere tale adempimento nelle successive 24 ore 5.

Tutto questo mentre anche gli ultimi report 6 pubblicati e relativi alle visite ispettive compiute all’interno dei CPR dislocati in diverse regioni italiane, ci mostrano la drammatica condizione di luoghi in cui la violazione dei diritti umani oltre ad essere costante, sembra ormai divenuta sistemica.

Nell’affrontare questioni delicate come quella che attiene alla sicurezza e alle scelte politiche e legislative, abbiamo il dovere di domandarci se stiamo perseguendo la strada giusta, se stiamo realmente operando per risolvere un problema che, comunque, è percepito con preoccupazione da una parte della popolazione italiana, o se, piuttosto, non stiamo semplicemente assecondando la pancia di queste persone per meri calcoli elettorali.

In questo secondo caso, allora, forse è il caso di domandarci fino a che punto siamo disposti a spingerci e quali saranno le conseguenze, nel medio e lungo periodo, di questo modo di governare certi fenomeni.

  1. I numeri sui rimpatri diffusi pubblicamente dal ministro Piantedosi sono gonfiati. Ecco perché, AltrEconomia (16 gennaio 2026) ↩︎
  2. Immigration and Crime: An International Perspective – Journal of Economic Perspectives – Volume 38, Number 1-Winter 2024-Pages 181-200 ↩︎
  3. Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (tra gli occupati italiani la quota corrispondente è dell’8,0%) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta overqualified, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato rispetto al lavoro effettivamente svolto (tra gli italiani la quota corrispondente è del 18,7%). La spesa media mensile di una famiglia straniera (con una dimensione media di 2,5 componenti per nucleo familiare) è di 1.781,65 euro, mentre quella di una famiglia italiana (che in media è costituita da 2,3 componenti) è di 2.817,36 euro, con una differenza quindi di più di mille euro al mese. Il 35,6% dei cittadini stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (tra gli italiani i poveri sono invece il 7,4% (cfr. CENSIS, 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese) ↩︎
  4. American Economic Review: Clicking on Heaven’s Door: The Effect of Immigrant Legalization on Crime ↩︎
  5. La gravità di quest’ultima previsione è stata ampiamente analizzata e spiegata nell’appello lanciato dai professionisti della salute per la tutela delle persone migranti ↩︎
  6. Si veda: Report sull’accesso ispettivo al CPR di Palazzo San Gervasio del 22 dicembre 2025; “Come i manicomi, anche i CPR vanno chiusi”. I risultati del monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione – Asgi (28 gennaio 2026) ↩︎

2/2/2026 https://www.meltingpot.org/

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