I DATA CENTER COME NUOVO FRONTE DELLA GUERRA. LA HYPERWAR
di Francesco Cappello
Dai raid russi in Ucraina agli attacchi iraniani nel Golfo Persico, I Data Center diventano obiettivi legittimi. L’integrazione degli hyperscaler nelle operazioni belliche li rivela nella loro funzione di sistema nervoso centrale dei conflitti moderni
L’idea del cloud come un’architettura eterea e neutrale si è definitivamente infranta contro la cruda realtà della guerra contemporanea, lasciando il posto al nuovo complesso militare-informativo. I centri di elaborazione dati e le AI Gigafactory sono diventati il vero e proprio cervello operativo e il sistema nervoso centrale di qualsiasi apparato bellico avanzato. All’interno di queste strutture, server ad altissima densità elaborano ininterrottamente terabyte di informazioni provenienti da satelliti spia, droni da ricognizione, intercettazioni di segnale e sensori di campo. Attraverso modelli di intelligenza artificiale e architetture ad agenti autonomi, questi centri filtrano il rumore di fondo, individuano i movimenti nemici e calcolano in tempo reale le coordinate di puntamento per l’artiglieria e per gli sciami di droni. Allo stesso tempo, i data center regolano la logistica militare automatizzata, gestendo il movimento, lo stoccaggio e la consegna di munizioni, carburante, ricambi e truppe direttamente verso la linea del fronte.
Intelligenza artificiale, reti auto-rigeneranti e condivisione dei dati superano la percezione umana per guidare la logistica e il calcolo tattico
Questa massiccia integrazione algoritmica spinge il conflitto verso la dimensione della cosiddetta hyperwar, ovvero una guerra condotta a velocità algoritmica che supera i tempi della percezione umana. L’analisi automatizzata fornisce raccomandazioni di bersaglio istantanee, riducendo l’intervento dei comandi militari a un semplice timbro formale e dissolvendo la responsabilità etica e legale dell’atto bellico. Per sostenere questo livello di calcolo, le forze armate occidentali e internazionali hanno abbandonato la dipendenza da reti esclusivamente proprietarie, integrando direttamente i colossi commerciali dell’hyperscaling – come Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google e Oracle – all’interno dei programmi di difesa nazionale. Questa sovrapposizione crea una natura intrinsecamente dual-use (a duplice uso), in cui i carichi di calcolo militari e i dati civili di banche e sanità condividono lo stesso tetto, i medesimi processori, la fibra ottica interrata e i sistemi di raffreddamento. Ai sensi dell’Articolo 52 del I Protocollo Aggiuntivo delle Convenzioni di Ginevra e delle valutazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa, quando un’infrastruttura commerciale offre un contributo effettivo e rilevante alle capacità belliche, perde la sua protezione civile e diventa a tutti gli effetti un obiettivo militare legittimo (target cinetico). Inoltre, per ridurre i tempi di latenza e accedere alle reti ad alta tensione, queste cattedrali di silicio vengono comunemente edificate a ridosso dei centri urbani, trasformando le popolazioni civili in scudi umani ed esponendole al rischio diretto di bombardamenti.
L’evoluzione degli attacchi fisici contro le strutture informatiche – nota come convergenza cinetico-cibernetica – vanta una precisa continuità tattica. Durante l’operazione Allied Force della NATO in Jugoslavia nel 1999, i bombardamenti presero di mira i ripetitori televisivi, i nodi telefonici e i primordiali centri di smistamento dati di Belgrado. Una strategia analoga fu applicata nel 2003 durante l’invasione dell’Iraq, dove potenti raid aerei distrussero gli hub di telecomunicazione e i server governativi di Baghdad. Un punto di svolta fondamentale si è verificato a Gaza nel maggio 2019, quando le Forze di Difesa Israeliane (IDF) rasero al suolo un edificio commerciale che ospitava un’unità di hacker di Hamas, segnando il primo caso dichiarato in cui un’offensiva informatica è stata presa di mira con un bombardamento cinetico immediato anziché con un contro-hackeraggio.
Dai raid russi in Ucraina agli attacchi iraniani nel Golfo Persico, le infrastrutture commerciali a duplice uso diventano obiettivi legittimi
Il conflitto russo-ucraino (2022-2026) rappresenta il teatro centrale di questa guerra alle infrastrutture digitali. Dopo l’attacco ibrido del febbraio 2022 contro i terminali satellitari Viasat KA-SAT e le torri di trasmissione, nel settembre 2026 le forze russe hanno sferrato una massiccia offensiva con missili e droni su Kiev, colpendo duramente i data center e le sedi degli operatori Kosmonova, MiroHost, Kyivstar, Vodafone Ukraine, UTELS e Datagroup. Il Ministero della Difesa russo ha ufficialmente rivendicato gli attacchi, sostenendo che tali centri fornissero un supporto logistico e operativo diretto e indispensabile alle forze armate ucraine (necessariamente con il supporto della NATO) per colpire la Russia in profondità. Sul fronte opposto, la risposta di Kiev si è concretizzata in attacchi coordinati con droni contro l’architettura cloud del colosso tecnologico russo Yandex. I bombardamenti hanno colpito e disabilitato i data center di Sasov nella regione di Ryazan, di Kaluga nel parco industriale Grabtsevo (con oltre 3.800 rack di server danneggiati) e di Vladimir nella zona di disponibilità ru-central1-a. Con tre centri su cinque fuori servizio, Yandex è stata costretta a dichiarare lo stato d’emergenza della piattaforma e ad avvertire i clienti dell’instabilità dei server, mentre la grave carenza globale di processori e memorie ad alta velocità rischia di far slittare il ripristino completo degli impianti fino al 2028.
Nel contesto mediorientale, il Golfo Persico si è trasformato in uno dei fronti più caldi della militarizzazione del cloud. L’Iran ha adottato una dottrina bellica esplicita che equipara le infrastrutture informatiche delle multinazionali occidentali a basi militari e raffinerie. Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell’Iran ha dichiarato testualmente che “in caso di un nuovo conflitto su vasta scala, una parte significativa dei cavi, dei data center, delle strutture di intelligenza artificiale e di altri siti sensibili nella regione verrebbe distrutta”. Tramite l’agenzia Tasnim, legata alle Guardie della Rivoluzione Islamica, Teheran ha diffuso una lista formale di bersagli statunitensi da colpire, citando Amazon, Microsoft, Google, Oracle, IBM, Nvidia e Palantir. Tra marzo e aprile 2026, sciami di droni iraniani e gruppi collegati come Handala hanno attaccato i complessi di data center di Amazon Web Services (AWS) e Oracle in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti. Le conseguenze operative sono state devastanti: il 15 settembre 2026 Amazon ha comunicato ufficialmente la cancellazione irreversibile dei dati di numerose aziende, provocata dai crolli strutturali e dal successivo allagamento dei server causato dall’attivazione degli impianti antincendio. Questo episodio ha dimostrato l’inadeguatezza delle ridondanze commerciali civili e l’estrema asimmetria del conflitto, in cui droni dal costo di poche migliaia di dollari possono neutralizzare cattedrali tecnologiche da miliardi di dollari capaci di condizionare il 30% del traffico internet globale.
La vulnerabilità fisica si estende anche al di sotto della superficie degli oceani, dove i cavi sottomarini in fibra ottica trasportano oltre il 95% del traffico dati e migliaia di miliardi in transazioni finanziarie giornaliere. Le nazioni e i loro proxy conducono azioni di guerra in zona grigia (grey-zone warfare), operando al di sotto della soglia che innescherebbe una risposta militare aperta. La tattica prevalente consiste nell’impiegare mercantili o pescherecci che “accidentalmente” trascinano le ancore sui fondali per tranciare le dorsali strategiche, come registrato alle isole Matsu a Taiwan e nel Mar Baltico. Inoltre, il traffico viene forzato all’interno di colli di bottiglia geografici come lo Stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez, dove il sabotaggio prolungato isola interi continenti. Parallelamente, la catena di approvvigionamento viene militarizzata attraverso sondaggi sottomarini a doppio uso per mappare le rotte dei sottomarini e l’inserimento di backdoor o chip infetti all’interno dell’hardware di rete durante la produzione.
La distruzione fisica delle infrastrutture di rete ha spinto verso reti fluide, decentralizzate e invisibili
Di fronte alla dimostrata fragilità dei grandi centri di calcolo monumentali e statici, le dottrine militari e la NATO stanno attuando una drastica riorganizzazione architetturale verso modelli decentralizzati e fluidi. Fino a poco tempo fa, il cuore pulsante delle operazioni militari e logistiche era rappresentato dai grandi data center. Possiamo immaginarli come immensi castelli tecnologici: giganteschi, potentissimi, ma allo stesso tempo statici, impossibili da nascondere e quindi facilissimi da colpire per un missile o un drone nemico. Se il castello crolla, l’intero esercito rimane cieco e paralizzato. La NATO ha compreso che questa fragilità non è più accettabile. Di conseguenza, la nuova Strategia Digitale della Difesa per gli anni dal 2026 al 2030 ha deciso di smantellare l’idea del “castello” per creare una rete fluida, invisibile e meno facilmente distruttibile.
Il primo grande passo di questa trasformazione è il passaggio da un sistema “incentrato sulla rete” a uno “incentrato sui dati”. In passato, la logica era: creo una rete chiusa e sicura, e chiunque abbia le chiavi per entrarvi può vedere tutto ciò che vi transita. Oggi questo non basta più, perché le alleanze internazionali sono complesse e i segreti di Stato vanno tutelati. Nasce così il “Digital Backbone”, ovvero una sorta di spina dorsale digitale che unisce tutti i Paesi alleati. Il suo segreto si chiama “condivisione senza resa”: i Paesi della NATO possono collaborare sullo stesso sistema senza dover consegnare i propri segreti militari agli alleati. Come è possibile? Attraverso “lucchetti intelligenti” applicati non più alla porta d’ingresso della rete, ma al singolo dato. Ogni documento o informazione è protetto da un sistema che verifica all’istante chi lo sta richiedendo: controlla la nazionalità dell’utente, il suo grado, le sue autorizzazioni e le regole dettate da chi ha creato quel file. È come se, all’interno di una gigantesca biblioteca condivisa, i libri diventassero trasparenti o illeggibili a seconda di chi li prenda in mano in quel momento.
Ma come si porta questa tecnologia sul campo di battaglia vero e proprio, in mezzo al fango e alle esplosioni? Qui entra in gioco l’Edge Computing, che letteralmente significa “calcolo all’estremità”. Invece di raccogliere le informazioni da un drone e mandarle a un computer lontano migliaia di chilometri per farle analizzare, si dota il drone stesso, o il carro armato, o il mezzo logistico, di un “cervello” elettronico capace di elaborare i dati sul posto. Le decisioni vengono prese in millesimi di secondo direttamente sulla linea del fronte.
Tutto questo “ragionare sul campo” ha bisogno di una via di comunicazione istantanea per coordinarsi. Per questo si usano le reti 5G Tattiche, reti cellulari militari, invisibili ai radar civili, portate direttamente nei teatri operativi. Il Progetto Pilota 5, sperimentato dalla Spagna nella base di Lešť in Slovacchia, ha dimostrato proprio questo, utilizzando un concetto affascinante: l’architettura a maglia auto-rigenerante. Immaginate l’acqua che scorre lungo un pendio; se mettete un grosso masso in mezzo, l’acqua non si ferma, ma trova all’istante una via alternativa per aggirarlo e continuare a scendere. La rete auto-rigenerante fa esattamente la stessa cosa con i dati. Se un missile distrugge un’antenna, o se il nemico usa potenti disturbatori elettronici (jammer) per accecare un nodo della rete, il sistema se ne accorge in una frazione di secondo e reindirizza tutto il traffico dati verso altri nodi ancora funzionanti. La comunicazione non si interrompe mai…
Naturalmente, per supportare questo enorme flusso di calcolo, serve comunque una potenza che i piccoli computer sui mezzi non possono garantire da soli. La soluzione sta nei Data Center Trasportabili, come quelli sviluppati dall’azienda italiana Italtel. Si tratta di veri e propri “cervelli in scatola”: container standardizzati, corazzati, che sembrano normali casse da carico ma contengono server potentissimi. Possono essere caricati su un aereo o un camion, scaricati in mezzo al deserto o in una foresta, accesi in poche ore e spostati il giorno dopo, rendendo impossibile per il nemico avere un bersaglio fisso da colpire.
Infine, c’è il livello più alto e strategico, quello dei comandi generali. Per garantire che l’intera architettura della NATO continui a funzionare anche durante un’apocalisse cibernetica o un bombardamento su vasta scala, è stato firmato il maxi-contratto da duecento milioni di euro con Leonardo e Accenture. Il loro compito è costruire il Protected Business Network, ovvero una “nuvola” (multi-cloud) corazzata e distribuita a livello globale. I dati più critici e classificati dell’Alleanza non risiederanno più in un singolo luogo fisico, ma saranno frammentati, criptati e replicati su innumerevoli server sparsi per il mondo. Anche se un’intera nazione dovesse subire un attacco informatico devastante o la distruzione fisica delle proprie infrastrutture, il sistema generale continuerebbe a operare senza esitazioni, garantendo che i rifornimenti e gli ordini continuino ad arrivare esattamente dove e quando servono.
FONTI
NATO Communications and Information Agency (NCIA): Fonte primaria per i comunicati ufficiali e i dettagli tecnici sui contratti di potenziamento cloud dell’Alleanza, inclusi gli accordi per il Protected Business Network (PBN) con partner industriali come Leonardo e Accenture.
NATO Allied Command Transformation (ACT): Ente di riferimento per i documenti strategici sulla transizione da un modello “net-centric” a uno “data-centric” (Digital Transformation vision al 2030) e per lo sviluppo del Digital Backbone alleato.
Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR): Autorità massima per l’interpretazione del Diritto Internazionale Umanitario. I suoi dossier e position paper sul cyber warfare chiariscono l’applicazione dell’Articolo 52 della Convenzione di Ginevra sulle infrastrutture civili “dual-use” e la perdita di protezione per gli hyperscaler commerciali.
NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence (CCDCOE): Il centro di eccellenza di Tallinn è la fonte istituzionale più autorevole per l’analisi giuridica e militare della “convergenza cinetico-cibernetica” (es. il Manuale di Tallinn applicato agli attacchi fisici su infrastrutture digitali).
Ministero della Difesa (Spagna) e NATO Multinational Battlegroup Slovakia: Fonti ufficiali per i report operativi, i test sul campo e le specifiche del Progetto Pilota 5 (PP5) relativo all’impiego del 5G tattico nella base di Lešť.
Center for Strategic and International Studies (CSIS) / Royal United Services Institute (RUSI): I think tank più influenti a livello globale per l’analisi tattica indipendente. Pubblicano report dettagliati sugli attacchi alle infrastrutture critiche in teatri specifici, come la guerra russo-ucraina e la militarizzazione del Golfo Persico da parte dell’Iran.
Dipartimento della Difesa USA (DoD) e UK Ministry of Defence: I rispettivi portali istituzionali (come la “Digital Strategy for Defence”) offrono i testi integrali delle dottrine di modernizzazione, dell’edge computing e dell’integrazione di sistemi IA commerciali (Project Maven, JWCC) nelle reti militari.
11/10/2026 https://www.francescocappello.com/









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