Il blocco finanziario su Gaza che rende impossibile aiutare i palestinesi

Settembre 2025, momenti dell’esodo di massa da Gaza imposto dall’esercito israeliano. © Hamed Sbeata

A causa del de-risking bancario e dell’interdizione di molte Ong, aiutare i palestinesi è diventata un’impresa quasi impossibile.

Il recente divieto di operare a Gaza che Israele ha imposto alle Ong è l’ultimo capitolo di una serie di ostacoli posti a quella genuina marea della solidarietà che, soprattutto a partire dal 7 ottobre 2023, ha provato ad intensificare i suoi sforzi, con risultati spesso esigui.

L’attuale sistema finanziario limita gli aiuti privati ai palestinesi

È attualmente molto complesso inviare denaro alla popolazione rimasta nelle tendopoli della Striscia. Poiché il territorio e gran parte delle infrastrutture civili dal 2007 sono controllati da Hamas, che diversi Paesi del blocco occidentale hanno designato come organizzazione terroristica, gli invii privati di fondi risultano nella pratica quasi impossibili. La Risoluzione 1373/2001 del Consiglio di Sicurezza Onu, ma anche la normativa europea recepita dai singoli Stati membri, vietano ogni tipo di finanziamento, diretto o indiretto, alle entità terroristiche e ai soggetti ad esse collegati, disponendone anche il congelamento di beni.

Poiché banche e intermediari finanziari non sono sempre in grado di escludere che il denaro possa beneficiare Hamas (anche indirettamente), bloccano in via preventiva tutte le operazioni destinate ai cittadini nei Territori palestinesi per non violare i regimi di sanzioni UE e internazionali. Criteri di estrema cautela vengono applicati anche nella Cisgiordania occupata, pur se formalmente amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese. Questo fenomeno noto come de-risking in alcuni casi ha avuto effetti negativi anche sulla capacità delle organizzazioni, governative e non governative, di accedere ai fondi e svolgere in tranquillità le attività umanitarie. Talvolta, anche gli istituti soggetti all’Autorità Monetaria Palestinese non accettano trasferimenti dall’estero per timore di ritorsioni operative legate al sistema di controllo finanziario israeliano.

Inaya, ventenne originaria di Deir-al-Balah racconta di ricevere periodicamente da una coppia italiana delle donazioni con cui riesce a comprare beni di prima necessità. La scorsa settimana ha acquistato pollo, verdure, un rattoppo per la tenda che il vento aveva strappato e una nuova coperta, più pesante. Questo denaro arriva attraverso una triangolazione. “Di solito ricevo 20-25 euro a settimana e ne sono davvero grata. Ma ho dovuto cercare un nuovo intermediario, è capitato che il precedente si rifiutasse di trasferire una somma così bassa perché la sua commissione sarebbe stata minima. Solo una persona che non sa cosa vuol dire la sofferenza può affermare una cosa simile – continua Inaya – perché anche 20 euro a Gaza fanno la differenza”.

Sara, attivista incontrata durante lo sciopero generale del 3 ottobre, rivela: “Volevo aiutare Fatima, che ha perso tutto negli ultimi due anni, ma ho avuto problemi con bonifici e PayPal, così le ho chiesto di cercare un’alternativa”. Fatima ha trentadue anni, vive in una tenda con il nonno, la madre e due sorelle più piccole nel campo profughi di Khan Younis. “Per ricevere le mie donazioni adesso si affida ad un conoscente gazawi fuggito in Turchia, che a sua volta per aiutare lei ed altri palestinesi si serve di un broker locale. Quest’ultimo, dopo avermi inviato i suoi dati, ha accettato il versamento tramite il circuito Western Union e ha provveduto a inviarli a Fatima, trattenendo una commissione di oltre il 40% sulla donazione”, continua Sara. “In realtà avrei potuto inviare i soldi direttamente a Fatima perché tramite circuiti come Western Union è possibile, ma considerata l’ondata di repressione verso chiunque manifesti solidarietà nei confronti del popolo palestinese, preferisco evitare problemi in caso di eventuali controlli”. In effetti, a Valerio Lundini, comico e conduttore televisivo, è bastato scrivere nella causale di un bonifico il nome della relatrice Onu Francesca Albanese per meritare il blocco della transazione: l’operazione era solo un test. “Talvolta è sufficiente voler aiutare la popolazione di Gaza per destare sospetti, per questo siamo in molti a ricorrere a questo sistema di intermediazione: organizzare raccolte fondi per le associazioni locali è un’alternativa, ma richiede tempo, la distribuzione viene fatta genericamente e non si è certi di riuscire ad aiutare chi si conosce o chi ha più bisogno”, conclude Sara. 

Le piattaforme di pagamento escludono i territori palestinesi

Da diversi anni è in corso una campagna incoraggiata da numerosi attivisti che chiedono a PayPal di offrire servizi finanziari ai palestinesi che vivono sotto occupazione. Nel 2016, il Centro Arabo per lo Sviluppo dei Social Media e altre organizzazioni hanno promosso l’iniziativa “#PayPal4Palestine” e nel giugno 2022 anche l’attore statunitense Mark Ruffalo aveva evidenziato come il blocco finanziario violasse le linee guida delle Nazioni Unite. Produce, infatti, una condotta discriminatoria che impedisce l’accesso all’economia digitale e ostacola iniziative di solidarietà. 

Il servizio PayPal è attivo solo nelle colonie illegali e a Gerusalemme est, mentre se un cittadino palestinese prova ad aprire un account dai territori occupati viene rimosso in pochi minuti. 

Il problema non riguarda solo PayPal. Oggi, tutte le principali piattaforme di pagamento online non includono i Territori palestinesi tra le giurisdizioni supportate. Se si prova ad inviare dall’Italia, dall’UE o dagli Stati Uniti una somma di denaro via e-wallet su un conto palestinese, la transazione viene immediatamente bloccata. Per aiutare i palestinesi dai Paesi del “blocco occidentale” diventa spesso necessario affidarsi a sistemi alternativi di trasferimento di denaro e a money changer locali.

Quello descritto da Sara e Inaya è un meccanismo piuttosto diffuso, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. Le “precauzioni” occidentali pensate per contrastare i finanziamenti al terrorismo penalizzano i palestinesi e alimentano una fitta rete di intermediari informali che operano illegalmente lucrando sulla sofferenza della popolazione civile. Alcuni donatori nei Paesi Occidentali pagano di fatto un pedaggio sulla solidarietà, cercando sistemi in grado di eludere eventuali controlli. 

Il contesto che ha favorito l’ascesa degli intermediari, fuori e dentro Gaza

Un rapporto della World Bank pubblicato nel 2025 mette in luce come la guerra abbia contribuito a compromettere l’operatività del sistema bancario nella Striscia. Una delle conseguenze più drammatiche del conflitto è stata la quasi totale distruzione degli sportelli bancari e degli ATM, che ha reso impossibile ritirare denaro. In una dichiarazione ufficiale del 15 ottobre 2025, la Palestinian Monetary Authority (PMA) ha invitato le filiali di Gaza a riprendere gradualmente i serviziprecisando che le riaperture sarebbero avvenute in modo progressivo, in un contesto ancora caratterizzato da infrastrutture danneggiate e carenza di contante.

In Palestina non esiste una valuta nazionale e non esiste una banca centrale in senso stretto. La PMA non emette moneta, ma regola e dovrebbe vigilare su banche e uffici di cambio. Poiché nei territori palestinesi circolano più valute contemporaneamente, lo shekel israeliano in primis, ma anche dollaro americano e dinaro giordano, gli uffici di cambio sono essenziali nella vita economica quotidiana. Non hanno la stessa funzione delle banche ma cambiano valuta, offrono servizi di trasferimento di denaro, configurandosi spesso come l’unico intermediario finanziario accessibile soprattutto a Gaza.

È molto probabile che l’impossibilità dell’AMP di esercitare controlli rigorosi abbia incoraggiato gli uffici di cambio ad aumentare le commissioni e a imporre tassi di conversione arbitrari. In un’inchiesta della testata libanese Daraj Media, il proprietario di un ufficio di cambio a Rafah ha attribuito le commissioni elevate alla complessità delle operazioni. “La maggior parte dei Paesi del mondo non consente l’invio diretto di denaro a Gaza”, spiega. “Chi vuole mandare rimesse deve inviarle a uffici in Turchia, che poi consegnano il denaro a Gaza tramite intermediari locali”.

Hamouda, attivista impegnato nella distribuzione di aiuti agli sfollati, è stato costretto ad accettare un trasferimento di denaro dalla Turchia del valore di 6.000 dollari, dal quale ne sono stati sottratti 900 tra commissioni e conversione valutaria dollaro-shekel. 

Ahmed, programmatore che lavora da remoto per un’azienda del Golfo, deve far transitare il suo stipendio in Turchia prima che possa arrivare nella Striscia. All’arrivo, l’ufficio di cambio di Rafah impone commissioni del 12% e un tasso di conversione arbitrario.

La Turchia come ponte tra Gaza e Occidente

L’arresto di Mohammad Hannoun a fine dicembre, accusato di essere a capo della cellula italiana di Hamas e di aver inviato, insieme ad altre sei persone indagate, finanziamenti transitati per la Turchia, non può essere compreso se isolato dal contesto in cui si tende a criminalizzare qualunque tentativo di aiuto economico alla popolazione palestinese. 

L’invio di una cifra superiore ai sette milioni di euro è avvenuto nell’arco di venticinque anni. I fondi raccolti tramite tre associazioni benefiche sarebbero in realtà – secondo la procura – stati destinati all’ala militare di Hamas. Confermerebbe quest’ipotesi anche l’evidenza che parte del sostegno finanziario sia stato indirizzato “alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri”, come si legge negli atti dell’inchiesta costruita sulla base di molte prove fornite da Israele. 

Nel giugno 2025, un caso simile si è verificato negli Stati Uniti, dove il Dipartimento del Tesoro

ha accusato la Ong Filistin Vafki di raccogliere fondi sotto la veste di aiuti umanitari per Gaza,  destinando invece una cospicua parte al sostegno militare di Hamas attraverso reti basate in Turchia. La Ong ha negato le accuse, rivendicando uno scopo esclusivamente civile delle donazioni. A dicembre, inoltre, il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane dichiarava in un tweet su X che un’operazione congiunta delle IDF e dello Shin Bet aveva individuato una rete monetaria operante dalla Turchia e sostenuta dall’Iran, che incanalava ingenti somme verso la leadership di Hamas.

Tuttavia, il ruolo della Turchia è meno lineare di quanto suggeriscono i vari  impianti accusatori. Ankara non considera Hamas un’organizzazione terroristica e mantiene canali finanziari e logistici attivi con il mondo palestinese. Da un lato, infatti, la Turchia è indicata dagli inquirenti come uno degli snodi attraverso cui Hamas avrebbe costruito coperture associative e reti finanziarie opache che sfruttano una vigilanza ritenuta meno rigorosa; dall’altro, è il “ponte” per una miriade di flussi frammentati, utilizzati dagli stessi civili palestinesi, lavoratori palestinesi all’estero e da privati cittadini che cercano di far arrivare gli aiuti eludendo blocchi e controlli.

Nel fascicolo italiano su Hannoun, il cuore dell’accusa resta l’assunto che in un territorio controllato dall’organizzazione terroristica, ogni risorsa finisca inevitabilmente per rafforzarla. 

Nel frattempo, però, il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la revoca della custodia cautelare e la scarcerazione per tre degli indagati. È probabile che l’impianto accusatorio, in larga parte costruito su prove fornite dall’intelligence israeliana, non sia stato integralmente accolto. 

Hannoun resta in carcere e il suo caso rimane aperto sul piano giudiziario, sarà il processo a stabilire responsabilità e intenzioni individuali. Tuttavia, le modalità con cui è stata svolta l’inchiesta sollevano interrogativi più ampi sul rischio che un determinato contesto territoriale venga assunto come elemento sufficiente per attribuire rilevanza penale a condotte di sostegno civile.

Nei territori palestinesi, la risposta umanitaria risulta già fortemente sottofinanziata. Dall’ultima rilevazione dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento Affari Umanitari (UNOCHA), emerge che nel 2025 i governi dei Paesi membri dell’Onu avevano erogato solo 1,7 miliardi di dollari a fronte dei 4 miliardi richiesti per soddisfare i bisogni umanitari più critici di circa tre milioni di persone tra Gaza e Cisgiordania. 

Per il 2026, la cifra richiesta per l’implementazione dei progetti di assistenza è rimasta costante. Tuttavia, solo una quota limitata di questi progetti viene messa a punto direttamente dalle Agenzie delle Nazioni Unite, mentre la maggioranza viene svolta in collaborazione con Ong internazionali e locali. Perciò, i timori che il divieto imposto da Israele possa ridurre drasticamente la capacità operativa sul campo restano reali, soprattutto se si considera che tra le Ong interdette ne figurano alcune che, nell’ambito del Cash Working Group promosso dall’Onu per erogare assistenza economica diretta, hanno contribuito a programmi di sostegno monetario alla popolazione civile, come Oxfam e Action Against Hunger. 

Il rischio è che una popolazione già privata delle proprie fonti di reddito continui a perdere anche gli ultimi mezzi di sussistenza.

Mariarita Persichetti

3/2/2026 https://kritica.it/

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