Guerra per decapitazione: la strategia più recente di un Impero in crisi

Le descrizioni dell’attuale guerra USraeliana contro l’Iran e il Hezbollah libanese prestano considerevole attenzione alle innovazioni nella tecnologia militare – in particolare, i droni a prezzo relativamente basso, le mine, i motoscafi veloci [motosiluranti?] e i missili usati dagli iraniani per conseguire qualcosa di prossimo alla parità con i ben più armati nord-americani e israeliani. Benché questi siano sviluppi notevoli, l’attenzione focalizzata sulla tecnologia oscura altre innovazioni altrettanto importanti, disturbanti e rivelatorie.

Una di queste è la modalità di guerra per decapitazione: uno scostamento marcato dagli obiettivi tradizionali di distruggere le forze militari del nemico in battaglia e catturandone il territorio. Le guerre di decapitazione sono lotte su vasta scala in cui gli attaccanti tentano di sconfiggere un regime nemico mirando a e assassinando un numero sostanzioso dei suoi dirigenti civili e militari. L’attuale guerra in Iran, cominciata da USA e Israele durante negoziati senz’alcuna immediata provocazione o minaccia dall’Iran o suoi alleati, è una delle prime guerre del genere.

L’uccisione mirata ha ovviamente un ruolo da lungo tempo nel guerreggiare. Nelle guerre antiche nonché moderne, gli eserciti ostili cercavano di uccidere o catturare i rispettivi comandanti altrui, e re o sovrani nemici sono anche stati considerati selvaggina ammessa. Ma gli stati moderni adusi a combattere guerre convenzionali hanno avuto sentori alquanto incerti sull’assassinio, considerato una forma di combattimento irregolare o non convenzionale.

Negli USA, a seguito delle rivelazioni nelle udienze parlamentari di operazioni letali così mirate della CIA e delle Forze Speciali, i presidenti Gerald Ford e Ronald Reagan emanarono ordini esecutivi che proibivano atti eseguiti per conto del governo USA che “s’impegnassero in o cospirassero per” l’assassinio politico. Tai decreti sono tecnicamente ancora vigenti, ma specialmente dopo gli attacchi di Al Qaeda del 11 settembre 2001 sono stati reinterpretati o ignorati per permettere ai regimi americani di ordinare uccisioni mirate come parte della “guerra al terror(ismo)” USA.

Sicché l’amministrazione del presidente Obama ha usato la categoria di “nemico terrorista” per giustificare l’uccisione di jihadisti come Osama bin Laden e Anwar al-Awlaki, il secondo un cittadino americano ucciso da un attacco di drone/i in Yemen nel 2011. Donald Trump impiegò analogo linguaggio dieci anni dopo ordinando l’assassinio di un alto ufficiale iraniano, maggior generale dei Guardiani della Rivoluzione Qasem Soleimani, anche lui con un attacco di drone/i. Il presidente Joe Biden ordinò 77 attacchi letali contro persone considerate terroristi in Africa e Medio Oriente.

Ma i praticanti più provetti di uccisioni mirate sono stati gli israeliani, che da inizio secolo hanno assassinato centinaia di capi di gruppi paramilitari e di partiti politici, come Hamas, il jihad islamico, Hezbollah, e gli Huthi, nonché funzionari apicali civili e militari di governi ritenuti ostili. Dagli anni 1970 in Avanti il Mossad, l’organizzazione d’intelligence estera israeliana, è divenuta la fonte più temuta e potente al mondo di assassinii mirati (https://www.lrb.co.uk/the-paper/v48/n06/andrew-cockburn/beware-the-mattress).

Le guerre recenti hanno integrato i ruoli del Mossad e dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) in campagne di decapitazione sempre più letali mirate non solo a funzionari di vertice ma pure ben più giù nella scala gerarchica. Un’importante intensificazione di questa forma di guerra ha avuto luogo nel 2024, allorché gli israeliani innescarono esplosivi posti in cercapersone e walkie-talkie usati dai militanti Hezbollah), uccidendo 42 persone, compresi 15 civili, e ferendone oltre 4.000. Azioni letali prima associate a campagne “antiterroristiche” venero estese e incorporate in scenari di guerra convenzionale a cominciare dalla cosiddetta guerra dei 12 giorni del giugno 2025, quando forze israeliane e USA uccisero parecchie dozzine di scienziati iraniani e ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione e inoltre bombardarono impianti di produzione nucleare dell’Iran.

La guerra in corso contro l’Iran iniziata a febbraio 2026 ha esordito con l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, della sua famiglia, e di membri del suo gabinetto e ha proceduto per il mese successivo prendendo di mira schiere di capi politici e militari iraniani, come pure scienziati, tecnici e amministratori. Questa strategia, collegata a tentativi di incitare un rovesciamento popolare del regime della Repubblica Islamica, ho obliterato la vecchia distinzione fra tattiche irregolari come le uccisioni mirate e combattimento convenzionale.

Che cosa ha causato questa svolta pronunciata verso la guerra di decapitazione? E quali ne sono le probabili conseguenze e implicazioni?

Cause: L’assassinio di pubblici ufficiali è stato molto spesso una risposta di civili a una tirannia percepita. Gli assassinii mirati da parte di stati sono stati di solito una risposta a una ribellione percepita (ossia a ciò che gli stati moderni han finito per chiamare terrorismo). In ambo i casi, gli sforzi per eliminare particolari “individui nemici” negano la legittimità di un’organizzazione popolare o di un regime (da cui l’espressione “stato terrorista”) e implicano che se si può eliminare certi individui, lo si può fare con un’organizzazione, ideologia, o regime. Questa ipotesi – spesso erronea, per come risulta – sembra essere stata un fattore nella decisione USraeliana all’inizio della guerra attuale di assassinare l’Ayatollah Khamenei.

Prendere di mira individui specifici, come fa notare il sociologo Boaventura de Sousa Santos, “sposta l’arena politica dai conflitti sociali fra classi o gruppi alla imprenditorialità politica individuale dei capi concepita come metonimi dei nemici collettivi”. Il prof. De Sousa nota inoltre la tendenza della guerra di decapitazione ad espandere la gamma di bersagli, per comprendervi “capi politici, figure militari, scienziati in capi strategici o leader d’opinione” https://savageminds.substack.com/p/decapitation-and-the-end-of-politics?.

per capire questo spostamento nella tattica militare, serve essere consci di una caratteristica chiave dell’attuale momento storico: la crisi dell’impero globale USA. La grande sfida per i governanti americani dagli anni 1960-70 è stata mantenere ed espandere la supremazia globale USA riducendo i costi fiscali e politici de combattere lunghe e difficili guerre di repressione o contro-rivoluzione. Dopo la sconfitta in Vietnam, i dirigenti USA hanno eliminato la coscrizione militare e creato una forza armata tutta di volontari.

Dopo i risultati inconcludenti o controproducenti delle costose guerre d’Afghanistan e d’Iraq, hanno sviluppato una strategia basata su una combinazione di stati agenti su procura, forze speciali e potenza aerea per conseguire i propri obiettivi militari senza impegnare in battaglia sostanziali forze terrestri o navali. Le uccisioni mirate (o, nel caso del Venezuela, rapimenti) sono un corollario tipico della strategia generale di “guerra senza battaglie”. La guerra di decapitazione dà ad intendere di essere una modalità a basso costo per mantenere il controllo imperiale su regioni assoggettate come il Medio Oriente.

Conseguenze: La guerra d’Iran, almeno finora, sbugiarda l’ipotesi che le uccisioni mirate riducano i costi di mantenimento imperiale. Infatti, i costi imposti dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz al traffico petroliero internazionale influiscono su tutta l’economia globale e hanno indebolito le alleanze internazionali degli USA. Ne risulta che il regime di Trump è stato costretto ad inviare migliaia di truppe nella regione e minacciare il ritorno a una forma più convenzionale di guerra. Ma le conseguenze della tattica di decapitazione vanno ben aldilà dei risultati immediate del loro utilizzo in Iran e in Libano.

Per cominciare, la gran parte degli studiosi concorda che le uccisioni mirate di capi sono di rado efficaci per eliminare un’organizzazione politica, un regime, o un movimento, dato che le mobilitazioni basate sullo scontento di massa o altri motivi convincenti troveranno modi di sostituire i capi persi con altri nuovi. (Si veda https://www.csis.org/analysis/why-decapitation-will-not-solve-united-states-iran-problem.) Nel caso dell’Iran, la nozione che il regime di Teheran sarebbe crollato uccidendo la Guida Suprema e i suoi colleghi si è dimostrata illusoria. Rivelazione d’inefficacia che però ha un’implicazione allarmante.

Si consideri che cosa accadde a Gaza quando l’assassinio di capi di Hamas si dimostrò inefficace a distruggerne o anche solo squassarne l’organizzazione. Se una forza attaccante è risoluta nell’uso di tattiche di decapitazione nonostante la loro inefficacia iniziale, si sposterà violentemente giù per i ranghi della dirigenza fino a mirare ai capetti di basso livello, poi ai seguaci, e infine agli astanti “collaterali”. In breve, una serie di uccisioni “mirate” che continuano indefinitamente senza distruggere l’organizzazione o il regime bersagliati e che intanto diventa genocida.

Tale potenziale per un genocidio è per vari aspetti inerente all’idea stessa di decapitazione o assassinio di gruppo che annienta la distinzione fra guerra irregolare e convenzionale. La guerra è sempre terrificante, e la sua modalità industriale rasenta di frequente il genocidio. Ma per quante regole di guerra impiccino la violenza genocida, esse sono spazzate via dall’idea che sia accettabile prendere di mira individui, inclusi i non-combattenti, in quanto membri di qualche gruppo “nemico”. Quando un coinvolto in conflitto armato sia un impero determinato a sostenere la propria egemonia con ogni mezzo, la minaccia è particolarmente acuta, poiché i costruttori d’imperi considerano chi si oppone alla loro dominazione dei barbari al di fuori della legge.

Ogni qual volta i costruttori d’imperi facciano guerra a qualche gruppo preso di mira, si sente un’eco dello scellerato Kurtz di Joseph Conrad nella storia Cuore di tenebra: “Sterminate tutti i bruti!”  La guerra di decapitazione non eliminerà l’opposizione organizzata all’espansione imperiale USA, né risolverà le contraddizioni che hanno prodotto una crisi dell’Impero. Tuttavia, col perdurare della crisi, la tattica dell’assassinio di massa ha il potenziale d’infliggere un gran danno a moltissima gente.


EDITORIAL, 30 Mar 2026

#944 | Richard E. Rubenstein – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

https://www.transcend.org/tms/2026/03/decapitation-wars-the-latest-strategy-of-an-empire-in-crisis/embed/#?secret=5OE1sGHGp2#?secret=aPTBin68bQ

3/4/2026 https://serenoregis.org/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *