Il terrorismo anti scientifico del governo sulla cannabis
In questi mesi la è diventata molto più di un prodotto controverso: è stata trasformata in un simbolo, un bersaglio, una scorciatoia comunicativa. La linea del governo, al netto delle formule di rito sulla “tutela della salute”, ha prodotto un effetto concreto e immediato: spostare un’intera filiera che operava in un’area regolata e tracciabile dentro un perimetro di rischio penale e di stigma pubblico.
Non è una discussione sulla qualità dei controlli, né sul contrasto alla contraffazione: è una scelta di impostazione. E quando l’impostazione è “droga è droga”, la realtà smette di contare.
Il punto di rottura è stato il cambio di cornice normativa e culturale: le infiorescenze e i derivati, anche quando provenienti da canapa industriale con contenuti molto bassi di THC, sono stati ricondotti a un regime che, nei fatti, li avvicina alle sostanze stupefacenti sul piano sanzionatorio e operativo.
È qui che matura l’equiparazione di fatto tra “leggere” e “pesanti”, non tanto perché qualcuno lo dichiari esplicitamente, ma perché la macchina amministrativa e investigativa viene messa nelle condizioni di trattare allo stesso modo prodotti, imprese e condotte che prima appartenevano a un diverso ecosistema economico e giuridico.
Il risultato lo stanno raccontando gli operatori: negozi perquisiti, merce portata via, comunicazioni in procura con ipotesi di reato impostate come detenzione di stupefacenti. In un articolo recente, le associazioni di categoria riferiscono di decine di interventi concentrati in pochi giorni e parlano apertamente di “bersaglio politico”.
È un’accusa pesante, che va letta come tale, ma ha un fondamento empirico: il controllo diventa spesso un automatismo punitivo, non una verifica tecnica. E quando la verifica tecnica viene bypassata, il danno non è solo reputazionale. È economico, immediato, spesso irreparabile: chi vive di quel commercio rischia di chiudere anche se, mesi dopo, arriva un dissequestro o una decisione favorevole.
Qui emerge la contraddizione più grande, quella che rende fragile la narrazione governativa: se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza del consumatore, la priorità sarebbe distinguere, non confondere. Sarebbe creare standard minimi, imporre tracciabilità e controlli di filiera, pretendere analisi e certificazioni, colpire chi trucca e contamina.
Invece la strategia che si sta consolidando è più semplice e più redditizia sul piano politico: demonizzare la categoria “cannabis light” e usarla come contenitore unico, dentro cui far entrare tutto, dal fiore di canapa industriale ai prodotti adulterati da circuiti criminali.
Ed è proprio sui prodotti adulterati che si gioca una parte decisiva della propaganda. L’allerta istituzionale su cannabinoidi sintetici presenti in merce venduta come “cannabis light” segnala un rischio reale: sostanze che possono essere molto più potenti e imprevedibili del THC naturale e che non si riconoscono a vista.
Ma questa notizia, invece di rafforzare la richiesta di analisi e controlli mirati, viene spesso piegata a una conclusione preconfezionata: “vedete? anche la light può uccidere”. È una torsione logica. Se un prodotto è adulterato, il problema non è la canapa legale: è l’adulterazione. È la contraffazione. È il mercato parallelo che si infiltra dove i controlli sono deboli e dove l’isteria normativa spinge i consumi verso canali opachi.
Sul piano scientifico, poi, l’amalgama è ancora più grave. Il THC è la molecola principalmente responsabile degli effetti psicoattivi; il CBD è un’altra cosa, con un profilo diverso e, in generale, non assimilabile all’intossicazione da THC.
I cannabinoidi sintetici, infine, sono un capitolo a parte: possono agire con potenze molto superiori e generare effetti severi. Mettere tutto nello stesso sacco e chiamarlo “droga” non è prudenza: è semplificazione politica. E la semplificazione, quando diventa legge e prassi operativa, non protegge i cittadini; li disorienta.
Il danno più visibile è quello dei commercianti e dei produttori: persone e imprese che hanno investito in licenze, tracciabilità, contratti, personale, affitti. Per loro la distinzione tra sequestro “per controlli” e sequestro “con denuncia penale” non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra continuare a lavorare e chiudere.
Un campione si analizza; un’azienda, nel frattempo, può sopravvivere. Una denuncia automatica e la merce sequestrata, invece, producono un effetto immediato di paralisi: banche, fornitori, assicurazioni, clienti. Anche quando, alla fine, emerge che manca l’elemento decisivo — la concreta idoneità stupefacente — l’impresa può essere già stata distrutta.
C’è poi un ulteriore elemento che dovrebbe imporre prudenza istituzionale: su queste norme e su queste prassi pendono giudizi, in Italia e in Europa, e non sono questioni marginali.
Se la magistratura sta chiedendo verifiche di compatibilità e ragionevolezza, la risposta di uno Stato serio non dovrebbe essere accelerare la repressione, ma evitare di trasformare l’incertezza giuridica in uno strumento di intimidazione economica. La politica può rivendicare la “linea dura”; non può pretendere che quella linea dura funzioni come sostituto della prova scientifica e dell’accertamento tecnico.
In definitiva, la vera domanda non è se i controlli siano legittimi. Lo sono, e nessuno dovrebbe temerli se servono a proteggere i consumatori e a colpire chi trucca i prodotti. La domanda è se il governo stia usando la salute pubblica come pretesto per una guerra identitaria, in cui l’obiettivo non è ridurre il rischio, ma costruire un nemico semplice.
Perché quando si abbatte un intero settore “legale” senza distinguere, si ottiene il contrario di ciò che si dichiara: si indeboliscono i controlli reali, si spingono i consumi verso canali meno trasparenti, si lascia spazio ai truffatori e si puniscono i soggetti più visibili e più facilmente colpibili. La propaganda vive di slogan. La sicurezza, invece, vive di analisi, regole chiare e proporzione. E, oggi, quella proporzione sembra essersi persa.
15/12/2025 https://diogenenotizie.com/










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