Il buco nero di Kiev: l’Europa brucia per il peso dell’economia di guerra
“Ma non c’è da preoccuparsi: ci pensa il Corriere della Sera a mettere a posto i pacifisti che chiedono di dialogare con la Russia”
di Fabrizio Poggi
Corriere della Sera: guai a parlare di dialogo con la Russia
3 ottobre. C’è un passaggio, sul Corriere della Sera del 3 ottobre, che esprime e conferma in maniera cristallina, se mai ce ne fosse bisogno, il triviale bellicismo che caratterizza da oltre un secolo e mezzo il fogliaccio di via Solferino. Nell’intervista a Kaja-Fredegonda-Kallas, non sono tanto le ormai trite e stomachevoli reiterazioni dell’ex (con rispetto parlando) premier estone a proposito del Protocollo di sicurezza d’emergenza per «combattere le minacce e gli attacchi ibridi che la Russia sta conducendo contro i nostri paesi»e che, dice la malefica regina di Neustria, «hanno l’obiettivo di intimidire gli Stati europei affinché smettano di sostenere l’Ucraina… Se lasciamo sola l’Ucraina mentre la sua popolazione viene bombardata, la Russia vince». E ciò non sia mai, poiché, giura senza batter ciglio, «i nostri paesi sono democrazie» per definizione catechistica e, dunque, unici portatori del Verbo liberal-europeista. No, il perno della questione e il “marchio di fabbrica” del Corriere non sono tanto queste consumate evangelizzazioni della responsabile europeista per la guerra, quanto la domanda che l’intervistatrice, tale signora Francesca Basso, rivolge a Fredegonda, chiedendo se sia «possibile dialogare con la Russia come chiedono i pacifisti?». Perché è chiaro: chi chiede di non fare la guerra alla Russia non può essere altro che un pericoloso pacifista, da isolare e schiacciare sotto il tallone dell’adunanza di guerra invocata e propagandata dai fogliacci come il Corriere. Mai l’appellativo di “pacifista” fu così infamante!
Senza scomodare i rimandi a Lenin, secondo cui i comunisti non sono contro tutte le guerre e anzi sostengono le guerre giuste, rivoluzionarie e di liberazione contro l’imperialismo; senza scomodare l’innocuo e innocente pacifismo cristiano che, nella sua ritualità, non intacca gli interessi del capitale e può quindi indulgere alla benedizione del Corriere della Sera, ecco che nella domanda della signora Basso pare implicito il concetto per cui i pacifisti, tutti i pacifisti, in generale, rappresentino una escrescenza “antieuropeista” da sradicare dal “corpo sano” della necessaria guerra fino all’ultimo ucraino, altrimenti «la Russia vince». Marcino pure incolonnati, con madonne e crocifissi, i pacifisti che esaltano l’amore cristiano e l’armonia tra le classi; ma non vadano oltre, perché quando si invoca la pace e il dialogo con la Russia, ecco che i pacifisti si trasformano in terroristi che attentano alla sacra intoccabilità dei profitti della finanza mondiale e delle industrie militari e allora no: quel pacifismo va contro i «nostri paesi [che] sono democrazie» e che sostengono l’ultimo vallo euro-liberale innalzato sui cadaveri di centinaia di migliaia di ucraini mandati al macello per difendere l’Europa dalle “autocrazie” asiatiche e dal cosiddetto “asse del male” di Russia, Cina, Iran, Corea del Nord.
Una “difesa dell’Europa” che passa per le decine di miliardi che, resti inteso, è doveroso destinare al sostegno di quel “vallo europeo” in terra ucraina, avamposto delle democrazie UE-NATO. Ecco dunque che il ministro delle finanze ucraino Serghej Marcenko può tornare a pretendere da Bruxelles altri 69 miliardi di euro – 40 per le necessità di guerra e 29 per sostenere il bilancio – per sconfiggere Putin nel 2027. Ma, osserva Kirill Strl’nikov su RIA Novosti, sembra che la visita di Marcenko a Bruxelles sia stata l’ultima “pagliuzza che ha spezzato la schiena al cammello europeo”, scatenando una reazione incontrollata.
Il fatto è, nota Strel’nikov, che la UE ha appena attraversato un processo politico estremamente doloroso per stanziare 90 miliardi di euro a Kiev per il 2026-2027, un processo che ha richiesto ogni sorta di sotterfugio da parte dei falchi europei per convincere i paesi membri ad accettare un enorme debito per salvare il regime di Kiev. Doveva trattarsi di un “ultimo pacchetto” di fondi, con cui Kiev avrebbe attuato riforme straordinarie, liberandosi definitivamente dalla corruzione. Ma ecco che Marcenko annuncia che l’Ucraina avrà un deficit di 32 miliardi di euro entro il 2027 e, secondo Le Monde, ciò ha causato estrema irritazione a Bruxelles e, in alcuni paesi, come la Germania, vera e propria rabbia: pur con tutti gli sforzi degli “indottrinatori” dei media di regime, sarà molto difficile spiegare ai contribuenti europei perché dovrebbero riaprire i portafogli ormai vuoti, quando Kiev non rispetta i termini della tranche precedente.
Così che quest’ultima pressione esercitata da Kiev arriva in un momento estremamente inopportuno e scomodo per i falchi europei. Le nuove, sfacciate richieste di Kiev arrivano proprio mentre si profilava una vera e propria guerra interna sul prossimo bilancio pluriennale UE per il 2028-2034, in cui i fautori della “vittoria fino all’ultimo ucraino” avevano stanziato 100 miliardi di euro per Kiev, somma che avrebbe dovuto essere trovata in qualche modo, o meglio, presa in prestito, aumentando ulteriormente il debito pubblico dei singoli paesi. Tutto ciò, scrive RIA, ha fatto infuriare la Germania, a cui si sono uniti Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia. D’altronde, la Germania, che, sotto la pressione di Bruxelles, nel 2026 ha aumentato gli aiuti diretti all’Ucraina dagli 8,5 miliardi di euro inizialmente previsti a 11,5 miliardi, sta rapidamente scivolando in recessione: la crescita del PIL quest’anno è inferiore a 1% e il debito pubblico ha da tempo superato la soglia critica del 60% del PIL. La Federazione delle industrie tedesche ha riferito che la produzione industriale continua il costante declino iniziato nel 2022. Secondo la banca statale tedesca per lo sviluppo, a ciò si aggiunge un enorme deficit di investimenti interni: scuole, strade, ponti, trasporti pubblici e altri settori rimangono sottofinanziati per 231,2 miliardi di euro, mentre il bilancio tedesco per il 2027 prevede già 203,6 miliardi di euro di nuovi prestiti.
Così che non corrono “bei tempi” per Kiev, nel cui bilancio, afferma il politologo ucraino Andrej Zolotarëv, già prima le spese erano il doppio delle entrate e, dopo gli attacchi alle industrie metallurgiche e ai porti, la situazione è ulteriormente peggiorata. Cosa succederà, si chiede il politologo, se gli europei «smetteranno di finanziare le nostre spese? Lo Stato andrà in bancarotta; non sarà in grado di sostenere le spese militari, figuriamoci di adempiere agli obblighi sociali, dato che le nostre attuali spese di bilancio statale sono il doppio delle entrate generate dall’economia ucraina». Come ha affermato l’ex presidente della Banca nazionale, Kirill Ševcenko, ora emigrato in Austria, l’Ucraina non ha un’economia, è una «economia di sussidi. In sostanza, è attaccata a un respiratore… Se gli europei smetteranno di finanziare le spese, probabilmente dovremo volare a Mosca e arrenderci. Perché fare la guerra sarà impossibile. Perché, come diceva Napoleone, la guerra richiede tre cose: denaro, denaro e ancora denaro».
Tutto ciò si verifica sullo sfondo delle recenti discussioni nell’ambito della 81° assemblea generale delle Nazioni Unite, in cui si è parlato di “pace” a condizioni, dice Vladimir Skachko su Ukraina.ru, apparentemente favorevoli per Moskva. Tanto per cambiare, l’inganno consisterà, come tradizione, nel parlare di iniziative di pace che, pur sembrando allettanti, non sono intese a portare alla pace, bensì a servire da copertura per una tregua e un riassetto delle forze ucraine. L’Occidente, afferma Skachko, ha capito che può sostenere Kiev senza limiti, ma questo non porterà alla sua vittoria, né tantomeno alla sconfitta della Russia. Piuttosto, sarà l’Occidente stesso a esaurirsi, entrando in una spirale militaristica, la cui unica via d’uscita potrebbe essere la Terza Guerra Mondiale. E mentre i politici occidentali sono scioccamente preparati a questo scenario, la popolazione non lo è, il che porterà inevitabilmente a un cambio delle élite al potere. Forse, e purtroppo non così presto, ci permettiamo di aggiungere.
Da parte sua, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, quando ancora si apprestava a volare all’ONU, aveva ripetuto la solita narrativa “pacifista”: «la priorità assoluta dell’Ucraina è avvicinare la pace. Esistono proposte concrete in materia di sicurezza e soluzioni di de-escalation che potrebbero allontanare la guerra».
Ma UE e NATO non intendono affatto “allontanare la guerra”; tanto più che, per Zelenskij stesso, sottoscrivere la pace potrebbe significare la morte, assicuratagli dalle frange più estreme del nazi-nazionalismo ucraino. Dunque, ipotizza l’ex primo ministro ucraino ante-golpe Nikolaj Azarov, è del tutto possibile che i ras della junta naizgolpista stiano preparando il terreno per un esodo dall’Ucraina. Il fatto è, dice Azarov, che circolano voci, non esattamente confermate, secondo cui, per il 2027, sarebbe stato dato l’ordine di includere nel bilancio alcune spese elettorali: «non posso garantire la veridicità di questa informazione, perché ultimamente da Kiev arrivano molte notizie spesso inaffidabili, ma se fosse vero, allora tutto tornerebbe», afferma Azarov. È comunque significativo che Zelenskij, al momento delle voci, fosse appena rientrato dal viaggio in USA e, a quanto pare, là si è discusso con lui di «qualcosa di serio riguardo alla lotta alla corruzione, al suo coinvolgimento in essa e non è escluso che gli abbiano consigliato di prepararsi a una sorta di paracadute d’oro». Anche se, per la verità, la partenza di Zelensky non risolverebbe i problemi del Paese e, dice l’ex primo ministro, «non vedo alcun motivo di rallegrarsi all’idea che, una volta partito Zelenskij, un qualunque Zalužnij prenda il suo posto».
Ma non c’è da preoccuparsi: ci pensa il Corriere della Sera a mettere a posto i pacifisti che chiedono «di dialogare con la Russia».
4/10/2026 https://www.lantidiplomatico.it/









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