Il ruolo delle psicopatologie nella crisi economica

Nei primi anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, numerosi autori in Italia etichettarono l’incremento dei suicidi dovuti alla crisi come una grande “bufala.” Anche l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) espresse un parere netto sull’argomento: l’emergenza suicidi non era mai esistita.[1]  Eppure l’evidenza raccolta in riviste scientifiche internazionali peer-reviewed indica esattamente l’opposto: la crisi ha inequivocabilmente aumentato i tassi di suicidio in molti paesi[2], non solo in Italia[3], ma anche negli Stati Uniti[4], Gran Bretagna[5], Grecia, Spagna, Irlanda, Francia, Germania, Polonia e Ungheria[2]. In uno studio condotto in Italia, si è inoltre osservato un incremento di mortalità causata da malattie mentali negli anni successivi all’inizio della crisi economica[6].

La validità delle conclusioni alle quali queste analisi sono arrivate è stata ulteriormente corroborata da due systematic review, cioè studi che riassumono l’evidenza raccolta in diverse indagini. La prima ha mostrato che la crisi ha avuto un impatto negativo non solo sui suicidi, ma anche su malattie mentali come l’ansia e la depressione[7]. La seconda ha indicato che la crisi finanziaria ha avuto un effetto negativo sullo stress e sugli esiti di salute a esso correlati[8].

Se la crisi economica globale del 2008 è stata studiata rispetto ai suoi effetti su alcune psicopatologie riscontrabili tra le “vittime” della recessione come il suicidio, l’ansia e la depressione, pochissima ricerca ha però tentato di studiare le psicopatologie come “cause” potenziali della crisi. Ciò nonostante, il rapporto della National Commission on the Causes of the Financial and Economic Crisis in the US afferma: “…la crisi finanziaria era evitabile. La crisi è stata un risultato dell’azione umana… e di un fallimento sistematico dell’etica e del senso di responsabilità”[9]. La mancanza di etica e di senso di responsabilità che hanno contribuito alla crisi sono potenzialmente riconducibili a caratteristiche proprie del disturbo psicopatico di personalità. Tra queste possiamo individuare almeno quattro dimensioni incluse nella Psychopathy Checklist Scale [10]:

  • la propensione all’inganno;
  • il deficit di empatia;
  • l’assenza di rimorso
  • il narcisismo patologico.

Questa affermazione potrebbe sembrare azzardata, ma come ha scritto Robert Hare, una delle massime autorità mondiali in tema di psicopatia, “se non avessi studiato gli psicopatici in prigione, l’avrei fatto in borsa.” [11]

Tra gli atteggiamenti collettivi incentivati dal sistema finanziario che hanno causato lo scoppio della bolla immobiliare del 2008, la propensione all’inganno merita speciale menzione. Ci si riferisce in modo particolare alla proliferazione indiscriminata di mutui sub-prime, da alcuni chiamati prestiti bugiardi (liar loans), o mutui ad altissimo rischio di default. Questi mutui, come ad esempio i mutui NINJA (No Income, No Job, No Asset) erano offerti a clienti non in grado di restituire il prestito, spesso con tassi civetta (teaser rates), o tassi d’interesse molto bassi all’inizio, che s’impennavano pochi mesi dopo l’inizio del prestito. Tra le banche che hanno offerto questi prestiti citiamo, ad esempio, la Countrywide Financial fondata da Angelo Mozilo, citato in Time Magazine come una delle “25 persone da imputare per la crisi finanziaria”[12] e Washington Mutual, nota per il famoso caso del contadino Californiano di origine Messicana che ha ottenuto un mutuo di $750,000 pur avendo un reddito lordo annuo di $14,000![9]

La propensione all’inganno ha inoltre giocato un ruolo fondamentale nella vendita di prodotti finanziari “tossici,” o “titoli truffa”, il cui valore era legato a questi prestiti bugiardi, attraverso il contorto meccanismo della cartolarizzazione. La banca d’investimento Goldman Sachs, ad esempio, ha patteggiato oltre 5 miliardi di dollari con il Dipartimento di Giustizia Americano per aver venduto grandi quantità di titoli tossici, basati su questi mutui bugiardi, al fine di trasferire l’eventuale inadempienza dei mutui su investitori di titoli azionari delle società compratici, ad esempio fondi pensione. La Goldman Sachs ha poi addirittura acquistato assicurazioni contro il crollo del valore dei prodotti finanziari stessi in vista del loro eventuale, probabile, futuro default! Come disse Phil Angelides, presidente della Commissione Finanziaria del governo Americano, incaricata di indagare le frodi della Goldman Sachs: “mi sembra un po’ come vendere un’auto con freni difettosi, per poi acquistare una polizza di assicurazione… (al fine di farsi risarcire per un eventuale incidente del) guidatore.” [13]

Altre due dimensioni psicologiche, che caratterizzano il disturbo psicopatico di personalità e potrebbero costituire delle concause della crisi economica, sono il deficit di empatia e l’assenza di rimorso. Thomas Montag, anche lui della Goldman Sachs, dopo aver venduto 100 milioni di un pacchetto finanziario tossico chiamato “Timberwolf”, in uno scambio di email con un collega, scrisse: “Ragazzo mio… quel Timberwolf era… (spazzatura)… un’affare (proprio) di merda”[14]. John Devaney,hedge funds manager, dopo aver comprato prestiti bugiardi, e dopo averli venduti ai suoi clienti ignari del rischio, in un’intervista rilasciata alla rivista Money nel 2007 ha detto: “il consumatore dev’essere un idiota a comprare uno di questi prestiti, ma è stato uno dei nostri investimenti migliori”[15]. Jamie Dimon, capo di JP Morgan Chase, un’altra banca d’investimento che ha venduto titoli tossici basati su mutui bugiardi, totalmente indifferente agli effetti della crisi come l’aumento dei suicidi, ha affermato: “La (nostra) banca è anti-fragile. Effettivamente noi beneficiamo da una crisi finanziaria”[16].

La lista di banchieri e finanzieri che hanno collettivamente contribuito alla crisi finanziaria è molto lunga. Time Magazine[12] e The Guardian[17] hanno provato a  compilarla; tra i casi esemplari di fallimento etico e di senso di responsabilità entrambe menzionano Fred Goodwin, amministratore della Royal Bank of Scotland – banca che distribuiva prestiti del 120% superiori al valore dell’immobile – premiato da Forbes Magazine come “Businessmen dell’Anno” nel 2002, ma chiamato dai colleghi “Fred the Shred”[17] o “Attila aziendale”[18]. Il banchiere più citato come simbolo della decadenza morale di Wall Street è senza dubbio Dick Fuld, ex amministratore delegato della Lehman Brothers, chiamato dai colleghi il “Gorilla di Wall Street”[19]. Fuld, che ha guadagnato circa 500 milioni di dollari dal 1993 al 2007, anno del fallimento di Lehman Brothers e inizio della crisi economica mondiale, in una riunione aziendale dichiarò: “Ogni giorno è una battaglia… e devi uccidere il nemico.” “Io sono (un tipo) morbido, sono amabile, ma quello che voglio fare davvero (riferendosi agli short-seller che secondo il suo parere stavano provocando la bancarotta di Leham Brorthers) è prenderli, strappargli il cuore e mangiarglielo prima che muoiano”[20].

Per quanto riguarda il narcisismo patologico, l’evidenza che il mondo dell’élite finanziaria contiene un numero abnorme di megalomani e soggetti affetti da deliri di onnipotenza, è robusta. L’esempio più calzante è Loyd Blankfein, il numero uno della Goldman Sachs. Qualche tempo fa, incalzato da una giornalista sull’eventualità di imporre dei limiti ai compensi dei suoi top manager, rispose che sarebbe sbagliato “mettere un limite alla loro ambizione… perché… i banchieri adempiono a un ruolo fondamentale nella società: fanno il lavoro di Dio”[21].

Questa rassegna di casi e aneddoti non costituiscono sicuramente evidenza sufficiente in grado di dimostrare l’ipotesi che alcuni tratti del disturbo psicopatico della personalità, come la propensione all’inganno, il deficit di empatia, l’assenza di rimorso e il narcisismo patologico, sono cause della crisi. Tuttavia, questo “fallimento sistematico dell’etica e del senso di responsabilità” non può essere ignorato e sarebbe riduttivo concentrare l’attenzione solamente sulle psicopatologie delle “vittime” della crisi, ignorando potenziali determinanti. Purtroppo, fino ad ora, le risposte politiche finalizzate a limitare le psicopatologie causate dalla crisi e le analisi per comprendere come le psicopatologie abbiano contribuito alla crisi, sono state deboli se non assenti.

Eppure, gli effetti della crisi economica sui suicidi, lo stress e le malattie mentali sono evitabili. Le recessioni economiche non comportano necessariamente incrementi di suicidi, specie se i governi nazionali[22] e regionali[23] s’impegnano a investire in solidi sistemi di protezione sociale e a redistribuire il reddito più equamente[24]. Investimenti in protezione sociale e redistribuzione del reddito, oltre a salvare vite umane, aiutano l’economia a ripartire attraverso lo stimolo della domanda interna e dei consumi, specie delle classi meno abbienti. Perfino il Fondo Monetario Internazionale (FMI), da decenni sostenitore delle politiche di austerità, ha di recente identificato le disuguaglianze come un fattore di rischio per le crisi economiche. In un rapporto del 2010, scrive che “il ripristino del potere contrattuale delle famiglie povere e di reddito medio può essere molto efficace… (al fine di) ridurre la probabilità di un ulteriore crisi”[25].

In effetti, l’evidenza storica ha mostrato che le attuali politiche di austerità si sono rivelate fallimentari, non solo sul piano del benessere sociale e di salute, ma anche macroeconomico, specie per paesi come la Grecia, che le hanno dovute applicare su pressione della cosiddetta Troika(Commissione Europea, Banca Centrale Europea, e FMI). Come scrive un altro rapporto del FMI, basato su analisi empiriche e della letteratura, “il consolidamento fiscale (austerità) ha effetti controproducenti sulla domanda interna e sul PIL (Prodotto Interno Lordo)”[26].

Per fortuna, altri paesi hanno attuato politiche esattamente opposte alle ricette politiche neoliberiste della Troika. L’Islanda, ad esempio, ha risposto alla crisi senza adottare i tagli alla spesa sociale imposti nell’Eurozona, limitandone l’impatto sulla salute e il benessere della popolazione. Allo stesso tempo, l’Islanda è stata l’unica nazione a contrastare in modo serio gli eccessi e i comportamenti psicopatologici dei banchieri che hanno contribuito allo scoppio della crisi con la vendita di titoli tossici. Quando fu chiesto all’ex presidente Islandese, Olafur Ragnar Grimmson, come riuscì il suo paese a uscire dal disastro finanziario, egli rispose: “Siamo stati abbastanza saggi da non seguire le tradizionali ortodossie (neoliberiste) del mondo finanziario occidentale degli ultimi 30 anni. Abbiamo (invece) introdotto controlli sulla valuta, lasciato fallire le banche, fornito sostegno ai poveri e non abbiamo introdotto misure di austerità come state vedendo in Europa”[27]. In un’altra occasione, Grimmson ha inoltre notato: “Il (nostro) governo ha salvato il popolo e imprigionato i banchieri predatori (“banksters”), l’opposto di quello che è stato fatto in America e in Europa”[28].

Effettivamente, il neoliberismo ha contribuito non solo all’origine e al prolungarsi della crisi economica, attraverso politiche di finanziarizzazione, deregulation e austerità, ma anche a  rendere legalmente possibili, organizzativamente accettabili e perfino incentivare comportamenti che riflettono un “fallimento sistemico dell’etica e del senso di responsabilità,”un sintomo chiave del disturbo psicopatico della personalità. Per fortuna dietro le crisi a volte si celano delle opportunità. Oltre a rinnegare l’austerità, il FMI sembra aver rivisto la propria posizione rispetto al neoliberismo. In un recente articolo, intitolato “Neoliberalism: Oversold?,” che suona un po’ come un’ammissione di colpa,  il FMI afferma che “invece di promuovere la crescita, alcune politiche del neoliberismo hanno aumentato le disuguaglianze, mettendo a repentaglio l’espansione duratura (dell’economia)”[29].

In questo articolo abbiamo mostrato che la possibilità di studiare la recessione sia da una prospettiva di politica economica, che psicologica, fornisce nuove chiavi di lettura sia nell’analisi delle cause che delle soluzioni della crisi. Il disegno e lo sviluppo di un nuovo sistema politico economico oltre il neoliberismo, in grado di promuovere valori di empatia e senso di responsabilità, sono sicuramente alla base della prevenzione e mitigazione degli effetti della crisi sul benessere. Tuttavia, analizzare come individui affetti dal disturbo psicopatico della personalità contribuiscano a influenzare tali sistemi è la chiave per comprendere meglio le radici complesse delle crisi e agire a fini precauzionali.

Roberto De Vogli

PhD, MPH, Associate Professor, Department of Social Psychology and Development and Human Rights Centre, University of Padova. roberto.devogli@unipd.it

Roberto Gnesotto

MD, MPH, MA, Consultant in Public Health.

 

Bibliografia

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  3. De Vogli, R, Stuckler, D, & Marmot, M. (2012). Excess suicides and attempted suicides in Italy attributable to the Great Recession. Journal of Epidemiology and Community Health. 67(4)378-9.
  4. Reeves, A., Stuckler, D., McKee, M., Gunnell, D., Chang, S. S., & Basu, S. (2012). Increase in state suicide rates in the USA during economic recession. Lancet, 380(9856), 1813-1814.
  5. Barr B, Taylor-Robinson D, Scott-Samuel A, McKee M, Stuckler D. Suicides associated with the 2008-10 economic recession in England: time-trend analysis. British Medical Journal 2012;345:e5142.
  6. De Vogli, R. Mortality due to mental and behavioral disorders associated with the Great Recession (2008–10) in Italy: a time trend analysis. European Journal of Public Health 2013; 1-3.
  7. Frasquilhio D. et al. Mental health outcomes in times of economic recession: a systematic literature review. BMC Public Health 2016;16:115.
  8. Mucci N, Giorgi G, Roncaioli M, Perez JF, Arcangeli G. The correlation between stress and economic crisis: a systematic review. Neuropsychiatric disease and treatment, 2016;12:983.
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  10. Skeem et al. Psychopathic Personality: briding the gap between scientific evidence and public policy. Psychological Science in the Public Interest 2016;12(3) 95-162.
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  12. Siemaszko C. 25 people to blame for the financial crisis. Time Magazine, 13.02.2009.
  13. Nasaw D. Wall Street’s leading bankers admit: we made mistakes. The Guardian, 13.01.2010.
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  26. Kumhof M and Ranciere R. Inequality, leverage and crises. IMF Working Paper WP/10/268.International Monetary Fund (IMF) Working Paper – Washington, DC: IMF, 2010.
  27. Pilon M. Iceland is not Greece. The country’s president explains why. Politico, 06.11.2015.
  28. Walsh M. The biggest heist in history. Euro Weekly, 02.01.2014.
  29. Ostri J, Loungani P, Furceri D. Neoliberalism: Oversold? IMF Finance & Development 2016;53:2.
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