Il tragico silenzio sindacale sul lavoro bellico
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I possibili sviluppi, a causa della follia guerrafondaia dell’Unione Europea, della guerra in Ucraina e la costruzione di un “polo bellico” a Torino diventa particolarmente significativa sulla contraddizione, politica e sindacale, guerra e lavoro, nonostante che
la riconversione da produzione bellica a produzione pacifica è, da sempre, un tema costante nella storia del movimento operaio.
Pare chiaro che la sola azione sindacale non sia né sufficiente né, tanto meno, possa aspirare alla vittoria contro l’insano progetto che certifica le scelte di guerra nell’aggressione decennale della NATO alla Russia.
La tanto propagandata connessione tra stabilità, comunque molto relativa, dell’occupazione e finalità guerrafondaia della produzione sembra essere la leva essenziale su cui fa forza la proposta di militarizzazione della società e dell’industria militare fatta propria dal governo e dalla grossa parte dell’opposizione parlamentare.
Questa connessione è benevolmente affermata anche dai grossi sindacati ma senza pronunciarsi sulle finalità produttive. Stesso atteggiamento, per, affermano, la salvaguardia dell’occupazione, lo riscontriamo da anni sul problema delle produzioni nocive come l’inquinamento, dei fiumi e del luogo di lavoro, da Pfas in produzione non solo alla Solvay in provincia di Alessandria e alla Miteni in provincia di Vicenza, ma su tutto il territorio nazionale secondo una recente mappatura realizzata da “Greenpeace Italia”.
E’ stata archiaviata ogni scelta di riconversione produttiva? Il sindacato, dalla Cgil ai sindacati di base (non citiamo la Cisl perchè sdraiata completamento sulle politiche governative e le scelte delle Imprese, e nemmeno la Uil che pare immobile) può uscire, che diverrebbe complicità, da questa pericolosa situazione solamente con una proposta di lotta nella direzione di una riconversione realmente ecologica dell’industria, e non di mero greenwashing, verso produzioni di utilità sociale compatibili con l’equilibrio naturale.
Oggi, ai più potrebbe apparire come una scelta utopica, visti i rapporti di forza politici e sindacali ma la storia del movimento operaio, dalla seconda guerra mondiale pur nelle dramamtiche difficoltà culturali e sociali di massa, insegna che la realtà dello stato di cose presenti si affronta con il coraggio fuori dal sistema imperante, il fascismo è stato sconfitto a partire alle movilitazione operaia!
La costituzione di un “polo bellico” a Torino (insieme al potebziamento delle basi NATO in tutta Italia, condita dalla militarizzazione delle scuole con illegali docenti in divisa e manifestazioni militaresche obbligando gli studenti a parteciparvi, potrebbe facilmente trascinare il lavoro all’interno della filiera bellica con il suo indotto anche aziende che oggi, nella crisi dell’automotive, faticano a trovare sbocchi di sopravvivenza o di crescita.
Questa propensione al lavoro bellico ha, anche, la sua causa nell’inarrestabile intensità dell’attacco ai salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani portato avanti da imprese e governi negli ultimi decenni mentre smentiscono le lamentele padronali sul costo del lavoro.
A conferma di come decenni di politiche neoliberiste abbiano creato un progressivo depauperamento del mondo del lavoro e una continua redistribuzione dei redditi a vantaggio dei profitti e delle rendite. Negli ultimi 30 anni la quota di ricchezza posseduta dalla metà più povera della popolazione è diminuita dal 18,9% al 16,6%, mentre quella dell’1% per cento più ricco è aumentata di ben il 60%. Mentre sono 4 milioni i lavoratori italiani con una retribuzione insufficiente per vivere.
I cambiamenti strutturali nel sistema economico e nel mercato del lavoro hanno dunque favorito anche nel nostro Paese il declino del sindacato con la diminuzione delle tutele e l’aumento delle forme di ingaggio del lavoro non salariali, atipiche e informali, ovvero precarie.
O c’è un cambio di strategia e di rotta del movimento sindacale che ridia nel tempo fiducia e garanzia di serietà, dal dire al fare, alle lavoratrici e ai lavoratori, o il declino della stessa ragion d’essere troverà sempre più imprenditori e governi padroni della scena politica che induce l’opinione pubblica a stare lontana dal mondo del lavoro, considerandolo come articolazione produttiva di scelte guerrafondaie.
STORIA DEL LAVORO BELLICO
Obiezione di coscienza al lavoro: una battaglia che parte da lontano
Il 24 settembre 1970 circa ottocento operai delle Officine Moncenisio di Condove (Torino) approvarono all’unanimità una mozione contro la fabbricazione di armi. Il testo recitava così: «I lavoratori delle Officine Moncenisio, considerando che il problema della pace e del disarmo li chiama in causa, preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo, diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse di armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici, chiedono alle Organizzazioni Sindacali di appoggiare la loro strategia di pace, invitano caldamente i lavoratori italiani e di tutto il mondo a seguire il loro esempio di coerenti e attivi costruttori di pace».
Questa mozione ebbe molta eco. E da allora altri lavoratori iniziarono a rifiutarsi di produrre armi, chiedendo il cambio di mansione, spesso subendo licenziamenti o altre ripercussioni. Tra questi Elio Pagani, che in Aermacchi si dichiarò «obiettore alla produzione militare» e denunciò il traffico di armi della sua azienda verso il Sudafrica dell’apartheid. Anche grazie anche alla sua denuncia si arrivò alla legge 185/90 (ora sotto attacco). Negli anni Ottanta il Partito Radicale e Democrazia Proletaria presentarono due proposte di legge per il riconoscimento dell’obiezione alla produzione militare. Proposte che però non sono mai state approvate.
Nel 1988 in Aermacchi venne definita una piattaforma per la riconversione della produzione al civile, sostenuta da molti scioperi. Anche nell’azienda di mine Valsella, grazie all’operaia Franca Faita e alle sue compagne, si iniziò la lotta per la riconversione. A livello aziendale il sindacato intervenne per gestire con accordi specifici la tutela dei lavoratori che obiettavano. Elio Pagani ricorda: «Rivendicavamo l’introduzione di ammortizzatori sociali specifici per il settore bellico. Ad esempio, la riduzione degli orari di lavoro per evitare i licenziamenti, l’istituzione di un fondo per la riconversione al civile. In Lombardia la legge regionale n° 6 del 1994 istituì l’Agenzia Regionale per la riconversione dell’industria bellica a servizi civili. Ma ebbe vita breve». Nel 2002 Aermacchi fu acquisita da Finmeccanica (oggi Leonardo) e la riconversione si fermò. Con la “lotta al terrorismo” e le nuove guerre “per procura”, l’industria bellica è ormai tornata a trainare l’economia.
Dagli operai agli aeroportuali: chi rifiuta la produzione e il trasporto di armi
In mancanza di una legge sull’obiezione di coscienza, i lavoratori potrebbero essere tutelati già dall’articolo 2087 del Codice Civile. Che impone all’imprenditore l’obbligo di attivare «nell’esercizio dell’impresa, le misure (…) necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». Tra cui appunto, la volontà dei lavoratori di non produrre strumenti di morte.
Anche la Costituzione all’art. 41 afferma come l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in modo da recar danno alla dignità umana. Ma questo solo in teoria. Attualmente i lavoratori si possono rifiutare di movimentare carichi militari se viene indetto uno sciopero. Ma non sempre si sa con anticipo la composizione del carico. Addirittura i lavoratori che
segnalano i carichi sono ingiustamente a rischio di sanzioni.
A inizio luglio Luigi Borrelli, lavoratore aeroportuale e delegato Usb dell’aeroporto di Montichiari, vicino Brescia, è stato punito con una sanzione da parte dell’azienda presso la quale lavora, per aver divulgato la notizia del passaggio di missili diretti al Medio Oriente. Grazie alla sua denuncia Usb aveva indetto uno sciopero (il 25 giugno) bloccando il carico. Usb e gli avvocati del centro giuridico Ceing hanno lanciato il manifesto del “Lavoro che ripudia la guerra” e stanno lavorando ad una nuova proposta di legge per l’obiezione di coscienza nel luogo del lavoro.
Sindacati confederali e industria bellica: l’ambiguità di fondo
L’ambigua posizione dei maggiori sindacati (Cgil, Cisl, Uil) che dominano la rappresentanza nelle fabbriche non aiuta le rivendicazioni antimilitariste. Nel comunicato congiunto di fine luglio, i tre sindacati Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil, hanno lodato «i risultati positivi del primo semestre 2025 di Leonardo». Oltre a dirsi entusiasti «dell’acquisizione di Iveco Defence Vehicles da parte di Leonardo», e delle joint venture con Rheinmetall e Baykar (azienda turca di droni killer ndr), «le cui ricadute operative consentiranno di portare ulteriori vantaggi, sia dal punto di vista dei volumi che dell’occupazione».
Il mito dei posti di lavoro nell’industria militare
In realtà, il ricatto lavorativo non dovrebbe esistere, perché il militare non produce così tanti posti di lavoro. Come sottolinea perfino l’Economist in un recente articolo, «la produzione militare è talmente specializzata e automatizzata, che il riarmo creerà meno posti di lavoro rispetto a quelli persi a causa delle nuove tecnologie o della concorrenza straniera».
Cgil, Cisl e Uil esprimono soddisfazione perfino per la nuova unità produttiva di missili Mbda in costruzione a Pomigliano d’Arco. Mbda è il più grande consorzio di missili e bombe teleguidate in Europa, creato da Leonardo (25%), Airbus Group (37,5%) e Bae Systems (37,5%), coinvolto nel genocidio in atto a Gaza, in quanto costruisce componenti chiave per le bombe dirette a Israele. Il 7 agosto scorso le segreterie nazionali di Fim Fiom Uilm, hanno incontrato la direzione aziendale di Mbda Italia dichiarando che l’intesa raggiunta sulla nuova sede campana, “è frutto di relazioni industriali pienamente partecipative”. Il sito Mbda a Pomigliano d’Arco sarà operativo a partire da ottobre 2025.
Redazione Lavoro e Salute
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