Guerra digitalizzata: Big Tech, sovranità digitale e imperialismo nel XXI secolo
di Luiz Cesar de Queiroz Ribeiro, Nelson Diniz
Osservatorio della Metropoli
“Una distopia come quella mostrata nel film americano Terminator potrebbe un giorno diventare realtà.” Questa dichiarazione del portavoce del Ministero della Difesa cinese, Jiang Bin, riassume il contenuto del recente avvertimento della Cina agli Stati Uniti riguardo a una possibile “apocalisse” causata dall’espansione dell’uso dell’intelligenza artificiale (IA) da parte delle forze armate. Dal nostro punto di vista, non si tratta di una semplice esagerazione retorica. Riflette, seppur in modo drammatico, un processo già in corso, la cui principale conseguenza sarà profonda e duratura: la consolidazione di una nuova forma di guerra, strutturata dall’articolazione tra finanza, massivo data mining, georeferenziamento, tecnologie algoritmiche e la crescente convergenza tra potere aziendale e apparato militare.
Ciò che è in gioco, quindi, non è solo la creazione e l’introduzione di nuove armi, come i droni, sul campo di battaglia. Ci troviamo di fronte a una completa riorganizzazione della razionalità della guerra e dei suoi legami con la vita economica, politica e sociale. Argomentazioni come questa si trovano, ad esempio, in “Big Tech and Total War“, un saggio in cui il sociologo Sérgio Amadeu da Silveira propone il concetto di “complesso militare-industriale digitalizzato.” Come suggerisce il titolo, l’autore offre un aggiornamento del concetto classico del complesso militare-industriale, mettendo in evidenza l’incorporazione delle grandi aziende tecnologiche nel nucleo strategico delle operazioni militari contemporanee. In questo nuovo contesto, big data, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali (hardware e software) diventano elementi centrali per la sorveglianza, il processo decisionale e la conduzione della guerra, ampliando l’attenzione dalla produzione di armi al controllo e all’elaborazione dei dati.
Sebbene esistano precedenti, dato che il complesso militare-industriale è sempre stato all’avanguardia dello sviluppo tecnologico, stiamo affrontando trasformazioni radicali. Così, i grandi conglomerati digitali cessano di essere semplici fornitori e iniziano ad agire come agenti fondamentali in questo complesso. In questo modo, essi articolano interessi economici e militari secondo un modello che rivoluziona la capacità di sorveglianza e intervento, intensificando al contempo i rischi per la democrazia, la sovranità e i diritti civili.
L’operazione USA-Israele contro la leadership iraniana, avviata il 28 febbraio 2026, esemplifica questo storico punto di svolta. Sta diventando sempre più chiaro che la violenza e gli atti di guerra non sono più governati principalmente da decisioni umane limitate da principi etici (o, almeno, dal calcolo dei rischi politici). Quello che stiamo osservando ora sono le azioni di sistemi in grado di elaborare, in tempo reale, volumi giganteschi di dati, dai metadati di comunicazione e tracce digitali a dati geospaziali in tempo reale, immagini di telerilevamento, modelli di mobilità urbana e militare, flussi economici e logistici, interazioni su piattaforme digitali e informazioni biometriche e comportamentali. Tutto ciò apre la strada a decisioni letali che possono essere prese quasi istantaneamente, se non automaticamente.
Calcolo algoritmico e finestra di opportunità nell’attacco all’Iran
La cosiddetta “finestra di opportunità” che avrebbe precipitato l’attacco che uccise il leader supremo iraniano, Ali Khamenei, è tutt’altro che un semplice dettaglio operativo: riflette l’accelerazione radicale del tempo decisionale che caratterizza la guerra contemporanea. Tutto indica che il tradizionale ciclo militare di osservazione, orientamento, decisione e azione (noto come ciclo OODA) tende a ridursi a minuti, secondi o addirittura frazioni di secondo, in una dinamica in cui la velocità di elaborazione diventa decisiva per lo sviluppo del conflitto.
L’operazione condotta da Stati Uniti e Israele sarebbe stata preceduta da mesi di intensa sorveglianza e, nei momenti precedenti l’attacco, i sistemi di intelligence hanno rilevato la presenza simultanea di alti leader iraniani nello stesso complesso di Teheran. Questo tipo di informazioni, ottenute tramite intercettazioni, sorveglianza elettronica e analisi dei segnali, è ritenuto determinante nell’inizio dell’offensiva.
Come sottolineano alcune fonti giornalistiche, è plausibile supporre che questa identificazione sia il risultato dell’incrocio di molteplici database eterogenei elaborati da sistemi di intelligenza artificiale capaci di rilevare anomalie e correlazioni invisibili all’analisi umana convenzionale. In altre parole, l’opportunità non nacque da un unico indizio, ma dalla convergenza probabilistica di dati che, presi insieme, indicavano l’imminente debolezza strategica iraniana.
Detto ciò, invece di ricostruire i dettagli dell’operazione, che rimangono in gran parte segreti, ciò che conta è comprenderne la logica: la trasformazione di un enorme volume di dati, catturati anche da frammenti sparsi della vita quotidiana, in segnali agibili, trasformati in decisioni letali da sistemi algoritmici. È proprio questo tipo di attività che esprime la razionalità guidata dai dati della guerra.
Quando è stato impiegato in Iran, questo potere algoritmico-informativo, concentrato principalmente negli Stati Uniti e nei loro alleati, ha generato grande incertezza, trascinando diversi paesi in un nuovo conflitto le cui dimensioni e ripercussioni devono ancora essere definite. Tuttavia, è già chiaro che i suoi effetti trascendono la sfera geopolitica immediata e la scala geografica del Medio Oriente.
Questi effetti tendono, ad esempio, a influenzare le dinamiche della “Grande Inflazione” che, almeno dalla pandemia di COVID-19, sta esercitando pressione sui prezzi a livello globale. È anche possibile che cambino il panorama delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste per la seconda metà del 2026. Tuttavia, siamo solo sulla soglia di un processo conflittuale le cui trasformazioni più importanti restano, per ora, incerte. Ciò che è certo, va ribadito, è che stiamo assistendo a cambiamenti dirompenti nel modo in cui si combatte la guerra.
Queste trasformazioni nell'”arte della guerra” non possono essere intese semplicemente come un salto tecnologico. Come detto sopra, esprimono una riconfigurazione strutturale del potere militare, ora basata su infrastrutture digitali monopolizzate da pochi stati e grandi aziende. Sebbene esistano precedenti, questo è un cambiamento storico che collega sempre più capacità militari, architettura informativa e circuiti finanziari globali.
Ma questo processo non è nato spontaneamente. Ciò è stato reso possibile da una massiccia riorientazione del capitale dopo la crisi del 2007-2008, quando politiche monetarie espansive, guidate principalmente dalle banche centrali dei paesi sviluppati, hanno favorito la crescita e l’espansione delle aziende tecnologiche. Fu in questo ambiente di abbondante liquidità e finanziarizzazione che si stabilì la base materiale dell’attuale potere algoritmico-informativo. Di conseguenza, aziende come Palantir Technologies, Google, Amazon e Microsoft non possono più essere considerate semplici fornitori di servizi. Oggi costituiscono la spina dorsale del complesso militare-industriale guidato dai dati.
Tuttavia, tutto ciò comporta contraddizioni. La disputa tra Anthropic e il Pentagono, che finì sulla copertina della rivista Time, è sintomatica. Rivela uno scontro tra, da un lato, i tentativi, seppur limitati, di imporre garanzie etiche all’uso militare dei sistemi di IA e, dall’altro, la pressione statale per allentarli in nome della “sicurezza nazionale”.
Gestione algoritmica della morte: la dimensione antropologica basata sui dati della guerra
La guerra, basata sui dati, rivela anche una profonda mutazione antropologica. Alla luce degli argomenti di Grégoire Chamayou nel suo saggio “Teoria dei droni“, si può dire che la conversione del nemico in una “firma dati” costituisce il nucleo di questa trasformazione. Non si tratta più di affrontare un avversario identificato sul campo di battaglia, ma di tracciare e neutralizzare profili costruiti a partire da correlazioni algoritmiche; quello che l’autore descrive come un passaggio dal combattimento alla logica della caccia. In questo contesto, il bersaglio cessa di essere un soggetto concreto e diventa un modello di comportamento inferito a distanza, inciso nei flussi di dati e suscettibile a cancellazioni remote, spesso dissociato da qualsiasi forma di reciprocità o riconoscimento.
Pertanto, in questo regime, la morte cessa di essere un atto moralmente imputabile e diventa un risultato tecnico. In definitiva, quando si verifica un errore, come il bombardamento di obiettivi civili, non è più un crimine, ma un guasto del sistema o un’imperfezione correttiva nel database. Questa disumanizzazione è aggravata dall’assoluta asimmetria tra attacco e rischio. Come è ben noto, l’uso di droni, ad esempio, e di apparecchiature simili riduce drasticamente le possibilità di reciprocità. La guerra cessa di essere uno scontro e assomiglia a un processo industriale di caccia ed eliminazione.
Pertanto, l’avvertimento cinese dovrebbe essere interpretato meno come una profezia distopica e più come una diagnosi geopolitica. L'”apocalisse” non è un evento futuro improvviso, ma un processo in corso: la naturalizzazione di una forma di violenza sempre più automatizzata, opaca e disumanizzata. In breve, se c’è qualcosa di veramente nuovo nella guerra guidata dai dati, non è solo la sua capacità distruttiva basata su un’analisi massiccia dei dati, ma anche la sua pretesa di eliminare il conflitto morale che storicamente ha accompagnato l’atto di uccidere per scopi militari.
La questione della sovranità digitale
Le implicazioni di questo modello per il sistema globale di potere e accumulazione di ricchezza sono altrettanto radicali. La centralizzazione dell’infrastruttura dati nelle mani di grandi aziende, principalmente con sede negli Stati Uniti e in altri paesi centrali, genera una nuova forma storica di dipendenza. Come sostenuto nel manifesto del Fronte di Sovranità Digitale, la concentrazione delle capacità di archiviazione, elaborazione e circolazione dei dati su piattaforme private straniere compromette l’autonomia tecnologica e politica dei paesi periferici, sottoponendoli a regimi giuridici extraterritoriali e interessi strategici che sfuggono al controllo democratico locale.
Questa dinamica diventa ancora più evidente quando è collegata al dibattito sulle smart city e sull’urbanismo delle piattaforme. L’urbanizzazione contemporanea, intensamente mediata da sensori, piattaforme e sistemi di gestione algoritmica, trasforma la vita urbana in una fonte continua di data mining. Mobilità, consumo, sicurezza pubblica e servizi di base sono ora organizzati da infrastrutture digitali spesso gestite o fornite da grandi multinazionali. In questo modo, lo spazio urbano diventa un terreno privilegiato per catturare non solo valore, ma anche informazioni, rafforzando la dipendenza tecnologica e approfondiscando le asimmetrie nel controllo dei dati che la popolazione genera quotidianamente.
Pertanto, si può concludere che fenomeni come la guerra digitale non indicano la scomparsa delle dinamiche dell’imperialismo e delle relazioni di dipendenza, ma piuttosto la loro riconfigurazione su nuove basi. Sebbene il potere economico, l’occupazione territoriale e il controllo diretto delle risorse naturali restino rilevanti, queste dinamiche non si basano più esclusivamente su questi elementi ma sono decisamente strutturate nella capacità di dominare le infrastrutture digitali, gestire i flussi di dati e costruire architetture algoritmiche che organizzano il mondo contemporaneo.
Luiz Cesar de Queiroz Ribeiro – Professore presso l’Istituto di Pianificazione e Ricerca Urbana e Regionale (IPPUR) dell’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ). Coordinatore Nazionale dell’Osservatorio delle Metropoli dell’INCT.
Nelson Diniz – Professore del Dipartimento di Geografia (Laurea triennale e Educazione di base) della Scuola Pedro II. Ricercatore presso l’Osservatorio INCT Metropolis, Rio de Janeiro Nucleus.**
27/3/2026 https://www.telesurtv.net/









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