I conti della storia: declino e caduta dell’impero americano

Dall’Ucraina al Medio Oriente, Washington apre nuovi fronti mentre il primato economico, tecnologico e geopolitico vacilla. La proliferazione dei conflitti non dimostra forza, ma la difficoltà di gestire un ordine internazionale sempre più complesso.

L’impero americano non arretra: moltiplica le guerre per nascondere il declino

Basta scorrere le cronache di queste settimane per cogliere lo stesso disegno sotto forme diverse: bombardamenti che riprendono nello Stretto di Hormuz dopo appena pochi giorni di tregua, un Iraq trasformato ancora una volta in terreno di scontro per procura, un’Arabia Saudita spinta a scoprirsi belligerante al fianco di Washington, ma messa in ginocchio dai cosiddetti “guerriglieri in ciabatte” dello Yemen, mentre l’Ucraina più volte ha provato a saldare il proprio fronte a quello mediorientale nella speranza di non restare sola. È lo stesso impero che, incapace di vincere, moltiplica i teatri di guerra per non ammettere la sconfitta su nessuno di essi, confidando che la dispersione valga più della strategia.

Lo stato pre-agonico del sistema imperiale americano non sfugge più a nessuno, nemmeno alla sua vasta corte di sostenitori: opinionisti allineati, think tank finanziati a puntino, apparati mediatici che replicano la linea ufficiale come un mantra, e un pubblico ormai assuefatto al proprio ruolo di spettatore passivo.

Vi rientrano a pieno titolo la grande finanza che continua a scommettere sulla tenuta del sistema anche quando i segnali dicono il contrario, l’industria tecnologica che vende narrazioni di progresso perenne mentre i suoi stessi bilanci raccontano altro, e un’intera platea di consumatori compulsivi di immaginario hollywoodiano, cresciuta a pane e mitologia imperiale fin troppo a lungo per accorgersi di quanto quella mitologia stia oggi scricchiolando.

La retorica dell’innovazione perenne, quella che accompagna ogni trimestrale delle big tech americane, mostra ormai crepe visibili anche a chi non cerca il pretesto per criticarla. I codici QR imposti al posto del menu cartaceo, le app che promettono efficienza e producono solo un ulteriore livello di frizione burocratica, gli assistenti vocali che ascoltano più di quanto rispondano: sono il repertorio quotidiano di un capitalismo digitale che confonde da tempo la disruption con la sostanza.

Le stesse aziende che vendevano l‘intelligenza artificiale come soglia epocale faticano oggi a dimostrarne la redditività reale, mentre gli investimenti miliardari in data center e chip si scontrano con bilanci che raccontano una storia più prosaica di quella annunciata nelle keynote. Quanto alla realtà “aumentata”, ciò che è effettivamente cresciuto sono i margini di un settore tecnologico in piena bolla speculativa, non certo la qualità dell’esperienza umana che prometteva di trasformare.

La formula “declino e caduta dell’impero americano” non è più una provocazione da editorialisti d’area, i cosiddetti “antisistema”, ma la sintesi più onesta della fase storica che si sta attraversando: manca solo uno storico all’altezza di Gibbon per narrarla con il dovuto respiro, magari scrivendo dalle scale del Campidoglio, dove peraltro l’assalto del 6 gennaio 2021 aveva già offerto un’anticipazione plastica di quanto quella sommità fosse meno inviolabile di quanto si pensasse.

Quando l’edificio imperiale comincia a scricchiolare, si riaprono anche gli armadi più chiusi, e ne escono i milioni di vittime prodotte su scala industriale in nome della pace e della prosperità promesse al cosiddetto Mondo Libero. Si parte dal genocidio dei nativi americani, mai riconosciuto come tale nei manuali ufficiali, sterminati o confinati in riserve come esemplari di uno zoo etnografico; si passa per il massacro nucleare del Giappone, duecentomila morti in due soli lampi; si arriva, senza soluzione di continuità, alle infinite campagne militari dirette e indirette dell’intero dopoguerra, condotte senza un solo ripensamento nelle stanze del potere e sempre confezionate con il packaging rassicurante delle missioni “umanitarie”.

Lo sgretolarsi della “Nazione Indispensabile” e del suo sistema di alleanze si legge oggi in filigrana su ogni fronte aperto contemporaneamente: nello Stretto di Hormuz, nella Cisgiordania dove si lascia campo libero ai coloni mentre si arrestano le vittime; nelle strade americane pattugliate da ICE contro i propri stessi immigrati, in nome di una sicurezza che assomiglia sempre più a una guerra interna; e in America Latina, dove la vecchia Dottrina Monroe torna a pretendere obbedienza dai cortili di casa, Venezuela compreso, come se il secolo fosse rimasto fermo al diciannovesimo.

Gli eredi di Francis Drake, pirata della Regina, stanno pensando l’impensabile e facendo l’infattibile. Non gli basterà. Perché un impero che moltiplica i fronti per non contare le sconfitte non sta vincendo tempo: sta solo dilazionando il conto. E prima o poi, come ogni pirateria, va saldato.

Alexandro Sabetti

12/9/2026 https://www.kulturjam.it/

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