Il massacro silenzioso: l’ipocrisia degli Stati Uniti è macchiata del sangue dei migranti cubani
La campagna di terrore mediatico e le minacce militari dell’amministrazione Trump contro Cuba hanno raggiunto il culmine del cinismo nel 2026. Mentre dalla Casa Bianca vengono sbandierati falsi rapporti sui diritti umani per giustificare un’escalation bellica senza precedenti, all’interno del sistema carcerario statunitense si sta consumando un massacro silenzioso che rivela la vera natura dell’impero. Nei primi quattro mesi dell’anno, diversi cittadini cubani sono morti mentre erano sotto la custodia del Servizio Immigrazione e Dogana degli Stati Uniti (ICE), vittime di un sistema che li tratta come oggetti usa e getta e che è ormai fuori controllo.
Non si tratta di casi isolati, ma del sintomo di una putrefazione istituzionale. Nel 2025, un totale di 33 immigrati sono deceduti nei centri di detenzione, la cifra più alta degli ultimi due decenni. La tendenza per il 2026 è ancora peggiore: gli esperti avvertono che quest’anno potrebbe diventare il più letale nei 22 anni di storia dell’agenzia. In questo contesto di orrore, il sangue cubano è stato versato in almeno tre occasioni.
Caso 1: Geraldo Lunas Campos, l’omicidio che l’ICE ha voluto nascondere (3 gennaio)
L’anno è iniziato con una tragedia annunciata. Lo scorso 3 gennaio, Geraldo Lunas Campos, 55 anni, è morto nel centro di detenzione Camp East Montana a El Paso, in Texas. Quello che l’ICE aveva inizialmente descritto come un «tentativo di suicidio» e «problemi di salute» si è rivelato essere un brutale pestaggio. Un’autopsia successiva ha stabilito che la causa della morte è stata omicidio per asfissia, e l’FBI (Federal Bureau of Investigation) è dovuta intervenire dopo che è emerso che le guardie del centro avevano mentito sulle circostanze del decesso. Testimoni oculari hanno riferito di aver visto diversi agenti immobilizzare il cubano mentre questi ripeteva disperatamente di non riuscire a respirare. Ma il caso di Lunas Campos non è solo un caso di brutalità poliziesca, ma un esempio di sadismo burocratico: nonostante avesse un ordine di espulsione emesso nel 2005, il governo degli Stati Uniti non è stato in grado di gestire i documenti di viaggio per espellerlo, tenendolo in un limbo carcerario per due decenni fino a porre fine alla sua vita.
Caso 2: Aled Damien Carbonell-Betancourt, il giovane criminalizzato per un appartamento abbandonato (12 aprile)
Il 12 aprile, Aled Damien Carbonell-Betancourt, 27 anni, è stato trovato morto nella sua cella del Centro di detenzione federale di Miami. La sua morte, trattata ufficialmente come un «presunto suicidio», è la radiografia perfetta del sistema di violenza istituzionale statunitense. La causa del suo arresto era un’accusa minore di «resistenza a pubblico ufficiale», dopo che la polizia di Hialeah lo aveva sorpreso in un mercato abbandonato. Ciò che le autorità di solito non dicono è che la procura aveva archiviato le accuse contro Carbonell-Betancourt ritenendole infondate. Il giovane cubano, che doveva affrontare un sistema giudiziario assurdo, ha perso la vita prima che fosse fatta giustizia, diventando un numero in più nelle cupe statistiche della detenzione di massa.
Caso 3: Denny Adán González, vittima dell’isolamento (28 aprile)
Appena due settimane dopo, il silenzio complice di Washington è stato nuovamente infranto. Il 28 aprile, Denny Adán González, 33 anni, è stato trovato senza vita nella sua cella del Centro di Detenzione Stewart a Lumpkin, in Georgia. Le autorità locali hanno tentato nuovamente di addurre la scusa del «suicidio», ma la realtà è molto più sinistra. Secondo fonti interne e la testimonianza del suo avvocato, González era stato sottoposto a regime di isolamento in seguito a un alterco con una guardia. Esperti dell’Università di Harvard hanno documentato che l’isolamento esacerba i disturbi mentali fino a livelli estremi. Questo centro, gestito dalla società privata CoreCivic, è recidivo in questo tipo di pratiche letali ed è stato segnalato per molteplici denunce di negligenza medica.
L’impero dell’ipocrisia: «Aiuti» che uccidono e minacce ipocrite
Questi tre crimini carcerari non possono essere scollegati dalla politica genocida dell’embargo e dalle recenti spacconate militari di Donald Trump. Mentre i suoi agenti picchiavano e rinchiudevano in celle di isolamento i nostri compatrioti, il magnate dichiarava lo scorso 1° maggio che le truppe statunitensi «possono occupare Cuba quasi immediatamente». Poche ore prima della morte di Denny Adán González, il 28 aprile, firmava un ordine esecutivo per intensificare l’assedio economico, designando la Grande Isola come una «minaccia straordinaria».
La conclusione è inappellabile: Washington non ha alcuna autorità morale per parlare di diritti umani. Ai propri confini, il governo uccide gli immigrati, compresi i cubani, mentre ci accusa falsamente davanti al mondo e, allo stesso tempo, il suo presidente minaccia un’invasione militare. Come ha affermato il nostro presidente Miguel Díaz-Canel, nessun aggressore, per quanto potente, otterrà mai la resa di un popolo dignitoso che, anche a distanza, piange la perdita dei propri figli vittime di questa barbarie.
Fonte: Razones de Cuba
Traduzione: italiacuba.it
9/5/2026 https://italiacuba.it/










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