Il Governo contro USB e CESTES: pace, guerra e questione palestinese diventano un tabù nella scuola pubblica
L’annullamento, da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito, del corso di formazione “4 novembre, la scuola non si arruola” rappresenta uno dei più duri attacchi politici e culturali contro la libertà di dissentire sulle politiche guerrafondaie del Governo Meloni, ed è stato colpito in questo caso il sindacato USB – che ha portato in piazza alcune settimane fa milioni di lavoratori per difendere la Flotilla attaccata da Israele nelle acque internazionali di fronte alla Striscia di Gaza, e il suo centro studi CESTES, fondato e diretto dall’economista Luciano Vasapollo, sotto attacco da mesi per le sue denunce sulla violenza sionista ai danni del popolo palestinese, bambini compresi.
Un attacco dunque che va ben oltre il mondo della scuola e che investe il terreno dei diritti costituzionali, della libertà di insegnamento e della possibilità stessa di discutere, negli spazi pubblici, di pace, guerra e conflitti internazionali, a partire dalla tragedia di Gaza.
Il corso, regolarmente approvato e caricato sulla piattaforma ministeriale Sofia, è stato rimosso senza preavviso. La comunicazione ufficiale parla di “contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti”, citando puntualmente il CCNL e la Direttiva 170/2016. Ma la motivazione burocratica, nella sua apparente neutralità, mostra fin troppo chiaramente la scelta politica che la sostiene.
Una censura in piena regola
Il MIM afferma che «l’iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale», come se la riflessione sul ruolo educativo della scuola, sui messaggi che essa veicola e sui pericoli di una crescente normalizzazione militare non riguardassero proprio la funzione docente.
Eppure il corso intendeva interrogare, con strumenti pedagogici, storici e costituzionali, il significato del 4 novembre, festa delle Forze Armate, alla luce dell’articolo 11 della Costituzione, che recita: “L’Italia ripudia la guerra”.
Un interrogativo pedagogico, prima ancora che politico.
Il CESTES, nella comunicazione ai docenti, denuncia senza giri di parole la natura del provvedimento: «Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un tema estremamente attuale come la guerra non deve essere oggetto di dibattito pedagogico e respinge il fatto che l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti». Un’affermazione che sembra rovesciare l’intera tradizione democratica della scuola repubblicana.
La stretta contro chi contesta guerra e riarmo
A leggere la vicenda nel suo contesto – la repressione delle voci critiche sull’invio di armi, la campagna mediatica contro chi denuncia il massacro di Gaza, gli attacchi sistematici al sindacalismo conflittuale – il quadro generale appare più nitido. Il Governo sembra voler delimitare rigidamente ciò che nella scuola si può dire e ciò che non si deve nemmeno pensare: la guerra come pratica politica è sottratta alla critica, la pace diventa quasi un tema sovversivo. Un’operazione che per USB e CESTES non ha nulla di neutrale.
Vasapollo: “Chi critica guerra e armi viene crocifisso. Oggi cercano di farci fuori”
Luciano Vasapollo, fondatore e per lunghi anni direttore del CESTES, non usa mezzi termini. Per lui questo provvedimento non è un incidente amministrativo, ma l’ennesimo segnale di un clima politico sempre più repressivo:
«Siamo davanti a un attacco diretto. Oggi in Italia chi critica la politica di guerra del governo, chi denuncia l’invio di armi o il genocidio di Gaza, viene semplicemente crocifisso. In questo caso si tenta di farci fuori, di impedire che la scuola possa interrogarsi sul senso della pace. È un salto gravissimo».
Vasapollo sottolinea come la cancellazione del corso non colpisca solo USB, ma l’intero mondo della scuola: «Colpire un percorso formativo significa colpire il pensiero critico dei docenti, e quindi dei ragazzi. È un intervento che mira a sterilizzare la funzione sociale dell’educazione, trasformando la scuola in un luogo addestrativo e non più formativo».
Martufi: “Si punisce chi non si allinea. È la militarizzazione del sapere”
Sulla stessa linea la coordinatrice del CESTES, Rita Martufi, che parla di un vero e proprio tentativo di disciplinamento politico: «Questo attacco è la prova che chi non si allinea alle scelte del governo su guerra e riarmo viene messo a tacere. Stanno militarizzando il sapere, e la scuola pubblica è il primo laboratorio di questa operazione».
Martufi denuncia anche il paradosso pedagogico della scelta ministeriale: «È assurdo sostenere che la pace non sia un tema formativo per i docenti. Educare alla pace significa educare alla convivenza, alla responsabilità, al rispetto della vita. Se questo non è un compito della scuola, cosa lo è?»
Il quadro più ampio: la guerra come nuovo consenso obbligatorio
Il provvedimento si inserisce in un contesto più ampio in cui, da mesi, chi esprime dissenso su Gaza o sulle politiche di riarmo viene delegittimato o perseguito. Dal taglio dei fondi ai progetti scolastici sulla cooperazione internazionale, fino alle pressioni sugli enti locali che sostengono iniziative pacifiste, l’orientamento del governo sembra chiaro: la guerra non si discute, si sostiene.
USB e CESTES ne diventano bersagli emblematici perché, da anni, mettono in discussione proprio la logica dell’“arruolamento culturale”: l’idea che la scuola debba preparare a un mondo basato su competizione, gerarchia, obbedienza e accettazione passiva delle scelte statali, anche quando riguardano operazioni militari all’estero.
Il fronte legale e la risposta collettiva
I legali del CESTES hanno già annunciato un ricorso: «stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente». USB prepara anche una mobilitazione nazionale a partire dalle iniziative previste per il 4 novembre.
Il confronto è destinato a intensificarsi, perché a essere in gioco non è solo un corso annullato, ma l’idea stessa di democrazia nella scuola pubblica.
Conclude Vasapollo: «Non si tratta di difendere un’iniziativa, ma un principio. La scuola deve essere un luogo libero, non un organo di propaganda. Non possiamo permettere che la pace diventi un reato di opinione».
E rilancia Martufi: «Continueremo a porre domande. Perché educare significa proprio questo: insegnare a non accettare la realtà come inevitabile».
Sante Cavalleri
31/10/2025 https://www.farodiroma.it/










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